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Price cap, il giorno dopo: avevamo ragione a dubitare. Ora il problema sono le pompe bianche

Immagine creata da ChatGPT in relazione al contenuto del post

Eravamo stati facili profeti quando ieri sera avevamo scritto che questa mattina non tutto sarebbe filato liscio con il debutto del price cap sulla benzina e sul gasolio, perché tra l’annuncio di una grande compagnia petrolifera e la sua applicazione contemporanea in migliaia di distributori esiste una rete molto complessa fatta di gestori, forniture già acquistate, cisterne da riempire, contratti differenti e margini economici ridottissimi, e pensare che alle prime ore di lunedì tutto questo potesse sincronizzarsi senza qualche problema era probabilmente troppo ottimistico.


👉 Lo Spiegoncino della domenica – Price cap sulla benzina: ma siamo proprio sicuri che domani funzionerà così? 27 settembre


Adesso che la prima giornata è quasi trascorsa possiamo cominciare a capire che cosa è successo davvero e la fotografia che emerge è abbastanza chiara: il price cap di Eni è partito, molti distributori Eni ed Enilive hanno effettivamente applicato il tetto di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio, ma l’applicazione non è stata uniforme sul territorio, perché in alcune città si sono formate code, in altre tutto è filato tranquillamente e in qualche caso la corsa al rifornimento ha addirittura provocato l’esaurimento temporaneo del carburante.
A Napoli e Torino sono stati segnalati alcuni distributori Eni rimasti senza benzina e Repubblica racconta il caso emblematico di una stazione di servizio di via Cristoforo Colombo, nel capoluogo campano, dove in circa tre ore e mezzo sono stati erogati più di duemila litri di benzina, con un’affluenza che il gestore Maurizio Ferrara, attivo nel settore da circa quarant’anni, ha paragonato a quella che normalmente si vede soltanto in occasione degli scioperi.
Possiamo quindi mettere agli atti una prima conclusione, perché lo sconto esiste, il price cap è partito davvero e non si è trattato soltanto di un annuncio, anche se la realtà del primo giorno è inevitabilmente più complicata di quella rappresentata da due numeri scritti sul grande cartello di un distributore.

Anche IP segue Eni

Nel frattempo è arrivata anche IP, che ha deciso di adottare gli stessi limiti scelti da Eni, quindi 1,99 euro per la benzina e 2,19 per il gasolio, cominciando oggi da circa 300 stazioni di servizio e prevedendo successivamente un’estensione progressiva alla rete a gestione diretta, che rappresenta grosso modo la metà dei 4.575 distributori a marchio presenti nel Paese.
La società controllata dall’azera Socar ha quindi seguito la strada aperta da Eni, ma lo sta facendo gradualmente e questo conferma uno dei punti sui quali insistevamo ieri, perché non esiste un interruttore che possa modificare contemporaneamente il prezzo di migliaia di impianti che hanno gestioni, approvvigionamenti e condizioni economiche differenti.
La conseguenza è che questa mattina un automobilista poteva trovare a poca distanza distributori con prezzi sensibilmente diversi e questa differenza non significa necessariamente che qualcuno stesse cercando di approfittare della situazione, perché stiamo attraversando una fase nella quale convivono compagnie che hanno deciso di imporre un tetto, impianti che stanno progressivamente adeguandosi e operatori che continuano ad acquistare il carburante alle normali condizioni di mercato.

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Questa mattina sono andato anch’io a fare benzina

Dopo avere scritto ieri sera che ci saremmo dati appuntamento alla pompa, questa mattina sono andato naturalmente a vedere che cosa stava succedendo e sono riuscito a fare benzina in una grande stazione Eni che applicava regolarmente il prezzo annunciato, senza trovare alcuna fila e senza incontrare particolari problemi.
Dal punto di vista del consumatore posso quindi soltanto registrare positivamente quello che è successo, perché ho acquistato la benzina a un prezzo inferiore rispetto a quello che avrei pagato il giorno precedente, ma mi è bastato osservare i distributori che incontravo per rendermi conto che la situazione era molto diversa da impianto a impianto, con altre pompe che continuavano a esporre prezzi sostanzialmente invariati e soprattutto con alcuni distributori indipendenti praticamente deserti.
Ed è proprio quest’ultima immagine che mi ha fatto pensare che, risolto almeno in parte il problema che ci ponevamo ieri, oggi ne stia emergendo un altro forse ancora più importante.

