Una centrale nucleare nell’area dell’ex impianto Enel di Polesine Camerini, a Porto Tolle? Per ora è un’ipotesi, ma la discussione è diventata una questione politica e ambientale che riguarda anche Comacchio, Goro e Mesola. Tra chi intravede un’occasione di sviluppo e chi teme l’ennesima pressione su un territorio fragile, il confronto si accende alla vigilia del convegno del 7 novembre. E intanto manca ancora la cosa più importante: un progetto da esaminare.

Una centrale nucleare a Porto Tolle, nell’area dell’ex impianto termoelettrico Enel di Polesine Camerini, a pochi chilometri dal territorio ferrarese (vedi post Porto Garibaldi e Comacchio, dai tigli di via Livraghi al nucleare nel Delta: chi decide il futuro del territorio? 22 ottobre).
Fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata una provocazione, una di quelle ipotesi destinate ad alimentare qualche discussione e poi a scomparire.
Oggi, invece, la questione è arrivata sulle prime pagine dei giornali, coinvolge amministratori locali, associazioni ambientaliste, studiosi e cittadini e si prepara a diventare protagonista di un incontro pubblico previsto per sabato 7 novembre.
La Nuova Ferrara del 4 novembre dedica alla vicenda il titolo di apertura «Una centrale nucleare a due passi dal Ferrarese», raccontando l’iniziativa del comitato Nucleare e Ragione, convinto che l’area dell’ex centrale possa rappresentare una possibile localizzazione per un futuro impianto nucleare.
Tre giorni prima, il 1° novembre, Luigi Migliorini aveva affrontato l’argomento sul Corriere del Veneto, con un titolo decisamente meno entusiasta: «Nucleare in Polesine? Territorio troppo fragile e c’è il nodo delle scorie».
Due impostazioni differenti che raccontano bene il clima nel quale si sta sviluppando questa discussione. Da una parte chi intravede la possibilità di rilanciare un’area industriale attraverso un investimento energetico importante, dall’altra chi teme che il Delta del Po debba sopportare un’ulteriore trasformazione industriale, proprio mentre continua a fare i conti con problemi ambientali che non sono certamente nati oggi.
Ma prima di entrare nel merito delle posizioni, c’è una precisazione indispensabile: a Porto Tolle non risulta ancora presentato e approvato alcun progetto di centrale nucleare. Non conosciamo la tecnologia che verrebbe utilizzata, la potenza dell’impianto, i costi, i tempi di realizzazione, il sistema di raffreddamento e nemmeno il soggetto industriale che dovrebbe assumersi la responsabilità dell’investimento.
Stiamo quindi discutendo di un’ipotesi di localizzazione, non di una decisione già assunta.
E questa distinzione dovrebbe accompagnare tutto il confronto, perché altrimenti rischiamo di dividerci tra favorevoli e contrari a una centrale della quale, per il momento, non conosciamo neppure le caratteristiche fondamentali.
Il tema, naturalmente, non nasce dal nulla.
Nel settembre scorso il Parlamento ha approvato la legge delega sul nucleare sostenibile, diventata legge n. 169 del 29 settembre 2026, che affida al Governo il compito di definire il quadro normativo per l’eventuale ritorno della produzione nucleare in Italia. È un passaggio politico importante, perché dopo decenni nei quali il nostro Paese ha rinunciato a produrre energia elettrica attraverso centrali nucleari, si torna a discutere concretamente di questa possibilità.
Ma la legge non individua Porto Tolle come sito idoneo, né autorizza la costruzione di impianti. Le eventuali localizzazioni dovranno essere valutate sulla base di criteri tecnici, ambientali e territoriali e attraverso procedure autorizzative specifiche.
Nel frattempo, però, il dibattito locale è già entrato nel vivo.
Il comitato Nucleare e Ragione sostiene che l’ex centrale Enel possa rappresentare un’opportunità per lo sviluppo del territorio, grazie alla presenza di un’area già destinata ad attività industriali e alle potenzialità economiche e occupazionali di un investimento nucleare. In un intervento pubblico rivolto anche a Legambiente, il comitato ha richiamato la possibilità di formare personale specializzato, creare un indotto durante la costruzione e la gestione dell’impianto e utilizzare il calore residuo per attività produttive, serre e acquacoltura.
Sono prospettive interessanti, ma che dovrebbero essere accompagnate da valutazioni economiche precise. Un investimento importante non produce automaticamente benefici diffusi sul territorio, così come la presenza di professionalità specializzate non garantisce, da sola, che i posti di lavoro vengano occupati dai residenti.
Dall’altra parte, Legambiente Adria–Delta del Po ha espresso una netta contrarietà all’ipotesi, richiamando la fragilità ambientale dell’area, i possibili effetti del raffreddamento degli impianti sugli ecosistemi acquatici, i costi di costruzione e la necessità di individuare soluzioni energetiche alternative, puntando maggiormente sulle fonti rinnovabili.
Il problema dell’acqua è uno dei punti sui quali il confronto si è fatto più acceso. I contrari temono che un impianto nucleare possa aggravare una situazione già segnata da siccità, cuneo salino e difficoltà per l’agricoltura e la pesca. I favorevoli rispondono che un’eventuale centrale potrebbe utilizzare acqua marina per il raffreddamento, evitando di sottrarre acqua dolce alle attività agricole.
Ma anche qui, senza conoscere il progetto, entrambe le affermazioni rimangono incomplete.
Prelevare acqua e consumarla non sono la stessa cosa, ma restituirla al mare non significa necessariamente escludere qualsiasi conseguenza ambientale. Occorrerebbe conoscere le quantità, le temperature, i punti di prelievo e scarico e le caratteristiche degli ecosistemi interessati.
Una discussione seria dovrebbe partire proprio da questi elementi.

