
Dopo il primo post dedicato alla doppia contromossa di Mps su Banco Bpm e Banca Generali, passiamo ora dall’altra parte del tavolo.
E cioè a Intesa Sanpaolo.
Perché mentre Luigi Lovaglio ha alzato improvvisamente la posta, Carlo Messina sembra aver scelto, almeno per ora, la strategia opposta: non reagire di impulso, aspettare di vedere le carte vere e continuare a marciare secondo il calendario già fissato.
È questo il filo che emerge dagli articoli di Federico De Rosa sul Corriere della Sera, Andrea Deugeni e Luca Gualtieri su MF-Milano Finanza, Enrico Miele sul Sole 24 Ore e dal retroscena della Stampa.
Intesa per ora non cambia una virgola
La prima cosa da sottolineare è proprio questa. L’Opas di Intesa su Mps va avanti. Il prossimo appuntamento resta l’assemblea del 10 settembre, chiamata ad approvare l’aumento di capitale necessario all’offerta. Poi dovrebbero arrivare le autorizzazioni e, tra ottobre e novembre, l’apertura delle adesioni.
Quindi, mentre a Siena si discute di due Ops, della maxi cedola, del futuro di Generali, di Banco Bpm e di una possibile banca da 70 miliardi, a Ca’ de Sass il messaggio per ora è molto più semplice: noi abbiamo già un’offerta sul tavolo.
E soprattutto un’offerta che, alle quotazioni di ieri, continuava a essere leggermente a premio rispetto al titolo Mps. Non è un dettaglio.
Finché il mercato continua a valutare positivamente il concambio di Intesa, Messina non ha alcun interesse a farsi trascinare immediatamente nella partita di rilanci immaginata da Lovaglio.
Prima vedere i numeri
La doppia operazione di Mps è stata approvata dal consiglio, ma tra approvarla e realizzarla c’è in mezzo parecchio mare. Bisogna conoscere i concambi, le condizioni, le sinergie, gli effetti patrimoniali, i rapporti con Generali e soprattutto capire cosa farà Crédit Agricole, che con il 29,3% di Banco Bpm rimane il vero convitato di pietra. Intesa osserva proprio questo punto.
Una Ops ostile su Banco Bpm senza il consenso dei francesi appare estremamente complicata. Crédit Agricole dispone di fatto di una minoranza di blocco e soltanto poche settimane fa aveva già fatto saltare il progetto di fusione tra Siena e Piazza Meda. Per convincerla, Mps potrebbe essere costretta a riconoscere contropartite: sportelli, fabbriche prodotto, accordi distributivi, attività oggi appartenenti al Banco.
Ed ecco il paradosso evidenziato anche dal Corriere: per evitare lo “spezzatino” di Mps, si potrebbe finire per fare uno spezzatino di Banco Bpm. Non esattamente il risultato più lineare dal punto di vista politico e industriale.
La partita più delicata è Generali
C’è poi l’altro dossier, probabilmente ancora più sensibile: Generali. La proposta di Mps su Banca Generali potrebbe ridisegnare completamente gli equilibri attorno al Leone.
Una parte delle azioni Generali oggi detenute da Mps tramite Mediobanca verrebbe distribuita ai soci del Monte; altre potrebbero essere utilizzate o cedute nell’ambito delle operazioni allo studio. Ed è proprio qui che Intesa dovrà fare i conti più attentamente.
Perché il 13,2% di Generali rappresenta uno degli asset più preziosi dell’intera operazione lanciata a giugno.
Una Mps che arrivasse al momento dell’Opas avendo modificato radicalmente la propria partecipazione nel Leone, acquisito Banca Generali oppure addirittura Banco Bpm sarebbe una banca profondamente diversa da quella sulla quale Messina ha costruito la sua offerta.