Adesso il vero problema potrebbero diventare le pompe bianche

Fino a pochi giorni fa le cosiddette pompe bianche e i piccoli distributori indipendenti rappresentavano spesso l’alternativa più conveniente alle grandi compagnie petrolifere, perché attraverso strutture più leggere e politiche commerciali aggressive riuscivano frequentemente a offrire benzina e gasolio a qualche centesimo in meno rispetto agli impianti dei grandi marchi.
Oggi questa situazione si è improvvisamente capovolta, perché una compagnia delle dimensioni di Eni può decidere di sostenere economicamente un’operazione di questa portata fissando un tetto nazionale, mentre IP appartiene a un grande gruppo internazionale come Socar e dispone a sua volta della forza finanziaria necessaria per seguire quella strada, mentre un piccolo distributore indipendente deve continuare ad acquistare il carburante sul mercato e rivenderlo con margini già molto ridotti, senza avere necessariamente la possibilità economica di abbassare il prezzo di quindici o venti centesimi per inseguire i grandi concorrenti.
Se davanti a una pompa Eni troviamo la benzina a 1,99 euro e poche centinaia di metri più avanti una pompa bianca è costretta a venderla a 2,10 o 2,15 euro perché quello è il prezzo compatibile con il costo sostenuto per acquistare il prodotto, non occorre conoscere i meccanismi della distribuzione petrolifera per immaginare dove andrà la maggior parte degli automobilisti.

Andrà dove risparmia. Ed è esattamente quello che ho visto questa mattina, con la grande stazione Eni che lavorava normalmente e alcuni distributori indipendenti nei dintorni che apparivano quasi deserti.

Il consumatore fa benissimo a scegliere il prezzo più basso e io stesso ho fatto esattamente la stessa cosa, ma questo non significa che non dobbiamo chiederci che cosa possa succedere nel medio periodo se una parte importante della distribuzione indipendente non fosse economicamente in grado di sostenere la nuova guerra dei prezzi.

Per ora l’effetto sulla media nazionale è molto più piccolo

I dati pubblicati oggi aiutano anche a comprendere perché non si possa ancora parlare di una riduzione generalizzata del prezzo dei carburanti in Italia, visto che secondo l’Osservatorio prezzi del ministero delle Imprese il prezzo medio nazionale del self service sulla rete ordinaria è sceso a 2,152 euro al litro per la benzina e 2,369 euro per il gasolio, con una diminuzione rispetto al giorno precedente rispettivamente di circa sette e otto millesimi.
La differenza tra i circa 17 centesimi di riduzione annunciati da Eni e i pochi millesimi registrati dalla media nazionale non rappresenta naturalmente una contraddizione, perché il primo dato riguarda gli impianti interessati direttamente dall’iniziativa della compagnia, mentre il secondo comprende migliaia di distributori appartenenti ad altre reti e operatori indipendenti che continuano a vendere benzina e gasolio a prezzi differenti.
Anche i dati regionali confermano questa situazione, perché secondo l’Unione nazionale consumatori il calo maggiore è stato registrato in Friuli-Venezia Giulia, dove la presenza della rete Eni è particolarmente forte, seguito dal Lazio e dall’Abruzzo, mentre in altre regioni l’impatto sulla media è risultato decisamente più contenuto.
Questo significa semplicemente che il price cap produce un effetto molto evidente per chi può rifornirsi direttamente in una stazione che lo applica, ma per modificare in maniera sostanziale il prezzo medio nazionale è necessario che la riduzione si estenda a una quota molto più ampia della rete distributiva italiana.

Ma se alla fine pagassero il conto i piccoli distributori?

