
Il risiko attorno a BdM Banca continua ad allargarsi. E ormai la sensazione è chiara: la ex Popolare di Bari non è più semplicemente una banca salvata dallo Stato e rimessa in carreggiata dopo il crac del 2019. È diventata un asset strategico che interessa contemporaneamente grandi gruppi nazionali, colossi europei e sistemi territoriali del credito cooperativo.

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Dopo settimane di indiscrezioni, ricostruzioni e mezze conferme, l’articolo di Luca Carrello (nella foto a sx) e Luca Gualtieri (nella foto a dx) su MF aggiunge un nuovo elemento decisivo: la platea dei pretendenti continua a crescere e il dossier BdM sta rapidamente trasformandosi in una delle partite più osservate del nuovo risiko bancario italiano.
Le offerte non vincolanti sono attese entro il prossimo mese, mentre per arrivare all’esclusiva bisognerà attendere almeno settembre. La chiusura dell’operazione viene invece proiettata addirittura verso la fine del 2026. Tempi lunghi, dunque. Ma proprio questa lentezza sta consentendo alla partita di complicarsi sempre di più.
Perché nel frattempo i nomi aumentano.
I candidati
Sul tavolo restano naturalmente i candidati già emersi nelle scorse settimane. Iccrea, affiancata dalla Popolare di Puglia e Basilicata, continua a rappresentare la soluzione più “territoriale”, quella che punta a preservare il radicamento meridionale della banca attraverso una redistribuzione della rete tra le Bcc e l’istituto di Altamura. Una proposta che piace a chi teme lo smantellamento di BdM ma che presenta inevitabilmente complessità operative e Antitrust.
Poi c’è Credem, probabilmente il soggetto che appare più lineare sul piano industriale. La banca emiliana sembra interessata al gruppo nel suo complesso, senza ipotesi di spezzatino o spartizioni territoriali. Ed è proprio questa chiarezza che continua a renderla uno dei candidati più solidi della partita. Soluzione che – a quanto risulta – non è gradita ai sindacati aziendali.
Resta poi Crédit Agricole, il grande convitato europeo del dossier. Dopo l’acquisizione del Creval e il rafforzamento in Banco BPM, il gruppo francese guarda chiaramente al Sud come area ancora espandibile. Ma qui la questione si fa inevitabilmente politica. Perché l’eventuale crescita di Agricole nel credito italiano passa ormai anche attraverso il tema del golden power e del gradimento del governo. Ed è evidente che il Tesoro non consideri BdM una banca neutrale dal punto di vista strategico.
Proprio l’incertezza attorno alle mosse francesi starebbe, secondo alcune letture, influenzando anche Banco BPM. L’istituto guidato da Giuseppe Castagna osserva infatti la situazione con attenzione, mantenendo un profilo prudente ma lasciando intendere di essere pronto a cogliere eventuali opportunità. E qui il risiko diventa quasi una partita a scacchi multilivello: perché ogni movimento su BdM potrebbe avere riflessi indiretti anche sugli equilibri più ampi del sistema bancario italiano.
Ma il vero elemento nuovo dell’articolo di MF riguarda soprattutto Unicredit.
UniCredit, mossa a sorpresa?
Il nome della banca guidata da Andrea Orcel continua infatti a riemergere con insistenza. Ufficialmente non c’è alcuna manifestazione pubblica d’interesse, ma diverse fonti finanziarie ritengono che Piazza Gae Aulenti non resterebbe indifferente qualora venisse invitata a entrare davvero nella partita.
Ed è un dettaglio tutt’altro che marginale.
Perché Unicredit oggi si muove contemporaneamente su più tavoli europei, a partire dal dossier Commerzbank. Ma Orcel ha anche ribadito più volte di sentirsi “in un’ottima posizione” nel consolidamento bancario europeo e italiano. In altre parole: la banca non sembra voler restare spettatrice passiva del nuovo risiko.
Il punto è capire quale potrebbe essere la logica industriale di un eventuale interesse di Unicredit per BdM.
Da un lato ci sarebbe il rafforzamento nel Mezzogiorno, area dove la banca è già presente ma potrebbe aumentare ulteriormente massa critica e raccolta. Dall’altro ci sarebbe il valore simbolico e politico di acquisire una banca salvata direttamente dallo Stato e ormai tornata stabilmente in utile.
Ma c’è anche un’altra lettura possibile. E cioè che la presenza di Unicredit sullo sfondo serva a mantenere aperti gli equilibri negoziali, evitando che la gara si cristallizzi troppo presto attorno ad alcuni candidati.
BdM appetibile
Come se non bastasse, sul dossier cominciano a circolare persino i nomi di soggetti più laterali ma comunque significativi, come Cassa Centrale Banca. Da Trento arrivano smentite nette, ma il fatto stesso che il nome venga evocato conferma quanto il mercato consideri ormai BdM un’opportunità concreta e contendibile.

Ed è qui che il quadro cambia completamente rispetto a pochi anni fa.
Nel 2019 la Popolare di Bari era il simbolo di uno dei più grandi dissesti bancari del Sud Italia. Oggi la banca risanata viene osservata da gruppi nazionali, francesi, popolari territoriali e credito cooperativo. Un capovolgimento impressionante, reso possibile dal salvataggio pubblico da 1,6 miliardi e dal lavoro di ricostruzione industriale guidato da Mediocredito Centrale e dall’amministratore delegato Cristiano Carrus (nella foto).
Naturalmente restano tutti i nodi politici e sociali già emersi nei mesi scorsi.
I circa 70mila ex azionisti continuano a chiedere ristori per le perdite subite durante la gestione Jacobini. I sindacati temono lo “spezzatino” della rete e il ridimensionamento occupazionale. La politica meridionale osserva con crescente preoccupazione il rischio che la banca perda progressivamente la sua funzione territoriale.
Ed è proprio questo che rende il dossier BdM molto diverso da una normale operazione bancaria.
Perché qui non si vende soltanto una rete di sportelli. Si decide anche quale sarà il futuro di una delle poche realtà creditizie ancora profondamente radicate nel Mezzogiorno.
Il valore della Banca
Il Tesoro, almeno ufficialmente, continua a fissare due paletti: tutela dei dipendenti e crescita della banca e del territorio. Ma sarà interessante capire quanto questi criteri peseranno davvero quando arriverà il momento delle offerte economiche definitive.
Anche perché il valore dell’operazione continua a salire. La base d’asta ruota attorno ai 600 milioni di patrimonio, ma il Mef punta chiaramente a valorizzare il più possibile una banca che nel 2025 ha chiuso con 32 milioni di utile e che il mercato ormai considera pienamente risanata.
Il vero tema, però, resta politico prima ancora che finanziario.
Chi comprerà BdM non acquisirà soltanto una banca. Acquisirà un pezzo delicatissimo del rapporto tra Stato, credito e Mezzogiorno dopo uno dei più traumatici dissesti bancari italiani degli ultimi anni.
Ed è probabilmente per questo che il risiko continua ad allargarsi ogni settimana.