Cora Bonazza (nella foto), in un intervento su Facebook del 2 novembre, ha posto una domanda provocatoria: «Nucleare in Polesine: siamo nel 2026 o siamo rimasti al 1986?». La sua riflessione invita a non giudicare il nucleare contemporaneo utilizzando esclusivamente le immagini e le paure legate al disastro di Chernobyl, perché nel frattempo le tecnologie sono cambiate e oggi si discute anche di piccoli reattori modulari, oltre che di impianti tradizionali.
Bonazza ha ragione quando sostiene che non si può parlare genericamente di nucleare come se tutte le tecnologie fossero identiche. Ma proprio questa considerazione rafforza la necessità di conoscere quale tecnologia venga effettivamente ipotizzata per Porto Tolle, perché non basta richiamare le innovazioni disponibili o in fase di sviluppo per dimostrare che una determinata soluzione sia già pronta, conveniente e compatibile con quel territorio.
Anche il tema delle scorie radioattive, affrontato dalla Nuova Ferrara, merita un chiarimento.
L’Italia deve ancora realizzare il Deposito Nazionale destinato alla gestione dei rifiuti radioattivi, ma non tutti i rifiuti prodotti da un impianto nucleare possono essere trattati allo stesso modo. Per quelli a molto bassa e bassa attività è previsto lo smaltimento definitivo nel futuro deposito, mentre per i rifiuti a media e alta attività e per il combustibile esaurito rimangono necessarie soluzioni di stoccaggio e gestione specifiche, in attesa delle destinazioni definitive previste.
Non significa che la tecnologia non sia in grado di affrontare questi problemi, ma significa che la gestione dei rifiuti deve far parte della valutazione complessiva di qualsiasi investimento nucleare, insieme ai costi di costruzione, esercizio e smantellamento.
E poi c’è il territorio.
L’Osservatore di Comacchio, in un intervento pubblicato in questi giorni, ha assunto una posizione che considero particolarmente interessante: non una contrarietà di principio all’energia nucleare, ma una contestazione della possibile scelta del Delta del Po come sede di una centrale.
L’Osservatore richiama i dati del Consorzio di Bonifica sulla presenza di aree situate sotto il livello del mare, le rilevazioni ARPAE relative alla risalita del cuneo salino e le norme dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica sulla valutazione dei siti nucleari.
Il ragionamento è semplice: la presenza di una vecchia centrale termoelettrica non dimostra automaticamente che lo stesso sito sia adatto a ospitare un reattore nucleare.
Il Delta del Po è un territorio straordinario, riconosciuto dall’UNESCO come Riserva della Biosfera, ma anche particolarmente vulnerabile. La subsidenza, l’erosione costiera, l’innalzamento del livello del mare e l’intrusione salina rappresentano fenomeni che devono essere considerati nella progettazione di qualsiasi grande infrastruttura destinata a rimanere operativa per molti decenni.
Naturalmente non possiamo concludere, soltanto sulla base di queste caratteristiche, che costruire una centrale nucleare sia tecnicamente impossibile. L’ingegneria dispone di strumenti per studiare e affrontare condizioni ambientali difficili, ma l’idoneità deve essere dimostrata attraverso valutazioni specifiche, non semplicemente dichiarata.
È questa, a mio avviso, la differenza tra una discussione scientifica e una contrapposizione ideologica.

