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Generali, cambia la scacchiera del Leone: Delfin primo socio e Mps ridisegna gli equilibri

Immagine creata da ChatGPT in relazione al contenuto del post

Il risiko bancario italiano torna ancora una volta a passare da Trieste. Ma questa volta la partita non riguarda soltanto chi controllerà una banca o chi riuscirà a conquistare un’altra tessera del mosaico finanziario italiano. Sul tavolo finiscono direttamente gli equilibri azionari di Generali, il futuro di Banca Generali, il ruolo di Mps-Mediobanca e, soprattutto, la composizione del nuovo azionariato del Leone.

A ricostruire lo scenario sono Andrea Deugeni e Luca Gualtieri su Milano Finanza e Laura Galvagni sul Sole 24 Ore, che osservano la stessa operazione da due prospettive complementari. Da una parte c’è il possibile terremoto nella governance di Generali; dall’altra c’è la possibile valenza industriale dell’operazione, con la nascita di un grande polo distributivo assicurativo, bancario e del wealth management.

Il punto di partenza è la mossa di Luigi Lovaglio. L’offerta di Mps su Banca Generali, se arrivasse fino in fondo, cambierebbe infatti contemporaneamente gli equilibri di Siena e quelli di Trieste.

Generali dovrebbe rinunciare al controllo di Banca Generali, di cui possiede il 50,2%, ricevendo in cambio una partecipazione superiore al 12% di Mps. Montepaschi, a sua volta, distribuirebbe ai propri azionisti circa il 4,5% di Generali oggi detenuto attraverso Mediobanca.

Ed è qui che comincia il vero domino.

Mps-Mediobanca, oggi primo azionista del Leone con circa il 13,3%, scenderebbe inizialmente attorno all’8,8%. Delfin diventerebbe così il primo socio di Generali, salendo dal 10,15% a circa il 10,94% grazie alle azioni ricevute come azionista di Mps. Anche Francesco Gaetano Caltagirone rafforzerebbe la propria posizione, portandosi attorno al 6,9%.

Ma questa sarebbe soltanto la prima fotografia. E probabilmente nemmeno quella definitiva.

L’operazione creerebbe infatti una partecipazione incrociata molto rilevante: Generali avrebbe oltre il 12% di Mps mentre Mps continuerebbe a possedere quasi il 9% di Generali. Una situazione destinata a scontrarsi con i limiti previsti dalla normativa sulle partecipazioni reciproche tra società quotate.

Secondo la ricostruzione del Sole 24 Ore, Siena dovrebbe quindi ridurre ulteriormente la propria quota nel Leone, vendendo una parte consistente delle azioni Generali rimaste in portafoglio.

Ed ecco apparire la domanda probabilmente più importante di tutta l’operazione: chi comprerà quelle azioni?

Il nome che inevitabilmente torna sulla scena è quello di UniCredit. Andrea Orcel possiede già circa l’8,72% di Generali e da mesi dialoga con Trieste su possibili collaborazioni industriali, dalla bancassurance al risparmio gestito. Se sul mercato arrivasse una quota importante del Leone, Piazza Gae Aulenti sarebbe quindi uno degli interlocutori naturali.

Ma la questione non riguarda soltanto la governance.

Dal punto di vista di Generali, l’operazione potrebbe avere una logica industriale molto più interessante rispetto alle precedenti ipotesi circolate negli ultimi anni. Rinunciare al controllo di Banca Generali avrebbe senso soltanto se in cambio il Leone ottenesse una piattaforma distributiva decisamente più grande.

Ed è proprio qui che il progetto diventa ambizioso.

Nello scenario immaginato, Mps potrebbe trovarsi al centro di un sistema composto dal wealth management di Mediobanca e Banca Generali e, qualora andasse avanti anche il progetto di aggregazione con Banco Bpm, da una delle maggiori reti bancarie retail italiane.

Per Generali significherebbe avere davanti una macchina distributiva enorme sulla quale collocare polizze, prodotti previdenziali, servizi finanziari e soluzioni di investimento. In altre parole, il Leone perderebbe il controllo diretto di una banca specializzata nel private banking, ma potrebbe guadagnare accesso a una piattaforma bancaria molto più vasta.

È questo probabilmente il vero elemento sul quale Philippe Donnet e il consiglio di amministrazione dovranno fare i conti.