La clausola che potrebbe cambiare tutto
MF-Milano Finanza introduce infatti un elemento interessante: la cosiddetta condizione Mae, cioè la clausola che consente all’offerente di valutare eventi o operazioni capaci di modificare sostanzialmente la situazione patrimoniale, economica o industriale della società bersaglio. Tradotto in italiano corrente: se Mps nel frattempo cambiasse completamente pelle, Intesa potrebbe dover rivedere le condizioni dell’offerta, modificarne il perimetro o addirittura rivalutarne il razionale industriale.
Non significa automaticamente ritirare l’Opas. Significa però che Lovaglio ha introdotto nel dossier un nuovo elemento di incertezza che Messina dovrà considerare.
E spunta anche la Consob
Il Corriere segnala inoltre che in ambienti vicini a Intesa sarebbe allo studio una valutazione anche sul piano legale, compresa l’eventualità di un esposto alla Consob. Il tema sarebbe quello degli effetti sul mercato delle dichiarazioni e delle iniziative assunte dal vertice di Mps nelle ultime settimane.
È un passaggio ancora tutto da verificare, ma indica che la battaglia potrebbe non giocarsi soltanto sul prezzo e sulle assemblee. Potrebbe arrivare anche sul terreno regolamentare. E, considerando che Mps è soggetta alla passivity rule, ogni passaggio della difesa di Siena verrà inevitabilmente osservato al microscopio.
Poi c’è l’arma che Messina continua a negare: il rilancio
Finora Carlo Messina è stato categorico: nessun aumento del prezzo. Ha persino parlato di “zero possibilità”. Ma fino a ieri il contesto era diverso.
Ora Lovaglio ha costruito un’alternativa che, almeno sulla carta, può offrire ai soci Mps un maxi dividendo da circa 4 miliardi e la prospettiva di partecipare a un gruppo molto più grande.
Se l’assemblea dovesse approvare le mosse di Siena e soprattutto se il mercato cominciasse a considerarle credibili, Intesa avrebbe comunque una carta che Mps difficilmente potrebbe pareggiare: la capacità finanziaria.
La banca guidata da Messina può permettersi, se necessario, di aumentare la componente cash o di modificare il concambio. Non è detto che lo faccia. Ma può farlo. Ed è una differenza fondamentale.

La strategia di Intesa, almeno in questa fase, mi sembra molto semplice: lasciare che Lovaglio dimostri che il suo progetto esiste davvero. Perché tra approvare due Ops in consiglio e comprare Banco Bpm e Banca Generali contemporaneamente c’è una distanza enorme.
Crédit Agricole deve essere convinta. Generali deve scegliere. Gli azionisti di Mps devono approvare tutto con una maggioranza qualificata. La Bce, la Consob e l’Antitrust dovranno esaminare operazioni che cambierebbero radicalmente gli equilibri del sistema bancario e assicurativo italiano. E nel frattempo Mps sta ancora completando l’integrazione con Mediobanca. Messina può permettersi di aspettare.
Ha già il progetto, ha già il prezzo, ha il calendario e ha soprattutto una capacità finanziaria che nessuno degli altri protagonisti può facilmente eguagliare. Per questo non credo che oggi la vera contromossa di Intesa sia un rilancio. La prima contromossa è il tempo.
La seconda è lasciare che siano gli azionisti a confrontare una proposta semplice con un progetto molto più ambizioso ma anche molto più rischioso. La terza, se servirà, sarà il denaro.Ed è proprio qui che Lovaglio deve stare attento.
Perché se riuscisse davvero a convincere il mercato che la sua alternativa vale più dell’Opas, potrebbe ottenere ciò che probabilmente Intesa vuole evitare più di ogni altra cosa: costringere Messina ad aprire il portafoglio. E magari il vero obiettivo della doppia Ops è sempre stato anche questo. E a quel punto, non ci sarebbe gara.

Corriere della Sera, Federico De Rosa, 21 agosto 2026;
MF-Milano Finanza, Andrea Deugeni e Luca Gualtieri, 21 agosto 2026;
Il Sole 24 Ore, Enrico Miele, 21 agosto 2026;
La Stampa, retroscena sull’attesa di Intesa, 21 agosto 2026;
Il Giornale, Marcello Zacché, 21 agosto 2026.
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