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Non sparate sul benzinaio perché non è lui che decide il prezzo

Immagine generata da ChatGPT in relazione al contenuto del post

Ogni mattina un benzinaio si sveglia, apre la finestra, guarda se c’è il sole e pensa: «A quale prezzo venderò la benzina e il gasolio, oggi? Ne avrò abbastanza nei serbatoi? E quante pillole contro lo stress dovrò consumare? E quante offese dovrò sopportare?».

Il prezzo che leggiamo sul grande tabellone nasce dall’insieme del costo industriale del carburante, delle quotazioni internazionali, dei costi della distribuzione, delle politiche commerciali delle compagnie, delle accise, dell’IVA e, soltanto alla fine, del margine del gestore.

Un margine che, come abbiamo già spiegato nel nostro precedente post su come nasce il prezzo della benzina, è di pochi centesimi al litro (vedi post del 7 marzo Come nasce il prezzo della benzina: petrolio, tasse e margini (spiegato semplice).

Quindi, se mettete cinquanta euro di benzina e uscite dal distributore convinti di avere appena regalato cinquanta euro al signore che sta dietro il bancone, potete stare tranquilli: non avete appena finanziato la sua prossima villa alle Maldive. Gran parte di quei cinquanta euro ha già preso altre strade.

Non sparate sul benzinaio se non ha applicato immediatamente il price cap

Lo abbiamo visto il 28 settembre, quando è partito il tetto di Eni a 1,99 euro per la benzina e 2,19 per il gasolio. Alcuni impianti lo hanno applicato immediatamente, altri hanno impiegato più tempo e noi avevamo spiegato in anticipo quale fosse uno dei problemi: molti gestori avevano nelle cisterne carburante acquistato pochi giorni prima a un prezzo superiore (vedi post 27 settembre Lo Spiegoncino della domenica – Price cap sulla benzina: ma siamo proprio sicuri che domani funzionerà così?).

Il carburante, purtroppo per loro, non arriva gratuitamente insieme alla cisterna. Lo comprano. E se lo comprano a un determinato prezzo e il giorno successivo qualcuno comunica che devono venderlo a un prezzo inferiore senza compensare adeguatamente la differenza, non si chiama solidarietà con gli automobilisti. Si chiama vendere in perdita. E non conosco molte attività commerciali che riescano a sopravvivere a lungo applicando questo innovativo modello economico.

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Non sparate sul benzinaio se la benzina non c’è

È successo nei primi giorni del price cap e succede tutt’oggi, soprattutto con la verde: automobilisti che hanno naturalmente cercato il distributore più conveniente, pompe prese d’assalto e qualche impianto che ha esposto il cartello “esaurito”. Anche in quel caso qualcuno se l’è presa con il gestore. E cosa avrebbe dovuto fare? Scendere in cantina e distillare personalmente qualche migliaio di litri?

Quando migliaia di automobilisti si spostano contemporaneamente verso gli impianti che vendono il carburante a un prezzo sensibilmente inferiore, può accadere che le cisterne si svuotino prima del previsto. Non è un complotto dei benzinai, non è una manovra speculativa e, soprattutto, il gestore non nasconde la benzina nel retrobottega aspettando che salga di prezzo. Semplicemente, è finita.

E soprattutto non sparate sul benzinaio se oggi il diesel Eni è passato da 2,19 a 2,25 euro

Qui la faccenda diventa persino divertente, se non fosse che alla fine paghiamo noi.
Ricordate il price cap, quello della benzina a un massimo di 1,99 euro e del gasolio a 2,19? Abbiamo avuto grandi annunci, grandi titoli e grandi ringraziamenti alle compagnie che avevano risposto all’appello del Governo, con la comprensibile soddisfazione degli automobilisti che finalmente vedevano scendere il prezzo sul tabellone.Benzina massimo 1,99 euro. Gasolio massimo 2,19.
Grande soddisfazione, grandi annunci, grandi titoli e grandi ringraziamenti alle compagnie che avevano risposto all’appello del Governo. Bene.
Da oggi, 6 ottobre, il tetto Eni sul gasolio è salito da 2,19 a 2,25 euro al litro, mentre quello sulla benzina rimane a 1,99. E non è stato il benzinaio a decidere di aumentarlo mentre faceva colazione.
La spiegazione è molto più semplice: ieri è terminato lo sconto fiscale di 6,1 centesimi al litro sul gasolio e non è entrato in funzione il meccanismo delle cosiddette accise mobili che avrebbe potuto compensare, almeno in parte, la fine dell’agevolazione. Per farlo sarebbe servito un decreto interministeriale Mase-Mef che non è arrivato in Gazzetta Ufficiale.
Eni, peraltro, aveva scritto nero su bianco già il 25 settembre che il proprio price cap era correlato all’agevolazione fiscale sulle accise in vigore. Quindi il price cap continua formalmente a esistere, ma il ripristino della tassazione viene trasferito sul nuovo tetto e il risultato alla pompa è quello che interessa a noi automobilisti: sei centesimi in più sul diesel.
Quindi, quando questa mattina avete visto comparire 2,25 al posto di 2,19, per favore non entrate nel gabbiotto chiedendo al benzinaio: «Ma non doveva costare 2,19?».
Sì, costava 2,19 euro e oggi ne costa 2,25 perché sono tornati quei sei centesimi di tasse che fino a ieri venivano sterilizzati dallo sconto sulle accise. Chiedete a Meloni e Giorgetti, non al benzinaio.

