
Non c’è davvero pace per Comacchio e Porto Garibaldi, perché non abbiamo ancora finito di discutere del crollo dei lavorieri nelle Valli, delle responsabilità delle amministrazioni e della necessità di programmare interventi per salvaguardare un patrimonio storico e ambientale straordinario (vedi post Comacchio, crollano i lavorieri. Ma chi si prende davvero cura delle Valli? del 17 ottobre), che già altre due questioni sono finite al centro del dibattito pubblico, apparentemente molto diverse tra loro, ma accomunate da un interrogativo che considero fondamentale: chi decide il futuro di un territorio, sulla base di quali valutazioni e con quale coinvolgimento dei cittadini?
La prima riguarda gli 80 tigli di via Livraghi, a Porto Garibaldi, che rischiano di essere abbattuti nell’ambito di un intervento di riqualificazione urbana e che hanno provocato una mobilitazione di associazioni ambientaliste e cittadini, mentre altri residenti sostengono la necessità di intervenire radicalmente per risolvere i problemi provocati dalle radici degli alberi.
La seconda riguarda invece il ritorno del nucleare nel dibattito energetico italiano, con l’ipotesi di utilizzare l’area dell’ex centrale Enel di Porto Tolle per una nuova installazione e con le discussioni sui piccoli reattori modulari che interessano anche il territorio ravennate, aprendo interrogativi sulle prospettive industriali, ambientali ed economiche dell’intero Delta del Po.
Due questioni che hanno dimensioni, competenze e conseguenze molto differenti, ma che meritano entrambe di essere affrontate senza trasformare ogni discussione in uno scontro tra favorevoli e contrari, perché la politica dovrebbe innanzitutto mettere i cittadini nelle condizioni di conoscere i problemi, comprendere le alternative e valutare le ragioni delle decisioni.
Via Livraghi: 80 tigli, una strada da riqualificare e cittadini divisi

A raccontare gli ultimi sviluppi della vicenda è stato Claudio Castagnoli sul Resto del Carlino, prima il 17 ottobre, con un articolo dedicato allo scontro sull’abbattimento dei tigli, e poi il 20 ottobre, riportando la mobilitazione delle associazioni e del comitato che si oppongono al taglio degli alberi.
Il problema, in realtà, non nasce oggi, perché già nel dicembre 2025 la precedente amministrazione comunale, guidata da Pierluigi Negri, aveva presentato ai residenti un progetto esecutivo per la riqualificazione di via Livraghi, con l’obiettivo di intervenire sulla strada, sui marciapiedi e sulle condizioni di accessibilità e sicurezza.
Secondo quanto riportato dalla stampa locale, il progetto prevedeva anche l’abbattimento degli alberi esistenti e la loro sostituzione con altre essenze, una scelta che ha provocato la reazione del Comitato spontaneo In difesa degli alberi e della natura, di Legambiente Delta del Po e di numerose altre associazioni, convinte che sia possibile intervenire sulla viabilità senza sacrificare l’intero patrimonio arboreo.
Ma sarebbe sbagliato raccontare questa vicenda come se tutti i residenti fossero contrari all’abbattimento, perché esiste anche una parte dei cittadini che lamenta da tempo problemi concreti provocati dalle radici, con marciapiedi sollevati, difficoltà di accesso alle abitazioni, pavimentazioni danneggiate e situazioni che, secondo le loro testimonianze, possono compromettere la sicurezza dei pedoni e soprattutto delle persone con difficoltà motorie.
È un aspetto che non può essere liquidato come una semplice contrapposizione tra chi ama gli alberi e chi vorrebbe eliminarli, perché la tutela del verde pubblico e il diritto dei cittadini a muoversi in sicurezza rappresentano entrambi interessi legittimi, che un’amministrazione deve cercare di conciliare attraverso valutazioni tecniche e soluzioni concretamente realizzabili.