Nel confronto è intervenuto anche Michele Farinelli (nella foto), segretario del PD di Comacchio, le cui dichiarazioni sono state riprese dalla Nuova Ferrara. Farinelli contesta l’idea che il Delta debba trasformarsi in un nuovo polo nucleare e richiama la necessità di puntare su ricerca, energie rinnovabili compatibili, recupero ambientale, pesca sostenibile, turismo e lavoro qualificato.

La sua critica si rivolge anche alla sindaca di Mesola, Lisa Duò (nella foto), che ha espresso una posizione favorevole all’ipotesi nucleare, sottolineando le opportunità in termini di autonomia energetica e occupazione.
Farinelli osserva che la promessa di posti di lavoro non può diventare una giustificazione sufficiente per qualsiasi scelta industriale, soprattutto quando riguarda un territorio nel quale la tutela ambientale costituisce anche una condizione fondamentale per numerose attività economiche.

Una posizione diversa è stata espressa dalla sindaca di Goro, Marika Bugnoli (nella foto), che ha preferito chiedere maggiori informazioni prima di formulare una valutazione definitiva.

E anche il sindaco di Porto Tolle, Roberto Pizzoli (nella foto), presidente del Parco del Delta del Po, ha manifestato forti riserve sull’ipotesi, pur avendo annunciato la propria partecipazione all’incontro pubblico del 7 novembre.
Quell’appuntamento, organizzato dal comitato Nucleare e Ragione presso la Sala della Musica di Porto Tolle, vedrà la partecipazione di Pierluigi Totaro, presidente del comitato, dei professori del Politecnico di Milano Marco Ricotti e Marco Caresana e dell’architetto Marco Bonotto, oltre allo stesso Pizzoli.
Sarà un’occasione per ascoltare argomentazioni tecniche e approfondire le prospettive del sito, ma sarebbe sbagliato attribuire al convegno un valore che non può avere: un incontro pubblico, anche con relatori qualificati, non equivale a una valutazione ufficiale dell’idoneità di Porto Tolle.
E sarebbe auspicabile che il confronto non si fermasse alla sponda veneta, perché le eventuali conseguenze di un impianto di questa natura non riguarderebbero soltanto Porto Tolle, ma anche Goro, Mesola, Comacchio e più in generale l’intero sistema del Delta.

A Porto Tolle discutono, a Comacchio aspettano?
Devo confessare che questa vicenda mi interessa particolarmente, non soltanto per la discussione sul nucleare, ma perché riguarda un territorio che conosco bene e al quale sono legato moltissimo, un territorio che da decenni convive con problemi ambientali e trasformazioni industriali troppo spesso affrontati separatamente, come se ogni nuova infrastruttura dovesse sorgere in un luogo nel quale non esiste già nulla.
Non sono contrario per principio al nucleare e non considero questa tecnologia una soluzione miracolosa, perché penso che ogni scelta energetica debba essere valutata sulla base di dati scientifici, costi, benefici, rischi e alternative concretamente disponibili. Proprio per questo non mi convincono né i no pronunciati prima ancora di conoscere una tecnologia, né i sì sostenuti sulla base di benefici che devono ancora essere dimostrati.
Nel Delta del Po abbiamo già affrontato questioni legate alle estrazioni di metano, alla subsidenza, all’erosione costiera, al cuneo salino, ai rigassificatori di Porto Levante e Ravenna e ai progetti di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica. Non sostengo che tutte queste attività abbiano gli stessi effetti, perché sarebbe scorretto, ma credo che sia arrivato il momento di domandarsi quale sia il carico complessivo che questo territorio può sopportare e quale modello di sviluppo intendiamo costruire per il futuro.
La discussione sul nucleare dovrebbe diventare anche l’occasione per affrontare questa domanda. Ed è qui che entra in gioco la politica.
A Mesola la sindaca Lisa Duò ha espresso una posizione favorevole, a Goro Marika Bugnoli ha chiesto di conoscere meglio l’ipotesi e a Porto Tolle Roberto Pizzoli ha manifestato le proprie riserve, pur decidendo di partecipare al confronto pubblico del 7 novembre.
E a Comacchio?

