
La presentazione dei conti semestrali di Intesa Sanpaolo si è trasformata in qualcosa di molto simile all’inizio dello scontro finale per il controllo di Monte dei Paschi di Siena. Carlo Messina non si è limitato a illustrare risultati ancora una volta superiori alle attese, ma ha utilizzato tutta la forza dei numeri di Ca’ de Sass per colpire le possibili contromosse studiate da Luigi Lovaglio e per ribadire che l’Opas da 30,6 miliardi andrà avanti senza alcun aumento del prezzo.

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Il Foglio descrive efficacemente la situazione come un «mezzogiorno di fuoco» a distanza tra i due banchieri. Andrea Deugeni e Luca Gualtieri, su Milano Finanza, raccontano un Messina determinato a chiudere l’offerta entro la fine dell’anno, mentre Claudia Luise sulla Stampa sottolinea la risposta più categorica arrivata durante la conference call: ci sono «zero possibilità» che Intesa migliori il corrispettivo. Andrea Greco, su Repubblica, concentra invece l’attenzione sui risultati industriali e sulla dimensione che assumerebbe il nuovo gruppo formato da Intesa, dalla parte di Mps destinata a essere integrata e da Mediobanca.
Il messaggio rivolto agli azionisti di Siena è quindi molto chiaro: l’offerta è quella già annunciata e non verrà ritoccata per inseguire le iniziative del consiglio di amministrazione di Mps o il progetto di fusione con Banco Bpm. Messina ritiene che il valore proposto sia già adeguato e che l’operazione possa creare ricchezza senza esporre gli azionisti di Intesa a rischi eccessivi.
I risultati di Intesa Sanpaolo
La fermezza del ceo è sostenuta dai risultati del primo semestre. Intesa Sanpaolo ha realizzato un utile netto di 5,55 miliardi di euro, in crescita del 6,5% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il solo secondo trimestre ha prodotto 2,79 miliardi, contro i 2,6 miliardi di un anno prima. Il gruppo ha così archiviato i migliori sei mesi e, secondo Messina, il miglior trimestre della propria storia.
La crescita non dipende da una sola voce. Il margine d’interesse è salito a 3,84 miliardi nel secondo trimestre, le commissioni nette hanno raggiunto 2,62 miliardi, l’attività assicurativa ha generato 497 milioni e i risultati delle negoziazioni finanziarie sono aumentati a 400 milioni. Contemporaneamente sono diminuiti sia i costi operativi sia le rettifiche sui crediti.
Questa combinazione di ricavi in aumento, costi sotto controllo e qualità del credito elevata ha consentito a Intesa di migliorare le previsioni per l’intero esercizio. L’obiettivo non è più un utile di circa 10 miliardi, ma un risultato superiore a quella soglia. Il coefficiente Cet1 resta al 13,1%, nonostante la banca abbia già dedotto le remunerazioni maturate nel semestre e il buyback da 2,3 miliardi avviato a luglio.
Anche per gli azionisti si prepara un’altra distribuzione molto consistente. Nei primi sei mesi sono maturati 5,3 miliardi di remunerazione, dei quali 4,2 miliardi sotto forma di dividendi. Circa 3,8 miliardi dovrebbero essere pagati a novembre come acconto sull’esercizio 2026, dopo la decisione definitiva del consiglio prevista per il 30 ottobre. Nell’intero anno Intesa punta a restituire ai soci circa 9,4 miliardi tra dividendi e acquisto di azioni proprie.
Numeri di questa portata permettono a Messina di presentare l’offerta su Mps non come un’operazione difensiva, ma come l’ulteriore sviluppo di un gruppo che già oggi dispone di una capacità reddituale e patrimoniale difficilmente confrontabile con quella degli altri protagonisti italiani.
L’opas su MPS
La parte più dura dell’intervento, però, è stata dedicata alle alternative che Siena starebbe studiando per rendere più attraente una fusione con Banco Bpm. Una delle ipotesi sarebbe la distribuzione di un dividendo straordinario agli azionisti di Mps, utilizzando il capitale in eccesso o le risorse ricavate dalla vendita della partecipazione del 13,3% in Generali ereditata attraverso Mediobanca.
Messina ha ricordato che Mps si trova sottoposta alla passivity rule e che una distribuzione straordinaria dovrebbe ottenere il consenso degli azionisti e l’autorizzazione della Banca centrale europea. Non sarebbe quindi una decisione che il management potrebbe assumere liberamente nel tentativo di contrastare l’offerta in corso.
Secondo il ceo di Intesa, inoltre, il capitale apparentemente eccedente potrebbe non essere davvero disponibile. Dopo l’acquisizione di Mediobanca, Monte dei Paschi non è più soltanto una banca commerciale, ma un gruppo con attività importanti nella banca d’investimento, nel corporate e nel wealth management. Questo nuovo profilo comporta rischi e necessità patrimoniali differenti, che la vigilanza dovrebbe valutare prima di autorizzare una distribuzione straordinaria.
Le quote MPS di Generali
Ancora più problematica sarebbe la vendita della quota Generali. Messina ha posto una domanda molto semplice: chi sarebbe oggi in grado di acquistare sul mercato una partecipazione di quelle dimensioni? Intesa è impegnata nell’Opas; UniCredit, pur essendo un possibile compratore teorico, secondo il banchiere non sarebbe attualmente nelle condizioni di intervenire. Resterebbero grandi gruppi assicurativi come Allianz o Axa, ma si aprirebbe nuovamente il tema del controllo estero di un asset strategico italiano.