Perché Banca Generali è un gioiello, ma rappresenta comunque una parte limitata degli utili complessivi del gruppo assicurativo. La domanda diventa quindi molto semplice: vale di più continuare a possederla oppure utilizzarla come moneta di scambio per costruire un sistema distributivo di dimensioni completamente diverse?

Naturalmente gli ostacoli non mancano.

C’è innanzitutto il nodo Banco Bpm e soprattutto il ruolo di Crédit Agricole, diventato ormai determinante negli equilibri dell’istituto milanese. C’è poi il tema dell’assorbimento patrimoniale per Generali e dell’impatto sul Solvency Ratio. E ci sono naturalmente le autorità di vigilanza, che dovranno osservare un’operazione capace di intrecciare banche, assicurazioni, risparmio gestito e partecipazioni azionarie in maniera quasi chirurgica.

Infine resta la questione più delicata: l’indipendenza di Generali.

Donnet ha costruito gran parte della propria linea politica e industriale proprio attorno a questo concetto. Il Leone deve rimanere italiano, internazionale e indipendente. Negli ultimi dieci anni, inoltre, il titolo è passato da circa 18 a oltre 40 euro e la capitalizzazione ha raggiunto livelli mai visti prima. È quindi difficile immaginare che il management accetti un’operazione capace di trasformare Generali in una semplice pedina di qualche altro gruppo finanziario.

Molto più plausibile è invece uno scenario nel quale Trieste utilizzi la propria forza per costruire alleanze industriali senza rinunciare alla propria autonomia. Ed è proprio questo che rende la nuova partita molto diversa da quelle viste negli ultimi anni.

Da mesi scriviamo che, prima o poi, il risiko bancario sarebbe inevitabilmente arrivato a Generali. Adesso ci siamo davvero. La mossa di Lovaglio su Banca Generali è interessante proprio perché prova a mettere insieme due partite che finora erano rimaste separate: quella del potere azionario e quella industriale.

Fino ad oggi abbiamo discusso soprattutto di percentuali: il 13% di Mediobanca-Mps, il 10% di Delfin, il 9% di UniCredit, il 7% di Caltagirone. Una gigantesca scacchiera sulla quale ognuno cercava di capire chi avrebbe controllato il Leone.

Questa operazione introduce invece una domanda diversa: quale convenienza industriale avrebbe Generali a partecipare al nuovo sistema che si sta formando? Ed è una domanda molto più seria.

Se Trieste rinunciasse a Banca Generali semplicemente per diventare azionista finanziario di Mps, personalmente faticherei a comprenderne il vantaggio. Se invece dietro l’operazione ci fosse davvero la possibilità di costruire una grande piattaforma distributiva con Mps, Mediobanca, Banca Generali e magari Banco Bpm, allora il ragionamento cambierebbe completamente.

Resta però un particolare tutt’altro che secondario. Distribuire il 4,5% di Generali agli azionisti Mps e dover successivamente ridurre ancora la partecipazione di Siena significa mettere in movimento parecchie azioni del Leone. Delfin diventerebbe primo socio, Caltagirone crescerebbe e UniCredit potrebbe trovare l’occasione per rafforzarsi ulteriormente.

Insomma, mentre tutti parlano dell’offerta su Banca Generali, la partita forse più importante potrebbe essere quella che inizierà subito dopo: chi raccoglierà le azioni Generali che Mps non potrà più tenere?

E qui torniamo inevitabilmente ad Andrea Orcel.

Dopo mesi di avvicinamento industriale tra UniCredit e Generali, vedere Piazza Gae Aulenti crescere ancora nel capitale del Leone non sarebbe certamente sorprendente.

Il risiko italiano, insomma, continua a funzionare come quelle scatole cinesi che sembravano passate di moda: apri Mps e trovi Mediobanca; apri Mediobanca e trovi Generali; apri Generali e trovi Banca Generali; vendi Banca Generali e ti ritrovi nuovamente dentro Mps.

Manca soltanto qualcuno che riesca a spiegare dove finisca la prima scatola.


Milano Finanza, Andrea Deugeni e Luca Gualtieri, 21 agosto 2026;
Il Sole 24 Ore, Laura Galvagni, 21 agosto 2026.


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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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