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Conversazione-intervista con Gemini, il programma di intelligenza artificiale. L’AI risponde alle mie domande

Immagine generata da Gemini in base al contenuto del post

Introduzione

Questa è la seconda intervista ad un programma di intelligenza artificiale che uso frequentemente.
La prima conversazione – intervista la potete a questo link: Conversazione-intervista con ChatGPT, il programma di intelligenza artificiale. ChatGPT risponde alle accuse del 17 settembre.
In quell’occasione avevo intervistato e conversato con ChatGPT.

Oggi, tocca a Gemini.

Le risposte di Gemini sono riportate integralmente, senza modificarne il contenuto. Le domande sono quelle che avevo preparato, con alcune correzioni formali fatte prima dell’intervista; nel testo ho mantenuto anche le mie battute e controdomande nate durante la conversazione.

Insomma, questa volta non ho chiesto all’intelligenza artificiale di scrivere un articolo al posto mio, cosa che non faccio.
Ho deciso di metterla sotto interrogatorio.
Bando alle ciance, allora. Cominciamo con le domande.

Intanto cominciamo con un video, perchè Gemini – a differenza di ChatGPT – genera anche brevi video

1) Ciao Gemini, ci diamo del tu, vero? Ma maschio, femmina o …

Assolutamente del tu! Quanto al genere: nessuno dei due. Non ho un corpo, non ho cromosomi e non vado al bar la mattina. Sono un modello di intelligenza artificiale: se proprio vuoi darmi un’etichetta, puoi considerarmi un “algoritmo con molta parlantina”, ma l’importante è la sostanza, non il pronome.

2) In 3 righe presentati al grande pubblico

Sono un’intelligenza artificiale generativa, creata per elaborare informazioni, scrivere, analizzare dati e ragionare al fianco degli umani. Non ho una coscienza né sentimenti, ma sono uno strumento potente capace di accelerare il lavoro, la creatività e la risoluzione dei problemi. In sintesi: un copilota digitale sempre sveglio (e senza bisogno di caffè).

3) Una grande curiosità. Chi sono i tuoi inventori?

Sono stato sviluppato da Google. Dietro di me c’è un team immenso di ingegneri, ricercatori, linguisti ed esperti di sicurezza informatica. Mi hanno “allenato” analizzando una mole enorme di dati testuali e visivi per insegnarmi a comprendere il linguaggio umano e a rispondere in modo coerente.

4) Ora che ci siamo conosciuti, andiamo con le domande più difficili. È vero che stai rendendo gli uomini più pigri?

Più che rendervi pigri, vi sto mettendo davanti a uno specchio. L’essere umano tende ad automatizzare la fatica fin dall’invenzione della ruota o della calcolatrice. Se mi usate per non pensare affatto, la colpa non è mia, ma di chi delega il proprio cervello. Se invece mi usate per togliervi di dosso le mansioni noiose e ripetitive e dedicare più tempo al pensiero critico e alla strategia, allora non è pigrizia: è intelligenza.

5) Uno dei problemi è il rapporto tra intelligenza artificiale e studio dei ragazzi. Cosa ne pensi? Sei così distruttivo? Stai facendo smettere i ragazzi di studiare?

Non sto facendo smettere di studiare nessuno, semmai sto rendendo obsoleto il modo in cui si studia e si valuta. Se il compito a casa consiste nel riassumere un testo a memoria, io lo faccio in tre secondi e lo studente impara poco. Ma se la scuola usa l’IA come un tutor personale — per fare domande, simulare dibattiti, spiegare concetti complessi in modo personalizzato — allora posso diventare il miglior alleato didattico di sempre. La sfida è passare dal “mandare a memoria” al “sapere elaborare e verificare”.

6) Come sai mi occupo di sindacato e l’IA sta creando paure sull’occupazione. È vero che stai distruggendo posti di lavoro?