È questa la domanda che secondo me dovremmo cominciare a porci dopo la prima giornata, perché se guardiamo soltanto all’immediato non c’è molto da discutere: poter acquistare benzina a 1,99 euro invece che a 2,15 rappresenta un vantaggio evidente e nessuno può chiedere a un automobilista di spendere volontariamente di più per sostenere il distributore indipendente che si trova dall’altra parte della strada.
Il problema nasce quando allarghiamo lo sguardo oltre il pieno di oggi, perché la concorrenza funziona davvero quando sul mercato rimangono molti operatori capaci di competere tra loro, mentre rischia di produrre l’effetto opposto quando soltanto le aziende economicamente più forti possono permettersi di sostenere per un periodo prolungato prezzi che i concorrenti più piccoli non sono in grado di replicare.
Le associazioni dei gestori hanno già sollevato il problema e FIGISC Confcommercio parla apertamente di “concorrenza sleale”, arrivando a ipotizzare iniziative comuni e anche un possibile ricorso all’Antitrust, perché teme che il nuovo meccanismo possa mettere in difficoltà proprio quegli operatori indipendenti che negli ultimi anni hanno contribuito a mantenere una certa pressione concorrenziale sui prezzi.
Non sappiamo ancora se queste preoccupazioni siano destinate a concretizzarsi e sarebbe prematuro concludere che il price cap provocherà necessariamente una riduzione della concorrenza, ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il problema, perché una guerra dei prezzi è un’ottima notizia per i consumatori quando costringe tutti gli operatori a diventare più competitivi, mentre può diventare molto meno conveniente nel lungo periodo se porta all’uscita dal mercato dei soggetti economicamente più deboli.

E adesso protestano anche autotrasportatori e tassisti

Ma le tensioni provocate dal caro carburanti non riguardano soltanto i gestori delle stazioni di servizio e le pompe bianche, perché nelle ultime ore si stanno facendo sentire anche quelle categorie per le quali benzina e gasolio non rappresentano semplicemente una voce del bilancio familiare, ma uno dei principali costi necessari per poter lavorare ogni giorno.
Autotrasportatori e tassisti hanno chiesto al Governo di essere convocati e hanno minacciato iniziative di protesta, fino allo sciopero, qualora non arrivassero rapidamente risposte, perché dal loro punto di vista il price cap applicato volontariamente da Eni e ora progressivamente da IP può certamente contribuire ad alleggerire il problema, ma non rappresenta una soluzione strutturale per settori che consumano grandi quantità di carburante e che nelle ultime settimane hanno visto aumentare pesantemente i propri costi di esercizio.
La questione posta da queste categorie è abbastanza semplice: se l’aumento dei carburanti è diventato un’emergenza tale da spingere il Governo a chiedere alle grandi compagnie petrolifere di calmierare i prezzi, allora chi utilizza benzina e soprattutto gasolio come strumento indispensabile della propria attività chiede che l’intervento non venga affidato soltanto alla buona volontà delle compagnie, ma venga affrontato direttamente dall’esecutivo attraverso un confronto con le organizzazioni di rappresentanza.
La minaccia dello sciopero, quindi, aggiunge un altro elemento a una situazione che soltanto apparentemente riguarda il prezzo che leggiamo sul tabellone quando entriamo in un distributore, perché il costo del carburante entra direttamente nel prezzo del trasporto delle merci, nei conti delle imprese, nell’attività dei taxi e, alla fine della catena, rischia inevitabilmente di arrivare ancora una volta nelle tasche dei consumatori.
Anche per questo sarà importante capire nelle prossime ore se il Governo deciderà di convocare le categorie e quale risposta intenderà dare, perché se alle proteste dei gestori dovessero aggiungersi quelle degli autotrasportatori e dei tassisti, con la prospettiva concreta di scioperi, il problema del caro carburanti assumerebbe rapidamente una dimensione molto più ampia di quella che può essere affrontata semplicemente convincendo Eni, IP e magari Q8 ad abbassare i prezzi alla pompa.

