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Mps, il risiko diventa politico: Meloni e Salvini guardano a Lovaglio, il Pd si divide e torna il fantasma del golden power

Immagine creata da ChatGPT in relazione al contenuto del post

Dopo il primo post dedicato alla doppia contromossa di Mps su Banco Bpm e Banca Generali, il secondo dedicato alla reazione di Intesa Sanpaolo, adesso affrontiamo i risvolti partitici.

E qui il quadro è molto meno lineare di quanto possa sembrare.

Da una parte ci sono Giorgia Meloni e Matteo Salvini, entrambi contrari all’idea di vedere Mps smembrata e privata della propria identità. Dall’altra c’è un Pd che a Siena e in Toscana usa parole molto simili, mentre a Roma cerca di prendere le distanze da qualsiasi ipotesi di “asse” con Palazzo Chigi.

In mezzo, come sempre, ci sono Banco Bpm, Generali, Crédit Agricole e quella parola — golden power — che continua a tornare ogni volta che la politica italiana incontra il risiko bancario.

Meloni ha rotto la neutralità?

Il punto di partenza resta l’intervista di Ferragosto a Milano Finanza. La presidente del Consiglio aveva detto di augurarsi che Mps «non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità».

Una frase che, dopo la doppia mossa di Lovaglio, acquista un peso molto diverso. Perché il progetto di Intesa Sanpaolo prevede precisamente ciò che Meloni dice di non auspicare: una parte della rete resterebbe a Ca’ de Sass, mentre circa 635 sportelli finirebbero nell’orbita Unipol-Bper. Non significa necessariamente che Palazzo Chigi abbia dichiarato guerra a Carlo Messina. Ma sostenere che il governo sia ancora completamente neutrale diventa sempre più difficile. Anche perché la proposta di Lovaglio nasce esattamente attorno alla parola usata da Meloni: integrità.

Salvini sale sul carro di Mps

Matteo Salvini è stato ancora più esplicito. Il leader della Lega ha parlato di «rispetto della storia, dell’autonomia e del personale» di Mps e ha rivendicato il ruolo del governo nel salvataggio e nel rilancio della banca senese. Una dichiarazione che appare come un sostegno alla strategia di Lovaglio.

Ma qui nasce un problema piuttosto curioso. Per evitare lo spezzatino di Mps, la possibile intesa con Crédit Agricole potrebbe comportare cessioni di attività o sportelli di Banco Bpm ai francesi. Tradotto: per salvare l’integrità della banca di Siena si potrebbe finire con il ridimensionare quella banca milanese che la Lega ha sempre considerato strategica per il Nord. E allora la domanda diventa inevitabile: lo spezzatino è sbagliato soltanto quando riguarda Mps? E i rivali interni alla Lega di Salvini, cosa penseranno di queste dichiarazioni? Le accetteranno o si trasformeranno in un atto di accusa ad un leader messo, recentemente, in discussione.

Il paradosso sarebbe notevole, soprattutto ricordando che proprio per difendere Banco Bpm dall’offerta di UniCredit il governo aveva utilizzato il golden power. Oggi quella stessa Banco Bpm ha come primo azionista Crédit Agricole con quasi il 30%. Un capolavoro di eterogenesi dei fini.

Anche Fratelli d’Italia guarda con favore a Lovaglio

Dentro FdI, secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa, esisterebbe una certa simpatia per la soluzione Mps. Le ragioni sarebbero diverse. Una maggiore espansione di Intesa viene vista con qualche preoccupazione, così come un ulteriore rafforzamento di Unipol attraverso Bper.

Ma qui bisogna distinguere i fatti dalle interpretazioni. Che Meloni abbia pubblicamente difeso l’integrità di Mps è un fatto.

Che Palazzo Chigi abbia già scelto Lovaglio contro Messina è invece una conclusione molto più forte, che al momento non può essere data per acquisita. E infatti alcuni esponenti della stessa maggioranza continuano a ripetere che sarà il mercato a decidere.