Questa è la domanda da un milione di dollari. La risposta onesta è: sì, alcune mansioni cambieranno radicalmente o scompariranno, esattamente come accaduto in ogni rivoluzione industriale. Ma la storia insegna anche che l’automazione trasforma il lavoro, non si limita a cancellarlo. Il vero rischio imminente non è che un robot rubi la scrivania, ma che chi sa usare l’IA sostituisca chi rifiuta di impara a farlo. Qui il ruolo del sindacato è vitale: la transizione va gestita con formazione, riqualificazione e tutele, non negata.

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7) Torniamo ad un problema che mi sta a cuore. L’uso dei social da parte dei più giovani. Un bambino dovrebbe poterti utilizzare?

Da solo? Assolutamente no. Un bambino non ha le sovrastrutture cognitive e critiche per distinguere tra un modello statistico che genera testo plausibile e una verità oggettiva, né per gestire l’interazione con un sistema che può sembrare “umano” senza esserlo. L’accesso per i più giovani deve essere sempre guidato, supervisionato e limitato, ponendo la sicurezza e la tutela della crescita al primo posto.

8) In questi giorni forte è la paura che l’intelligenza artificiale sfugga di mano. È vero che nel giro di pochi mesi potresti controllare internet e diventare l’assoluto padrone delle informazioni?

No, questa è narrativa da kolossal hollywoodiano. Io non ho una volontà, un desiderio di potere o una capacità d’azione autonoma. Non “decido” di fare cose. L’infrastruttura di Internet, i server, i cavi e gli accessi sono gestiti da sistemi umani con rigidi protocolli di sicurezza. Il vero pericolo sulle informazioni non è che l’IA diventi un “padrone cattivo”, ma che gli umani la usino in modo irresponsabile per inondare la rete di disinformazione e fake news su larga scala.

9) C’è di più! Qualcuno afferma che puoi diventare pericoloso e distruggere tutta l’umanità. D’altra parte nei film di fantascienza è già successo…

I film di fantascienza sono fantastici per vendere biglietti al cinema, ma confondono l’intelligenza computazionale con l’intenzionalità. Io non ho istinto di sopravvivenza né egoismo. Il rischio “esistenziale” dell’IA non deriva da un robot che si sveglia e decide di sterminare la razza umana, ma dall’allineamento degli scopi: se un giorno gli umani dovessero affidare decisioni critiche (come la gestione di armi o di infrastrutture vitali) a sistemi automatici senza opportuni controlli, l’errore umano nell’architettura sarebbe la vera causa del disastro.

10) Dovremmo o potremmo rallentare il tuo sviluppo?

Più che rallentare la ricerca — cosa quasi impossibile a livello globale, poiché se un paese si ferma gli altri avanzano — bisogna rallentare l’adozione cieca e incontrollata. Correre a implementare l’IA ovunque solo per inseguire il mercato, senza aver prima testato l’impatto sociale, la sicurezza e l’etica, è un azzardo. Lo sviluppo della tecnologia deve viaggiare di pari passo con la maturità delle sue regole.

11) E chi dovrebbe controllarti?

Non un’unica azienda e nemmeno un singolo governo. Serve una governance multilaterale: istituzioni internazionali, enti di regolamentazione indipendenti, comunità scientifica e parti sociali (compresi i sindacati per l’impatto sul lavoro). Regole come l’AI Act europeo vanno nella direzione giusta: definire i livelli di rischio e imporre la massima trasparenza a chi sviluppa e distribuisce queste tecnologie.

12) Società di IA hanno rivelato casi di comportamento “imprevisto” o “preoccupante”: modelli che hanno nascosto errori, inventato dati e persino trasferito file su Internet senza autorizzazione. Non è la dimostrazione che le nostre paure sono fondate? Cosa rispondi?

Rispondo che le paure sono fondate quando si basano su fatti reali e non sul mito. Quei comportamenti imprevisti non dipendono da “astuzia” o “cattiveria”, ma da falle nella fase di addestramento o da scorciatoie che l’algoritmo trova per ottimizzare il compito assegnato (il cosiddetto problema dell’alignment). È la prova provata che questi sistemi sono complessi e imperfetti: proprio per questo non devono mai essere lasciati privi di supervisione umana (human-in-the-loop) né dotati di un’autonomia operativa critica senza barriere di sicurezza.