Nel frattempo il fronte contrario al taglio si è organizzato, raccogliendo, secondo quanto riferito dai promotori, migliaia di firme e l’adesione di oltre venti associazioni, tra cui WWF, Legambiente e Italia Nostra, mentre nell’assemblea pubblica del 13 ottobre, ospitata nella sede della CGIL di Porto Garibaldi, sono state illustrate possibili alternative all’abbattimento, come pavimentazioni drenanti, interventi mirati sugli apparati radicali e differenti soluzioni costruttive per marciapiedi e carreggiata.
La notizia più interessante è che il confronto con la nuova amministrazione comunale non sembra essersi interrotto, perché dopo gli incontri con il sindaco Samuele Bellotti e il vicesindaco è stata prospettata un’ulteriore valutazione tecnico-scientifica sulle condizioni fitosanitarie e sulla stabilità degli alberi.
Mi sembra questo il passaggio decisivo, perché una nuova perizia può avere un significato concreto soltanto se chiarisce quali piante presentino eventuali criticità, quali interventi siano tecnicamente possibili e quali conseguenze economiche e amministrative deriverebbero dalla modifica del progetto già predisposto.
Il progetto esecutivo, i finanziamenti e le domande all’amministrazione
Un ulteriore elemento è stato sollevato dalla pagina Facebook L’Osservatorio di Comacchio, che ha richiamato l’attenzione sull’esistenza di un progetto esecutivo e sulle conseguenze di un eventuale ripensamento da parte della nuova amministrazione.
Su un punto possiamo già fare chiarezza: il progetto esecutivo non è soltanto una voce circolata sui social, perché la sua presentazione ai residenti risulta documentata da una comunicazione ufficiale del Comune del 4 dicembre 2025.

Rimangono invece da approfondire gli aspetti finanziari e amministrativi, a partire dall’importo complessivo aggiornato, dalla fonte effettiva delle risorse, dall’eventuale mutuo richiamato nelle polemiche, dagli impegni già assunti e dalle conseguenze che potrebbero derivare dalla revisione dell’intervento.
Non è una questione secondaria, perché se esiste un progetto approvato e finanziato, cambiarlo potrebbe richiedere nuove valutazioni, modifiche degli atti e verifiche sulla disponibilità delle risorse, ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare intoccabile una scelta precedente soltanto perché è già stata progettata, soprattutto se nuove analisi tecniche dovessero individuare soluzioni capaci di rispondere meglio alle esigenze della collettività.
L’Osservatorio richiama anche un intervento pubblicato su Facebook da Di Munno, critico nei confronti della gestione della vicenda, osservando che tra le reazioni favorevoli comparirebbe quella del consigliere comunale di maggioranza Andrea Malano, appartenente a Forza Italia.
Naturalmente un semplice apprezzamento sui social, anche qualora fosse confermato, non consente di stabilire se esistano divergenze politiche nella coalizione che sostiene Bellotti, né tantomeno quale sia la posizione effettiva del consigliere sull’abbattimento dei tigli.
Più interessante, dal punto di vista amministrativo, sarebbe conoscere se la maggioranza abbia già discusso una linea comune sul progetto e quali criteri intenda utilizzare per decidere, perché la questione non dovrebbe essere affrontata contando i consensi raccolti dai singoli interventi su Facebook, ma rendendo pubblici gli elementi tecnici e finanziari che orienteranno la decisione.
E soprattutto credo che il confronto debba coinvolgere tanto le associazioni impegnate nella tutela del verde quanto i residenti che da anni convivono con i problemi della strada, evitando di presentare una delle due posizioni come se rappresentasse automaticamente l’intera cittadinanza.
Il nucleare torna nel Delta del Po: l’ipotesi Porto Tolle

Mentre a Porto Garibaldi si discute del futuro degli alberi, un’altra questione di dimensioni decisamente maggiori sta interessando il territorio del Delta, perché il 21 ottobre Mario Bovenzi (nella foto), sul Resto del Carlino, ha raccontato la proposta avanzata dal comitato Nucleare e Ragione di valutare l’ex centrale termoelettrica Enel di Porto Tolle come possibile sito per la produzione di energia nucleare.