Il Pd: stessa preoccupazione, ma guai a chiamarlo asse con Meloni

La situazione del Partito Democratico è ancora più interessante. Il Pd toscano sostiene apertamente la difesa dell’integrità di Mps.

Emiliano Fossi ha ricordato che la posizione di Meloni contro lo smembramento coincide con quella sostenuta da tempo dai democratici del territorio. E Antonio Misiani aveva persino chiesto che il Tesoro conservasse la propria quota in Mps fino alla conclusione della partita, proprio per avere voce nel futuro della banca.

Ma quando qualcuno ha cominciato a parlare di un inedito asse Meloni-Pd, dal Nazareno è arrivata la frenata. Misiani ha spiegato che il Pd non tifa per nessuna delle operazioni in campo e che sarà il mercato a stabilire quale proposta sia più convincente.

La distinzione politica è questa: per il Pd, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, difendere territorio, occupazione e marchio Mps non significa sostenere Lovaglio né bocciare preventivamente Intesa.

Non è una differenza insignificante. Anche perché nell’operazione di Intesa è coinvolta Unipol, storico gruppo del mondo cooperativo. E Misiani lo dice chiaramente: Carlo Cimbri fa il suo mestiere, il Pd deve fare il proprio.

Ma allora chi deve decidere?

Qui arriva il punto più interessante dell’intera vicenda. Quasi tutti dicono che deve decidere il mercato.

Lo dice il Pd.
Lo dice una parte di Fratelli d’Italia.
Lo ripetono economisti e osservatori.

Marcello Messori, intervistato da Repubblica, critica apertamente le interferenze politiche e ricorda una contraddizione evidente: non si può accusare Berlino di interferire nell’operazione UniCredit-Commerzbank e poi considerare normale che Roma faccia altrettanto nelle partite italiane.

È un’obiezione difficile da liquidare. Soprattutto dopo quello che è successo con UniCredit e Banco Bpm.

E torniamo al golden power

Questa è probabilmente la domanda politica più scomoda. Il governo utilizzò il golden power contro l’operazione di Andrea Orcel su Banco Bpm sostenendo la necessità di tutelare interessi strategici nazionali. Quell’operazione saltò. Nel frattempo Crédit Agricole è salita fino a quasi il 30% del Banco.

Ora la stessa banca francese potrebbe diventare uno dei maggiori azionisti del nuovo polo immaginato da Lovaglio. Oppure ottenere filiali e attività italiane come contropartita per dare il proprio assenso.

Il risultato è singolare: si è fermata una banca italiana per evitare rischi strategici e oggi bisogna negoziare con una banca francese per costruire il terzo polo italiano. Forse prima o poi qualcuno dovrà spiegare la logica complessiva dell’operazione.

Il commento di Max

La politica può continuare a ripetere che deciderà il mercato, ma ormai è evidente che tutti hanno una preferenza. Meloni non vuole lo spezzatino di Mps. Salvini è in confusione e criticato al proprio interno.

Il Pd toscano dice praticamente la stessa cosa di Meloni. Misiani prova a distinguere la posizione nazionale, ricordando che non si può trasformare Palazzo Chigi in una banca d’affari. Insomma, anche la politica, si divide. Resta il fatto che gli errori di questo governo con l’applicazione del golden power nei confronti di Unicredit ha rafforzato i francesi. Bella manovra, complimenti.


Corriere della Sera, Simone Canettieri, 21 agosto 2026;
Domani, Vittorio Malagutti, 21 agosto 2026;
MF-Milano Finanza, Anna Di Rocco, 21 agosto 2026;
Repubblica, interviste a Marcello Messori e Antonio Misiani, 21 agosto 2026;
Repubblica.it, analisi sul ruolo della Lega e di Crédit Agricole, 21 agosto 2026;
Il Sole 24 Ore, dichiarazioni di Matteo Salvini, 21 agosto 2026;
La Stampa, Alessandro Barbera, 21 agosto 2026.


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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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