
Dopo settimane di indiscrezioni, scenari, retroscena e ipotesi, ieri è arrivato finalmente il momento delle decisioni.
Il consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi di Siena, al termine di una riunione durata circa sette ore, ha dato il via libera al piano predisposto dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio per contrastare l’Opas lanciata da Intesa Sanpaolo. Non una sola operazione, ma due offerte pubbliche di scambio distinte e contestuali: una su Banco BPM e una su Banca Generali.
Come raccontano, tra gli altri, Daniela Polizzi e Andrea Rinaldi sul Corriere della Sera, Andrea Greco su Repubblica, Marigia Mangano sul Sole 24 Ore, Andrea Deugeni e Luca Gualtieri su MF-Milano Finanza e Michele Chicco sulla Stampa, il progetto punta a trasformare Mps da banca sotto assedio nel perno di un nuovo grande polo finanziario italiano.
E questa, al di là delle difficoltà dell’operazione, è forse la novità più importante. Fino a ieri il Monte cercava soprattutto un modo per non essere conquistato da Intesa. Oggi prova invece a costruire qualcosa di molto più grande.
Due Ops e un gruppo da circa 70 miliardi
L’architettura prevede offerte prevalentemente, se non interamente, in azioni Mps. Con Banco BPM, il Monte arriverebbe a creare un gruppo con oltre 2.600 filiali, una presenza territoriale seconda soltanto a Intesa Sanpaolo e una dimensione tale da configurare finalmente quel famoso “terzo polo” bancario di cui si parla da anni.
Con Banca Generali, invece, Mps sommerebbe alla piattaforma di wealth management e investment banking acquisita con Mediobanca una delle principali reti italiane di consulenza finanziaria.
Il risultato teorico sarebbe un gruppo con una capitalizzazione complessiva vicina ai 70 miliardi di euro, molto più diversificato: banca commerciale, private banking, investment banking, asset management, credito al consumo e distribuzione del risparmio. Una trasformazione radicale rispetto alla Mps che soltanto pochi anni fa cercava semplicemente di sopravvivere.
La novità più interessante: 4 miliardi agli azionisti
Per convincere i propri soci a sostenere il progetto, Lovaglio ha però aggiunto un elemento decisivo: una distribuzione straordinaria da circa 4 miliardi di euro. Secondo le ricostruzioni pubblicate oggi, circa un miliardo sarebbe in contanti, mentre il resto arriverebbe attraverso la distribuzione di una parte delle azioni Generali oggi detenute da Mps attraverso Mediobanca.
Il Monte possiede il 13,2% circa del Leone. Una quota di circa il 4-4,5% verrebbe distribuita agli azionisti, mentre Mps rimarrebbe comunque con una partecipazione attorno al 9%.
È una scelta tutt’altro che casuale. Intesa Sanpaolo ha messo sul tavolo un euro cash più 1,6 azioni Intesa per ogni azione Mps. Lovaglio deve quindi offrire ai soci non soltanto un progetto industriale alternativo, ma anche qualcosa di immediatamente monetizzabile.
La maxi cedola serve esattamente a questo. E cambia parecchio la natura della sfida.
Un consiglio tutt’altro che compatto
Il via libera del cda non è però arrivato all’unanimità.
Il piano sarebbe stato approvato da nove consiglieri su tredici, mentre Paolo Boccardelli, Nicola Maione, Antonella Centra e Paola De Martini si sono astenuti. Corrado Passera, pur provenendo dalla lista di minoranza, avrebbe invece votato a favore.
Le motivazioni dell’astensione non sono secondarie. I quattro consiglieri avrebbero lamentato informazioni insufficienti sui rischi di esecuzione, sull’integrazione contemporanea di Banco BPM, Banca Generali e Mediobanca, sulle sinergie ipotizzate e sugli eventuali scenari alternativi.
È probabilmente il primo vero punto debole politico-industriale della contromossa.
Perché un’operazione di queste dimensioni sarebbe complessa anche per un gruppo perfettamente compatto. Mps dovrebbe invece gestirla mentre sta ancora integrando Mediobanca e con un consiglio che continua a mostrare divisioni.