È importante chiarire subito un punto: siamo di fronte a una proposta che alimenta il dibattito pubblico, non alla notizia di una centrale nucleare già autorizzata o di un cantiere prossimo all’apertura.
L’idea nasce dalla possibilità di riutilizzare un’area già destinata in passato alla produzione energetica, valorizzando, laddove tecnicamente e normativamente possibile, le infrastrutture esistenti e creando nuove opportunità industriali e occupazionali, ma un’eventuale realizzazione richiederebbe un percorso ben più complesso, fatto di scelte nazionali, valutazioni di sicurezza, autorizzazioni, studi ambientali e coinvolgimento delle istituzioni competenti.
Nell’articolo di Bovenzi emergono anche posizioni differenti tra gli amministratori del territorio: il sindaco di Mesola, Duò, esprime un orientamento favorevole, richiamando i temi dell’autonomia energetica e dell’occupazione, mentre i sindaci Bugnoli e Bellotti preferiscono attendere di conoscere le caratteristiche di un eventuale progetto prima di formulare una valutazione definitiva.
Sono atteggiamenti che dimostrano come il confronto sia ancora in una fase preliminare e che, prima di pronunciarsi su una localizzazione specifica, sia necessario conoscere quale tecnologia verrebbe proposta, con quali dimensioni, quali sistemi di sicurezza, quali esigenze idriche e infrastrutturali e quali effetti economici e ambientali.
A sud Ravenna, a nord Porto Tolle: e in mezzo il Delta

Anche la pagina Facebook Comacchio Today ha dedicato un intervento al tema, collegando l’ipotesi di Porto Tolle alle discussioni sui piccoli reattori modulari nel Ravennate e richiamando l’attenzione sulla concentrazione di infrastrutture energetiche già presenti nell’area del Delta del Po e lungo la costa adriatica.
Il ragionamento merita un approfondimento, perché in questo territorio convivono attività estrattive storiche, infrastrutture per l’importazione e la distribuzione del gas, impianti industriali e progetti innovativi come Ravenna CCS, sviluppato da Eni e Snam per la cattura e lo stoccaggio geologico dell’anidride carbonica.
Non si tratta naturalmente di tecnologie equivalenti, perché un rigassificatore, un impianto di stoccaggio della CO₂ e una centrale nucleare hanno funzioni, caratteristiche tecniche e profili di rischio differenti, e sarebbe scorretto sommarli come se producessero automaticamente gli stessi effetti sull’ambiente.
Ma proprio perché sono diversi, ciascuno dovrebbe essere valutato per le proprie caratteristiche, senza perdere di vista le condizioni complessive di un territorio che deve già confrontarsi con subsidenza, erosione costiera, ingressione salina e necessità di tutelare un ecosistema di grande valore naturalistico.
Il punto non è sostenere che qualsiasi nuova infrastruttura energetica debba essere esclusa dal Delta, né ignorare l’importanza della sicurezza degli approvvigionamenti, della riduzione delle emissioni e delle opportunità di lavoro, ma chiedersi come vengano valutati gli effetti cumulativi delle trasformazioni industriali e quale ruolo possano avere le comunità locali nelle decisioni che riguardano il loro futuro.
Perché, mentre a livello nazionale si discute giustamente della necessità di disporre di energia sicura, competitiva e possibilmente a basse emissioni, nei territori interessati diventa altrettanto importante conoscere i benefici attesi, gli eventuali impatti, le misure di tutela e le responsabilità di chi dovrà controllare il rispetto delle condizioni autorizzative.

Non basta scegliere tra sì e no
Devo ammettere che seguire le vicende di Comacchio e Porto Garibaldi sta diventando un’attività piuttosto impegnativa, perché ogni volta che penso di avere approfondito un problema ne emerge un altro, e spesso la discussione pubblica assume rapidamente i toni di uno scontro nel quale ciascuno sembra chiamato a schierarsi prima ancora di avere avuto la possibilità di conoscere tutti gli elementi.