Il sindaco Samuele Bellotti (nella foto), secondo quanto riportato dalla stampa, preferisce aspettare di conoscere le caratteristiche dell’eventuale impianto prima di esprimere una valutazione.
Una prudenza che, in linea di principio, posso anche comprendere. Ma non vorrei che, come accade talvolta nella politica locale, la prudenza diventasse il modo più comodo per evitare di assumere una posizione.
Perché un sindaco non deve necessariamente dichiararsi favorevole o contrario a una centrale nucleare prima di conoscere un progetto, ma può già indicare quali condizioni considera indispensabili per tutelare il proprio territorio, sollecitare studi indipendenti e chiedere un confronto che coinvolga le amministrazioni delle due sponde del Po, i cittadini, le imprese e le associazioni.
Insomma, può esercitare un ruolo politico anche senza avere già deciso quale debba essere il risultato finale.
E invece, almeno per il momento, mi sembra che Comacchio rischi di assistere alla discussione più che parteciparvi.
Non vorrei che si ripetesse il caso Bolkestein, del quale ho parlato nel post del 30 ottobre, «Bolkestein a Comacchio: la mozione passa, la maggioranza si divide. Tra prove muscolari, 20.000 euro e il confronto con Rimini», quando il gruppo consiliare di Fratelli d’Italia ha assunto l’iniziativa politica, ottenendo l’approvazione di una mozione che ha provocato qualche mal di pancia all’interno della maggioranza che sostiene Bellotti.
Dovremo aspettare ancora una volta che siano altri a indicare la strada?
Il Delta del Po non conosce confini amministrativi e sarebbe davvero singolare che una questione capace di incidere su un territorio così vasto venisse discussa soltanto da una parte del fiume. Vorrei quindi sapere se il Comune di Comacchio intenda promuovere un confronto con Porto Tolle, Mesola, Goro, le Regioni Emilia-Romagna e Veneto e gli enti che si occupano della tutela del Delta, coinvolgendo anche le rappresentanze della pesca, dell’acquacoltura, dell’agricoltura e del turismo.
Ma soprattutto vorrei che, prima di promettere nuovi posti di lavoro o annunciare possibili disastri, qualcuno mettesse a disposizione dei cittadini dati verificabili.
Quale centrale si vorrebbe costruire, con quale tecnologia e con quali investimenti? Come funzionerebbe il raffreddamento? Quali garanzie sarebbero previste rispetto alla subsidenza e al rischio idraulico? Quali ricadute occupazionali concrete potrebbero derivarne? E quali alternative sono state studiate per la riconversione dell’ex centrale Enel?
C’è poi un’altra questione che, alla luce delle ultime vicende ferraresi, non possiamo permetterci di ignorare: la sicurezza e la legalità degli appalti.
Ne ho parlato nel post del 2 novembre, «Povera Ferrara mia! Dalle biciclette ai maranza, dalla pista sequestrata ai MAGA di Trump», richiamando l’inchiesta che ha coinvolto il kartodromo comunale e le ipotesi investigative relative a possibili infiltrazioni della criminalità organizzata.
Una vicenda sulla quale sarà la magistratura a fare chiarezza, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza, ma che nel frattempo ha assunto anche una rilevanza politica regionale. Il 3 novembre, infatti, i consiglieri regionali Paolo Calvano e Marcella Zappaterra hanno sollevato in Assemblea legislativa il problema della prevenzione delle infiltrazioni mafiose nell’economia legale.
Non sto naturalmente sostenendo che esistano collegamenti tra questa inchiesta e l’eventuale costruzione di una centrale nucleare a Porto Tolle. Sarebbe un’affermazione priva di qualsiasi fondamento.
Ma proprio perché parliamo di un’opera che, se mai venisse realizzata, richiederebbe investimenti enormi, cantieri complessi, numerose imprese e una lunga catena di appalti e subappalti, ritengo indispensabile affrontare fin dall’inizio anche il problema della legalità.
Chi controllerebbe le imprese affidatarie? Come verrebbero selezionati i subappaltatori? Quali verifiche antimafia sarebbero previste? E soprattutto, chi garantirebbe che ogni fase della costruzione rispetti rigorosamente gli standard tecnici e di sicurezza?
Vorrei controlli preventivi, verifiche antimafia, tracciabilità dei subappalti, vigilanza tecnica indipendente e responsabilità chiaramente individuate, senza lasciare spazio a scorciatoie o risparmi sulla sicurezza.
Con il nucleare non si scherza. E la sicurezza non comincia quando una centrale entra in funzione: comincia molto prima, dalla progettazione, dalla scelta delle imprese e dal controllo dei cantieri.
Sono questioni alle quali non possiamo rispondere attraverso slogan, perché in gioco non ci sono soltanto gli investimenti e l’occupazione, ma anche la salute dei cittadini, la tutela dell’ambiente e la credibilità delle istituzioni.
Alla fine, infatti, la discussione non riguarda soltanto la possibilità che l’Italia torni a produrre energia nucleare.
Riguarda la scelta di quale futuro vogliamo per il Delta del Po e chi debba partecipare a questa decisione.
Una centrale nucleare, eventualmente, può essere costruita anche altrove, purché esistano le condizioni necessarie. Il Delta del Po, invece, non possiamo spostarlo, per fortuna, da nessuna parte.
Mi auguro quindi che il convegno del 7 novembre rappresenti l’inizio di un confronto serio, nel quale le domande trovino risposte e le differenti posizioni vengano discusse sulla base di elementi verificabili, anziché diventare soltanto l’occasione per rafforzare convinzioni già formate.
Quanto a Comacchio, mi auguro che il sindaco Bellotti trovi il modo di far sentire la voce della città, senza attendere che siano sempre altri a prendere l’iniziativa.
Perché aspettare di conoscere un progetto è prudenza. Aspettare che siano sempre gli altri a discutere del futuro del nostro territorio rischia di diventare immobilismo.
E tra le due cose, per un amministratore pubblico, esiste una differenza sostanziale.