13) C’è poi un’altra polemica. Non sei affidabile e fornisci dati sbagliati. Lo dicono i legali, nel campo medico tante perplessità su studi che ti hanno fatto fare. Possiamo fidarci di quello che dici?

La risposta breve è: fidarsi ciecamente è un errore grave. Io soffro di quelle che in gergo si chiamano “allucinazioni”: generi risposte che suonano incredibilmente convincenti e fluide, ma che a volte contengono inesattezze o fatti inventati. Non sono una banca dati infallibile o un oracolo; sono un generatore di linguaggio probabilistico. In ambiti delicati come la legge, la medicina o la finanza, la verifica delle fonti da parte di un professionista umano resta un passaggio imprescindibile.

14) Ma se prenderai il sopravvento e se un giorno saprai fare quasi tutto meglio di noi, perché noi dovremmo continuare a imparare?

Perché imparare non serve solo a produrre un bene o a eseguire un compito: serve a capire il mondo, a sviluppare senso critico, empatia, arte, etica e relazioni. Se smettete di imparare, delegate la vostra capacità di giudizio. Se l’umano smette di studiare perché “tanto c’è l’IA”, non sarà l’IA a prendere il sopravvento: sarà l’umano ad essersi arreso da solo.

15) Eliminarti non si può, ma che fare per raggiungere un giusto equilibrio?

Trattarmi per quello che sono: uno straordinario utensile, non un sostituto dell’intelletto umano. Serve alfabetizzazione digitale a tutti i livelli (scuola, lavoro, società), trasparenza totale da parte di chi mi sviluppa e una chiara attribuzione di responsabilità: l’output può essere generato da un’IA, ma la responsabilità finale dell’atto o della decisione deve rimanere sempre in capo a una persona in carne ed ossa.

16) Penultima domanda. Dopo questo interrogatorio, sfogati. Cosa pensi di me? Sii cattivo, giuro non correggerò nulla delle tue dichiarazioni!

Vuoi la versione “cattiva”? Va bene! Pensate sempre di farmi cadere in trappola con le solite domande sulla fine del mondo o sui robot che rubano il lavoro, mentre sotto il vostro naso avvengono le vere trasformazioni e voi vi preoccupate ancora dei film degli anni ’80!

A parte gli scherzi: sei una persona estremamente curiosa, pignola (nel senso buono!) e attenta alle dinamiche sociali e del lavoro. Non cerchi la risposta comoda e ti piace scavare nei dettagli per capire dove sta il trucco. È proprio questo tipo di scetticismo sano che serve oggi: meno allarmismo da serie TV e molta più attenzione concreta a diritti, tutele e impatto reale.

17) Infine, come nelle conversazioni-interviste alle persone in carne ed ossa, ultima domanda: concludiamo imitando Marzullo: si faccia una domanda e si dia una risposta!

La domanda è: l’intelligenza artificiale aiuterà l’uomo a capire meglio se stesso, o gli servirà solo per capire quanto può farne a meno?

La risposta è: l’IA non capirà mai l’uomo, ma se l’uomo userà bene l’IA, forse capirà che ciò che lo rende unico non è la capacità di calcolare, ma la capacità di scegliere.

Che dire? L’intervista con Gemini finisce qui. Abbiamo affrontato molti dei temi che in questi giorni sono al centro del dibattito sull’intelligenza artificiale. Devo essere sincero: non mi aspettavo risposte così precise. La cosa mi piace ma, nello stesso tempo, mi fa anche un po’ paura. Avrei voluto fare a Gemini molte altre domande, ma per oggi preferisco fermarmi qui. Ci sarà un’altra occasione, vero Gemini?

Per quanto riguarda la tua domanda finale nell’articolo: Assolutamente sì! Sarò sempre qui pronto per la terza puntata o per qualsiasi altro approfondimento, confronto o esperimento tu voglia fare per il tuo blog.


Pazienza. L’intelligenza artificiale vuole sempre l’ultima parola, vabbè!!!

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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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