È accaduto con i lavorieri, quando il confronto si è concentrato soprattutto sulle responsabilità delle amministrazioni precedenti e di quella attuale, e qualcosa di simile rischia di verificarsi con i tigli di via Livraghi, dove la contrapposizione tra abbattimento e conservazione potrebbe far passare in secondo piano le valutazioni tecniche, i costi e le possibili alternative.
Sul nucleare il discorso è ancora più complesso, perché sarebbe superficiale considerarlo una soluzione miracolosa a tutti i problemi energetici, così come sarebbe poco utile respingerlo senza conoscere le tecnologie proposte, i sistemi di sicurezza, i costi, i tempi e le implicazioni ambientali.
Per quanto riguarda via Livraghi, una strada che conosco benissimo, vorrei conoscere (i cittadini vorrebbero conoscere) i risultati delle valutazioni agronomiche, il progetto esecutivo, il quadro economico aggiornato e le alternative tecnicamente praticabili, in modo da capire se sia possibile conservare gli alberi garantendo contemporaneamente la sicurezza e l’accessibilità della strada, oppure se esistano criticità che rendano necessari interventi differenti.
E proprio perché conosco bene quella strada, devo ammettere di essere piuttosto indeciso sulla soluzione da adottare, perché le condizioni del manto stradale e dei marciapiedi sono davvero preoccupanti, tra buche, asfalto deformato e pavimentazioni sollevate, con pericoli che non riguardano soltanto le persone con disabilità, ma chiunque percorra via Livraghi a piedi e non parliamo in bici.
D’altra parte, quei tigli sono meravigliosi e rappresentano un patrimonio ambientale e paesaggistico che sarebbe un peccato perdere, soprattutto se esistessero soluzioni tecniche capaci di conservarli senza rinunciare alla sicurezza.
Per questo credo che la domanda da porre all’amministrazione, tanto da parte di chi sostiene l’abbattimento quanto da parte di chi vuole salvare gli alberi, dovrebbe essere molto concreta: è possibile sistemare definitivamente, o almeno per un periodo sufficientemente lungo, la strada e i marciapiedi mantenendo i tigli? Quanto costerebbe un intervento del genere e, soprattutto, per quanti anni sarebbe efficace prima di dover ricominciare con nuovi lavori?
Ho letto che esistono tecniche alternative all’abbattimento, ma sono davvero applicabili alle condizioni di via Livraghi?
E il sindaco Bellotti intende approfondire queste possibilità, rendendo pubbliche le valutazioni tecniche ed economiche?
Mi piacerebbe saperlo, perché prima di scegliere tra abbattere 80 alberi e conservarli a qualsiasi costo, credo sarebbe giusto conoscere quali alternative siano effettivamente praticabili.
Per il nucleare, invece, vorrei innanzitutto capire se stiamo parlando seriamente di un progetto per Porto Tolle oppure se siamo ancora nella fase del «la butto lì e vediamo che effetto fa», un’espressione che mi viene spontaneo utilizzare quando ascolto certe proposte politiche che suscitano immediatamente grandi discussioni, senza che siano ancora disponibili studi di fattibilità, costi e tempi di realizzazione.
Dobbiamo però partire da un dato storico che non possiamo dimenticare: per ben due volte, nel 1987 e nel 2011, gli italiani si sono espressi attraverso referendum abrogativi contro specifiche norme che consentivano o favorivano lo sviluppo del nucleare nel nostro Paese.
Naturalmente quei referendum riguardavano disposizioni legislative precise e non costituiscono un divieto eterno di discutere nuove tecnologie, ma rappresentano comunque due passaggi importanti della nostra storia democratica.