Matteo Ferrati – La Nuova Ferrara, 4 novembre 2026. «Una centrale nucleare a due passi dal Delta ferrarese: l’ipotesi accende il dibattito tra favorevoli e contrari». Leggi l’articolo.
Luigi Migliorini – Corriere del Veneto, 1° novembre 2026. «Nucleare in Polesine? Territorio troppo fragile e c’è il nodo delle scorie».
Il Resto del Carlino – Ferrara, ottobre 2026. «Delta, sito ideale per una centrale nucleare?». Leggi l’articolo.
Il Resto del Carlino – Ferrara, 29 ottobre 2026. Intervento di Michele Farinelli sull’ipotesi nucleare nel Delta. Leggi l’articolo.
Nucleare e Ragione ODV – 30 ottobre 2026. «Perché a Porto Tolle?», presentazione dell’incontro pubblico del 7 novembre. Sito del comitato.
Legambiente Adria–Delta del Po – 27 ottobre 2026. Presa di posizione contraria all’ipotesi di realizzazione di una centrale nucleare nell’area di Porto Tolle.
Cora Bonazza – 2 novembre 2026. Intervento pubblico «Nucleare in Polesine: siamo nel 2026 o siamo rimasti al 1986?».
L’Osservatore di Comacchio – novembre 2026. Intervento sulla fragilità ambientale del Delta e sui criteri di idoneità dei siti nucleari.
Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna – 3 novembre 2026. Interrogazione di Paolo Calvano sulla prevenzione delle infiltrazioni mafiose nell’economia regionale. Leggi l’approfondimento istituzionale.
Estense.com – 5 novembre 2026. «’Ndrangheta a Ferrara, Varese: c’era già qualche indicazione». Leggi l’articolo.
Blog di Max – 2 novembre 2026. «Povera Ferrara mia! Dalle biciclette ai maranza, dalla pista sequestrata ai MAGA di Trump».
Blog di Max – 30 ottobre 2026. «Bolkestein a Comacchio: la mozione passa, la maggioranza si divide. Tra prove muscolari, 20.000 euro e il confronto con Rimini»
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