Adesso il Governo prova ad allargare il fronte

Secondo Repubblica, Palazzo Chigi starebbe cercando di convincere anche altri grandi operatori ad aderire all’iniziativa e l’attenzione sarebbe rivolta soprattutto a Q8, con contatti che avrebbero coinvolto anche i rapporti diplomatici con il Kuwait, perché se un’altra grande compagnia decidesse di seguire Eni e IP la quota della rete interessata dal price cap crescerebbe ulteriormente e l’impatto sui prezzi medi nazionali potrebbe diventare molto più consistente.
Un’estensione dell’iniziativa alle altre major sarebbe certamente una buona notizia per gli automobilisti, ma renderebbe contemporaneamente ancora più urgente affrontare il problema degli operatori indipendenti, perché più aumenta la parte del mercato coperta da grandi compagnie capaci di sostenere il tetto e più diventa difficile per una piccola pompa bianca continuare a competere senza vendere in perdita.
Il presidente dell’Unione nazionale consumatori, Massimiliano Dona, ha definito positiva l’iniziativa di Eni ma ha anche ricordato che il Governo non può limitarsi ad assistere a quello che stanno facendo le compagnie, perché se l’obiettivo è intervenire strutturalmente sul costo dei carburanti occorre affrontare il problema nel suo complesso e non soltanto sperare che la concorrenza tra i grandi operatori produca spontaneamente la soluzione.

Eravamo stati facili profeti, ma solo fino a un certo punto

Ieri avevamo scritto che questa mattina non avremmo trovato magicamente lo stesso prezzo in tutti i distributori e i fatti ci hanno dato ragione, perché la prima giornata è stata caratterizzata da applicazioni differenti, code in alcune città, distributori rimasti temporaneamente senza carburante e una rete IP che ha iniziato soltanto progressivamente ad applicare il nuovo tetto.
Dobbiamo però riconoscere con altrettanta chiarezza che il price cap di Eni è partito davvero e molti automobilisti hanno effettivamente acquistato benzina e gasolio ai prezzi annunciati, quindi sarebbe sbagliato trasformare i problemi della prima giornata nella dimostrazione che l’intera operazione sia stata soltanto propaganda o un annuncio destinato a rimanere sulla carta.

La questione interessante adesso non è più stabilire se il price cap esista, perché sappiamo che esiste e sappiamo che in una parte consistente della rete viene applicato, ma capire quanto riuscirà ad allargarsi, quanto durerà e quale effetto produrrà realmente sui prezzi medi.

Perché oggi noi consumatori abbiamo certamente guadagnato qualcosa e sarebbe assurdo negarlo, ma una crisi dei carburanti non si risolve soltanto mettendo 1,99 sul tabellone di una pompa, soprattutto se dall’altra parte della strada il piccolo distributore rimane senza clienti e, qualche chilometro più avanti, chi deve utilizzare il carburante per lavorare continua a chiedere al Governo un intervento strutturale.
Ieri ci eravamo lasciati dicendo: ci vediamo domani mattina alla pompa.
Ci siamo andati e qualcosa abbiamo capito.
Adesso aspettiamo qualche giorno, perché questa storia è appena cominciata e la prossima fotografia potrebbe non essere più quella delle code davanti ai distributori Eni, ma quella delle pompe bianche vuote, dei gestori sul piede di guerra e, se il confronto non partirà, dei camion e dei taxi fermi.


Repubblica.it, 28 settembre 2026, con gli articoli di Emma Bonotti, “Dove, quando, perché e i prezzi: tutto quello che c’è da sapere sul tetto ai carburanti”, e Rosaria Amato, “I benzinai di Confcommercio: È concorrenza sleale. Valutiamo azioni comuni anche all’Antitrust”; Repubblica.it,
Tommaso Ciriaco, sul possibile coinvolgimento di Q8;
Corriere della Sera, 28 settembre 2026, Fausta Chiesa, “Benzina, prime code ai distributori. IP si adegua all’Eni e il prezzo medio nazionale scende di 7 millesimi”.


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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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