Una vendita accelerata sul mercato potrebbe inoltre avere effetti molto pesanti. Messina stima che la perdita della partecipazione in Generali possa ridurre del 20-30% il valore del titolo Mps, perché verrebbe meno uno degli elementi più importanti incorporati nelle quotazioni della banca dopo l’acquisizione di Mediobanca.
Non si tratta soltanto di un avvertimento rivolto a Siena. Se Mps distribuisse un dividendo straordinario o modificasse in modo rilevante il proprio patrimonio, Intesa sarebbe costretta a riconsiderare i termini dell’Opas e il rapporto di concambio. Messina non ha precisato in quale direzione, ma il significato appare evidente: gli eventuali benefici immediati distribuiti agli azionisti potrebbero essere compensati da una revisione dell’offerta.
La governance di MPS
Il ceo ha poi affondato il colpo sulla governance di Monte dei Paschi. Lo scontro esploso nel consiglio di amministrazione, con alcuni consiglieri di minoranza che hanno scritto al presidente Cesare Bisoni contestando le iniziative di Lovaglio, viene presentato da Messina come la conferma delle difficoltà strutturali della banca senese.
È sorprendente, sostiene in sostanza il numero uno di Intesa, che dopo quanto accaduto nei mesi precedenti Mps si trovi ancora immersa in conflitti interni. L’offerta di Ca’ de Sass avrebbe quindi anche l’obiettivo di consegnare agli azionisti un «porto sicuro» e una governance finalmente stabile e normale.
Naturalmente questa è la lettura di Messina. Dall’altra parte Luigi Lovaglio sta cercando di dimostrare che Mps, dopo avere conquistato Mediobanca, possiede forza, capitale e autonomia sufficienti per costruire un progetto alternativo con Banco Bpm. Lo scontro non riguarda soltanto il prezzo dell’offerta, ma due visioni opposte del futuro del sistema bancario italiano.
Intesa propone la nascita di un gruppo di dimensione europea, con circa 2.000 miliardi di attività finanziarie della clientela entro il 2029, un utile netto superiore a 16 miliardi e 61 miliardi complessivamente destinati agli azionisti tra il 2025 e il 2029. Lovaglio prova invece a difendere la centralità di Siena e Mediobanca costruendo una fusione alla pari con Banco Bpm.
Le prossime mosse saranno decisive. Il consiglio di Mps dovrà valutare l’offerta di Intesa, la proposta di Banco Bpm e le eventuali iniziative difensive compatibili con la passivity rule. Anche Consob e Bce saranno chiamate a seguire con grande attenzione un confronto che ormai ha superato la normale competizione industriale.
Carlo Messina ha scelto di non restare più ai margini della battaglia. Forte dei migliori risultati della storia di Intesa, ha messo in discussione la sostenibilità finanziaria, regolamentare e societaria delle alternative preparate da Siena. Il risiko, che sembrava avviato verso una lunga fase di attesa, si è improvvisamente riacceso.

Carlo Messina ha deciso di giocare all’attacco e lo ha fatto nel momento più favorevole, presentando conti difficilmente contestabili. Il messaggio è semplice: Intesa possiede utili, capitale e capacità distributiva sufficienti per completare l’operazione, mentre le contromosse di Mps vengono descritte come complicate, rischiose e comunque sottoposte al giudizio delle autorità.
Non tutto, però, può essere ridotto alla solidità dei bilanci. Quando Messina parla di una governance finalmente «normale», interviene direttamente nelle tensioni interne di un’altra banca quotata e trasforma l’Opas in un giudizio sul management di Siena. È una scelta comunicativa molto aggressiva, che probabilmente provocherà una risposta altrettanto dura di Luigi Lovaglio. D’altra parte questo stile non è nuovo: lo avevamo già visto ai tempi dell’acquisizione di UBI Banca. Oggi Messina parla quasi come se l’operazione fosse già conclusa, dando l’impressione di considerare Monte dei Paschi una banca destinata inevitabilmente a entrare nel gruppo Intesa.
Resta poi la questione più importante per gli azionisti: quale progetto creerà davvero più valore nel medio periodo? Il premio immediato dell’offerta Intesa, la possibile distribuzione straordinaria di Mps e le sinergie di una fusione con Banco Bpm devono essere confrontati con attenzione, evitando che la battaglia venga decisa soltanto attraverso dichiarazioni, pressioni e reciproche delegittimazioni.
C’è infine un’assenza che colpisce. Nelle dichiarazioni di Messina si parla molto di utili, governance, capitale e sinergie, ma quasi mai delle lavoratrici e dei lavoratori di Monte dei Paschi. Si parla di assunzioni, ma manca un riferimento concreto al destino del personale di Mps, alla rete delle filiali e al possibile smembramento della banca. È un tema che, al di là delle logiche finanziarie, meriterebbe molta più attenzione.
Una cosa è certa: dopo l’intervento di Messina non siamo più davanti a un confronto diplomatico tra progetti industriali. È cominciato lo scontro finale.
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