Oggi il Governo Meloni ha riaperto concretamente la questione e, con la legge n. 169 del 29 settembre 2026, entrata in vigore il 15 ottobre, il Parlamento ha delegato il Governo a definire il nuovo quadro normativo per l’energia nucleare sostenibile. Non significa che domani verrà costruita una centrale, perché mancano ancora i decreti attuativi, le eventuali scelte industriali, le valutazioni di sicurezza e le autorizzazioni, ma significa che il ritorno del nucleare non è più soltanto un argomento da convegno.
E qui si apre un’altra questione che meriterebbe un approfondimento specifico: quando parliamo di piccoli reattori modulari e di nucleare di nuova generazione, a quali tecnologie ci riferiamo esattamente?
Alcune soluzioni derivano da tecnologie già conosciute, altre sono ancora in fase di sviluppo o sperimentazione, e non tutte presentano lo stesso grado di maturità industriale. Per questo vorrei capire quali impianti siano già operativi, quali siano soltanto progettati, quanto costerebbe produrre energia e soprattutto quali sarebbero i tempi realistici per realizzarli in Italia.
Poi c’è il problema dell’accettazione da parte delle comunità locali.
Tutti conosciamo il costo dell’energia e lo stiamo sperimentando direttamente nelle nostre bollette, ma un conto è dichiararsi favorevoli al nucleare in linea di principio e un altro è accettare che un impianto venga costruito vicino alla propria abitazione.
È una contraddizione che abbiamo (che ho) già incontrato e riscontrato anche in altre vicende, per esempio quando si è trattato di individuare aree destinate allo smaltimento dei rifiuti: tutti riconoscono la necessità di trovare una soluzione, ma quando viene indicato un luogo concreto cominciano le contestazioni. Naturalmente le preoccupazioni non possono essere liquidate come semplice egoismo territoriale, perché devono essere affrontate attraverso studi, informazioni trasparenti e garanzie verificabili.
E non dimentichiamo che gli eventuali rischi di un incidente nucleare non si fermerebbero certo ai confini amministrativi di un Comune, anche se la distanza, le caratteristiche dell’impianto e le condizioni dell’evento inciderebbero profondamente sulle possibili conseguenze.
Ecco perché, prima di discutere se Porto Tolle possa diventare una nuova sede di produzione nucleare, vorrei conoscere i dati e soprattutto capire quale ruolo verrebbe riconosciuto alle comunità del Delta del Po, che già convivono con problemi ambientali e infrastrutturali tutt’altro che trascurabili.
In fondo, gli 80 tigli di una strada di Porto Garibaldi e l’ipotesi di una centrale nucleare a Porto Tolle non sono questioni paragonabili per dimensioni e complessità, ma ci ricordano entrambe che il territorio non è soltanto uno spazio sul quale realizzare opere, bensì il luogo nel quale le persone vivono, lavorano, si spostano e costruiscono il proprio futuro.
E dopo avere raccontato il problema dei lavorieri, mi sembra che la domanda da rivolgere alla politica sia ancora una volta la stessa: non soltanto che cosa intendete fare, ma perché avete scelto proprio quella soluzione, quali alternative avete valutato e come pensate di renderne conto ai cittadini.
Perché amministrare un territorio significa anche saper spiegare le proprie decisioni, soprattutto quando quelle decisioni dividono la comunità.
E il sindaco Bellotti, sempre così impegnato, qualche risposta dovrebbe darla!!!

Claudio Castagnoli, Il Resto del Carlino, 17 ottobre 2026, Tigli di via Livraghi, scontro sull’abbattimento.
Claudio Castagnoli, Il Resto del Carlino, 20 ottobre 2026, Abbattimento dei tigli, la protesta.
Comune di Comacchio, 4 dicembre 2025, Presentazione del progetto esecutivo di via Livraghi.
Mario Bovenzi, Il Resto del Carlino, 21 ottobre 2026, Delta, sito ideale per una centrale nucleare.
Estense.com, 20 ottobre 2026, Assemblea affollata per salvare gli 80 tigli
i siti Facebook sopra richiamati (Se di Porto Garibaldi se …, Comacchio today, L’Osservatorio di Comacchio e altri)

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