Il muro francese di Crédit Agricole
Il dossier più difficile rimane però Banco BPM. Il primo azionista è Crédit Agricole con il 29,3% e solo poche settimane fa i francesi avevano sostanzialmente fatto naufragare il progetto di fusione amichevole tra Piazza Meda e Siena. Ora Lovaglio torna all’attacco con un’Ops.
Se Crédit Agricole aderisse, diventerebbe uno dei maggiori soci della nuova Mps, con una partecipazione superiore al 10%. In alternativa potrebbe negoziare contropartite industriali o una diversa sistemazione della propria quota.
È difficile immaginare che un’operazione su Banco BPM possa arrivare a destinazione senza un’intesa, più o meno esplicita, con Parigi. E proprio qui si misurerà una parte importante dell’abilità negoziale di Lovaglio.
Generali diventerebbe azionista di Mps
Non meno interessante è la partita Banca Generali. Assicurazioni Generali possiede il 50,17% della società guidata da Gian Maria Mossa. Se conferisse la propria partecipazione all’Ops, riceverebbe in cambio azioni Monte dei Paschi e diventerebbe quindi un importante socio del gruppo senese.
Le stime pubblicate oggi oscillano, anche perché dipendono dal successo contemporaneo delle due offerte, ma il Leone potrebbe ritrovarsi con una quota significativa di Mps.
Si creerebbe così un intreccio completamente nuovo: Mps azionista di Generali e Generali azionista di Mps.
Un incrocio che prima o poi dovrebbe essere sciolto, ma che potrebbe anche aprire la strada a una nuova partnership industriale nella bancassurance, considerando che l’accordo storico tra Mps e Axa è vicino alla scadenza.

Ieri avevamo scritto che Lovaglio doveva finalmente passare dalle idee ai numeri. Lo ha fatto. E bisogna riconoscergli una cosa: non ha scelto una difesa timida.
Avrebbe potuto limitarsi a distribuire capitale agli azionisti, alzare qualche barriera e sperare che l’offerta di Intesa perdesse appeal. Ha invece presentato una trasformazione radicale di Mps. Il problema è che ha scelto contemporaneamente anche la strada più difficile.
Deve convincere gli azionisti del Monte, Crédit Agricole, Generali e le autorità. Deve integrare Mediobanca mentre prepara altre due operazioni gigantesche. Deve far quadrare concambi, capitale e sinergie. E deve fare tutto questo mentre Intesa Sanpaolo procede con un’offerta già definita, finanziata e con un calendario molto più lineare.
È qui che secondo me si giocherà la partita. Intesa offre certezza. Lovaglio offre potenzialmente più crescita, ma anche molto più rischio.
E gli azionisti dovranno decidere quale delle due cose vale di più. C’è poi il maxi dividendo da 4 miliardi.
Non è un dettaglio. È la dimostrazione che anche Lovaglio sa perfettamente che, quando arriverà il momento del voto, non basteranno Siena, l’identità, la banca più antica del mondo e il rischio dello “spezzatino”. Gli azionisti faranno i conti.
E quindi il messaggio diventa: se scegliete Intesa avete azioni Intesa più cash; se scegliete noi avete una grande operazione industriale e, intanto, vi distribuiamo anche una parte importante del valore accumulato in Generali.
A questo punto il risiko entra davvero in un’altra fase.
Quando gli azionisti Mps saranno chiamati ad autorizzare le operazioni per superare la passivity rule, non voteranno semplicemente sulla difesa della banca. Voteranno su due modelli completamente diversi di futuro. Da una parte Mps dentro Intesa Sanpaolo, con una parte della rete destinata a Unipol-Bper. Dall’altra una Mps che prova a diventare il centro di un nuovo gruppo da circa 70 miliardi.

Corriere della Sera, Daniela Polizzi e Andrea Rinaldi, 21 agosto 2026;
Repubblica, Andrea Greco, 21 agosto 2026;
Il Sole 24 Ore, Marigia Mangano, 21 agosto 2026;
MF-Milano Finanza, Andrea Deugeni e Luca Gualtieri,
21 agosto 2026; La Stampa, Michele Chicco, 21 agosto 2026;
Il Giornale, Camilla Conti, 21 agosto 2026;
Domani, Vittorio Malagutti, 21 agosto 2026;
Il Foglio, Claudio Cerasa, 21 agosto 2026.
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