Non sparate sul benzinaio se fra qualche settimana finirà la festa

C’è poi un altro piccolo particolare che sarebbe opportuno ricordare prima che arrivi il prossimo coro di indignazione. Il price cap non è eterno.
Eni lo aveva annunciato inizialmente per 30 giorni dal 28 settembre, con possibilità di proroga fino alla fine dell’anno in funzione dell’andamento del mercato e degli approvvigionamenti. Q8 ha aderito a sua volta con un’iniziativa della durata di trenta giorni a partire dal 1° ottobre.
Questo significa che nelle prossime settimane le compagnie dovranno decidere se proseguire, modificare o terminare le rispettive iniziative e, se il tetto dovesse cessare, i prezzi torneranno inevitabilmente a seguire più direttamente le condizioni del mercato. Quando accadrà, sempre che accada, immagino già la scena.
Automobilista davanti al tabellone,
occhi spalancati,
fotografia,
Facebook,
«VERGOGNA!!! I BENZINAI HANNO AUMENTATO DI NUOVO LA BENZINA!!!» .

E per favore non sparate nemmeno su quello della pompa bianca

Questo è forse il paradosso più grande di tutta la vicenda. Per anni abbiamo considerato le pompe bianche nostre alleate perché vendevano benzina e gasolio a qualche centesimo in meno rispetto alle grandi compagnie, e molti automobilisti hanno imparato a cercarle proprio per risparmiare.

Poi Eni ha introdotto il price cap, IP l’ha seguita, sono arrivate Q8 e Tamoil e improvvisamente una parte degli impianti indipendenti si è ritrovata nella situazione opposta: la piccola pompa che fino al giorno prima era la più economica può oggi avere un prezzo superiore a quello della multinazionale petrolifera (vedi post Price cap, il giorno dopo: avevamo ragione a dubitare. Ora il problema sono le pompe bianche del 28 settembre).
Non perché il gestore indipendente sia diventato improvvisamente Gordon Gekko di Wall Street, ma perché compra il carburante sul mercato e non dispone della capacità finanziaria di una grande compagnia per sostenere una politica commerciale di questo tipo.
Ed è un problema serio, perché oggi noi automobilisti facciamo benissimo ad andare dove il carburante costa meno, ma se domani la guerra dei prezzi dovesse mettere fuori mercato una parte degli operatori indipendenti potremmo ritrovarci con meno concorrenza.
E allora magari rimpiangeremo proprio quella pompa bianca davanti alla quale oggi passiamo senza fermarci.

Non chiamate la Finanza. Almeno non automaticamente

Naturalmente, se esistono irregolarità, prezzi non esposti, comportamenti scorretti o violazioni delle norme, è sacrosanto segnalarli agli organi competenti. Ma vedere un prezzo che non ci piace non costituisce automaticamente un reato. Il gestore non può essere trasformato nel responsabile universale di tutto ciò che accade nel mercato petrolifero internazionale, nelle raffinerie, nelle decisioni delle compagnie e soprattutto nella politica fiscale dello Stato.
Quindi evitiamo di invocare contemporaneamente Guardia di Finanza, Carabinieri, Polizia, Comune, Regione, Governo, Unione europea e intervento divino soltanto perché il distributore dall’altra parte della strada costa cinque centesimi in meno. Prima chiediamoci perché. Magari una spiegazione esiste.

Insomma: non sparate sul benzinaio

Non sparate sul benzinaio perché non decide lui le quotazioni internazionali del petrolio.
Non sparate sul benzinaio perché non decide lui le accise.
Non sparate sul benzinaio perché non decide lui l’IVA.
Non sparate sul benzinaio perché non decide lui quanto durerà il price cap.
Non sparate sul benzinaio perché non può vendere indefinitamente sottocosto.
Non sparate sul benzinaio se finisce la benzina dopo che centinaia di automobilisti sono corsi a fare il pieno dove costava meno.
E soprattutto non sparate sul benzinaio perché oggi il diesel Eni è passato da 2,19 a 2,25 euro: quei sei centesimi non sono finiti nelle sue tasche, sono tornati nelle tasse.
Possiamo discutere se il Governo avrebbe dovuto prorogare lo sconto sulle accise, possiamo chiederci perché non sia partito il meccanismo delle accise mobili, possiamo discutere se i price cap delle compagnie siano una soluzione vera o soltanto una misura temporanea e possiamo continuare a domandarci che cosa succederà alle pompe bianche. Anzi, facciamolo.

Ma prendiamocela con chi prende le decisioni. Il benzinaio, poveretto, deve già passare la giornata a spiegare perché sul cartello c’è scritto 2,25 invece di 2,19. Non costringiamolo anche a spiegare la politica energetica italiana. Per quella, temo, non basterebbe un pieno.

P.S. Può anche darsi che stasera il Governo ci ripensi e arrivi il decreto per abbassare nuovamente le accise.
Insomma: metti le accise, togli le accise, metti le accise, togli le accise…
Altro che politica energetica: Karate Kid. Metti la cera, togli la cera.

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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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