
Da qualche tempo sul mio blog sto seguendo con una certa attenzione – e ormai anche con una discreta collezione di episodi – il rapporto piuttosto complicato tra Unipol e lo smart working. Pensavo che nel mese di agosto l’argomento potesse concedersi una meritata vacanza. Evidentemente mi sbagliavo.
Da una fonte interna a Unipol, che lavora nella sede di San Donato Milanese, mi arriva infatti il racconto di quanto accaduto in queste ore in occasione di un intervento di manutenzione straordinaria. E la vicenda, se confermata nei termini che mi sono stati riferiti, è interessante non tanto per il problema tecnico in sé – gli impianti hanno bisogno di manutenzione e può capitare ovunque – quanto per la soluzione organizzativa adottata.
Ai dipendenti sarebbe stato comunicato che, per la giornata di mercoledì 19 agosto, la flessibilità oraria in uscita sarebbe stata ampliata consentendo di lasciare il luogo di lavoro a partire dalle ore 16, mentre per la mattinata di giovedì 20 agosto i colleghi che non avessero già programmato permessi personali avrebbero usufruito di un permesso retribuito a carico dell’azienda, con inizio dell’attività lavorativa alle 13.30 e accesso alla sede dalle 13.
Fin qui uno potrebbe dire: bene, l’azienda ha riconosciuto il disagio e ha trovato una soluzione.
Vero.
Ma proprio qui nasce una domanda talmente semplice da risultare quasi imbarazzante: perché non far lavorare quelle persone da casa?
Non stiamo parlando di inventare nel giro di una notte una nuova organizzazione aziendale, acquistare computer, installare collegamenti telematici o mandare qualcuno a cercare il Wi-Fi nei boschi. Stiamo parlando di una grande compagnia assicurativa che conosce perfettamente il lavoro da remoto, lo ha utilizzato e dispone evidentemente degli strumenti tecnologici necessari per consentirlo.
E invece no.
Secondo quanto mi viene raccontato, molti lavoratori, davanti alla prospettiva di raggiungere San Donato Milanese per lavorare soltanto quattro ore nel pomeriggio di giovedì, avrebbero scelto comprensibilmente di utilizzare altre quattro ore di permesso. Il risultato rischia quindi di essere piuttosto curioso: l’azienda concede mezza giornata di permesso retribuito e una parte dei dipendenti utilizza propri permessi per l’altra metà, mentre teoricamente quelle persone avrebbero potuto lavorare normalmente da casa.
Se le cose stanno così, siamo davanti a un piccolo capolavoro organizzativo.
E qui inevitabilmente ritorna lo smart working.
Ne abbiamo parlato moltissimo nei mesi scorsi, soprattutto dopo le note posizioni espresse da Carlo Cimbri sul lavoro agile e dopo le discussioni che ne sono seguite dentro e fuori dal Gruppo. Abbiamo anche osservato con sorpresa che il tema dello smart working è sostanzialmente assente dalla piattaforma presentata dalle organizzazioni sindacali per il rinnovo del CIA, nonostante fosse stato uno degli argomenti più discussi dai lavoratori.
Questo episodio aggiunge un altro piccolo tassello.
Perché una cosa è sostenere che la presenza fisica favorisca il confronto, la collaborazione, la cultura aziendale e la produttività. È una posizione discutibile, ma legittima. Altra cosa è trovarsi davanti a una situazione straordinaria nella quale la sede non può essere utilizzata normalmente e continuare a non considerare il lavoro da remoto nemmeno come strumento temporaneo di flessibilità organizzativa.
La fonte che mi ha raccontato la vicenda usa parole decisamente più dure e interpreta la scelta come l’ennesima dimostrazione che in Unipol non vi sia alcuna intenzione di riaprire il dossier smart working. Io preferisco fermarmi ai fatti e alle domande, perché sono già sufficientemente eloquenti.
Anche perché nel pomeriggio del 19 agosto la situazione, sempre secondo quanto mi viene riferito dalla sede, avrebbe assunto contorni ancora più paradossali. I lavori sarebbero infatti iniziati prima dell’orario previsto e già intorno alle 15 alcuni ambienti avrebbero cominciato a risentire dell’aumento della temperatura. Alcuni lavoratori avrebbero quindi lasciato la sede intorno alle 16 o poco prima.
E così ritorna alla memoria quanto abbiamo raccontato nei mesi scorsi a proposito dei problemi agli impianti di climatizzazione nelle sedi del Gruppo. Evidentemente tra Unipol e l’aria condizionata continua a esserci un rapporto complicato. Avevamo scherzato sulla possibilità di chiamare un esorcista: forse conviene conservare il numero.
Ma dietro l’ironia rimane una questione seria.
Le aziende sono ancora fatte di persone.
Unipol sta vivendo probabilmente una delle fasi più importanti della propria storia. Produce utili molto elevati, distribuisce dividendi importanti, rafforza il proprio ruolo nel sistema finanziario italiano e sta giocando una partita gigantesca sull’asse Bper-Monte dei Paschi. Tutto questo merita attenzione e, quando necessario, anche apprezzamento.
Ma proprio perché si parla continuamente di miliardi, aggregazioni, redditività, capitale e nuovi equilibri finanziari, ogni tanto sarebbe utile ricordarsi anche delle cose apparentemente più piccole: come organizzare il lavoro di alcune centinaia di persone quando per qualche ora una sede non è pienamente utilizzabile.
Ed è precisamente qui che lo smart working smette di essere una battaglia ideologica. Può diventare semplicemente uno strumento organizzativo.
Se un ufficio non è disponibile, lavoro da casa. Se devo affrontare un viaggio per lavorare soltanto quattro ore, posso evitarlo. L’azienda non perde una giornata di produttività, il lavoratore non perde ore nei trasferimenti e nessuno deve inventarsi complicate combinazioni di permessi.
Non mi pare esattamente una rivoluzione bolscevica.
Rimane infine il sindacato. La fonte interna che mi ha segnalato il caso è molto critica e sostiene che, almeno fino al momento in cui mi ha scritto, non vi siano state prese di posizione sindacali sulla vicenda. Arriva persino a prevedere ironicamente la successiva comparsa della «consueta mail» di protesta.
Su questo aspetterei.
Siamo al 20 agosto e concediamo alle organizzazioni sindacali almeno il tempo di togliere la sabbia dalle ciabatte. Se arriverà un comunicato, come sempre, lo pubblicheremo e lo commenteremo. Se non arriverà, commenteremo anche quello.
Ma il problema principale resta un altro e continua a essere sempre lo stesso: quanto deve diventare eccezionale una situazione perché in Unipol si possa pronunciare nuovamente la parola “smart working”?
Perché dopo mesi di discussioni, scioperi, assemblee, dichiarazioni, piattaforme CIA e polemiche, siamo arrivati a una situazione abbastanza singolare: pur di non lavorare da casa per una mattina, si preferisce – almeno in questo caso – pagare un permesso aziendale.
E forse il prossimo rinnovo del CIA dovrebbe partire anche da qui. Non dalle teorie sul futuro del lavoro.
Da San Donato Milanese, 20 agosto 2026, dove, per qualche ora, sembra essere stato più semplice non lavorare che lavorare da casa, è tutto. Linea allo studio.
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