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CCNL bancari, l’ABI parla del futuro ma non risponde sul contratto. E i sindacati perdono la pazienza

26 ottobre 2026 – Dopo il Consiglio direttivo ABI del 21 ottobre, il confronto riprende, ma non arrivano né una proposta economica né risposte puntuali alle richieste sindacali. Sileoni, Colombani, Esposito, Furlan e Pinton chiedono un cambio di passo. E il risiko bancario continua a pesare sul negoziato.

Immagine generata da ChatGPT in relazione al contenuto del post

Il rinnovo del contratto nazionale dei bancari sembra essere entrato in una fase piuttosto singolare, perché dopo settimane durante le quali le organizzazioni sindacali avevano chiesto all’ABI di chiarire quale modello di banca avesse in mente per i prossimi anni, il Comitato per gli affari sindacali e del lavoro è finalmente tornato al tavolo con una riflessione generale sulle prospettive del settore, ma senza accompagnarla con quelle risposte concrete che i sindacati aspettavano.
È quanto emerge dalle dichiarazioni rilasciate il 26 ottobre 2026 dai segretari generali delle cinque organizzazioni sindacali che stanno conducendo la trattativa per il rinnovo del contratto, scaduto il 31 marzo e relativo a circa 260mila lavoratrici e lavoratori.
Il confronto si è svolto dopo la riunione del Consiglio direttivo dell’ABI del 21 ottobre, che avrebbe dovuto contribuire a definire il mandato negoziale del CASL, ma le valutazioni sindacali lasciano intendere che, almeno per il momento, non sia arrivata quella svolta che molti si aspettavano.
Non sappiamo esattamente quali decisioni siano state assunte il 21 ottobre e non possiamo quindi affermare che la delegazione ABI sia rimasta priva di un mandato, ma possiamo constatare che, secondo le dichiarazioni diffuse al termine dell’incontro, continuano a mancare una proposta economica e posizioni precise su molte questioni normative.
In altre parole, dopo aver chiesto per settimane alle banche di spiegare dove vogliono andare, i sindacati hanno finalmente ascoltato un ragionamento sul futuro, ma continuano a non sapere che cosa l’ABI sia concretamente disposta a sottoscrivere.

Sileoni: il vero problema è chi deve decidere le regole del futuro

Il giudizio più articolato arriva da Lando Maria Sileoni (nella foto), segretario generale della FABI, che nel comunicato diffuso al termine dell’incontro non si limita a denunciare l’assenza di risposte economiche e normative, ma solleva una questione che considero centrale per comprendere il significato politico di questo rinnovo contrattuale.
Secondo Sileoni occorre chiarire quali materie debbano essere disciplinate dal contratto nazionale e quali possano essere affidate alla contrattazione dei singoli gruppi bancari, perché non si tratta soltanto di distribuire competenze tra livelli negoziali differenti, ma di stabilire quali diritti debbano essere garantiti a tutti i lavoratori del settore, indipendentemente dalla banca nella quale prestano servizio.
È una questione particolarmente importante in una fase nella quale le aggregazioni societarie, le riorganizzazioni delle reti e l’intelligenza artificiale stanno modificando profondamente l’organizzazione del lavoro.
Se le regole fondamentali su occupazione, professionalità, formazione e utilizzo delle nuove tecnologie fossero lasciate prevalentemente alla contrattazione aziendale, potrebbero accentuarsi le differenze tra i grandi gruppi, dotati di strutture sindacali e strumenti negoziali consolidati, e le realtà più piccole.
D’altra parte, una contrattazione nazionale troppo rigida rischierebbe di non riuscire a governare le specificità organizzative delle singole aziende. Il punto, dunque, non è scegliere semplicemente tra contratto nazionale e accordi aziendali, ma definire un equilibrio nel quale il primo garantisca diritti comuni e i secondi possano migliorarli e adattarli alle diverse situazioni.
Sileoni contesta inoltre l’assenza di una proposta economica, ricordando che la solidità dei bilanci bancari dovrebbe consentire di affrontare senza ulteriori rinvii le richieste salariali avanzate unitariamente dai sindacati.

I numeri della FABI: utili in crescita del 72%, costo del lavoro del 7%

Nel comunicato del 26 ottobre, Sileoni richiama alcuni dati attribuiti alla Banca d’Italia, mettendo a confronto l’andamento dei principali indicatori del sistema bancario tra il 2022 e il 2025.
Secondo i numeri riportati dalla FABI, i ricavi sarebbero passati da 88 a 110 miliardi di euro, il margine di interesse da 45 a 60 miliardi e gli utili netti da 22 a 38 miliardi, con una crescita di circa il 72%, mentre il costo del lavoro sarebbe aumentato da 29 a 31 miliardi, pari a circa il 7%.
Sono cifre che meritano attenzione, pur ricordando che si tratta della selezione e della lettura dei dati proposta dall’organizzazione sindacale e che la sostenibilità di un rinnovo contrattuale deve essere valutata anche considerando le differenze tra gli istituti, le prospettive dei ricavi e la durata degli aumenti.
Il confronto resta comunque significativo, perché mostra quanto sia cresciuta la redditività del settore rispetto all’evoluzione del costo complessivo del personale.*
Sileoni richiama anche un esempio riferito a un grande gruppo bancario, nel quale ogni dipendente genererebbe mediamente 430mila euro di ricavi annui a fronte di un costo del lavoro di circa 77mila euro. Un rapporto che non va confuso con l’utile prodotto dal singolo lavoratore, perché i ricavi devono sostenere numerose altre componenti di costo, ma che contribuisce a illustrare il ragionamento sindacale sulla distribuzione del valore.
La richiesta economica della piattaforma, pari a 518 euro mensili per la figura professionale di riferimento, viene presentata dalla FABI come coerente con il recupero dell’inflazione e con il riconoscimento di una quota dei guadagni di produttività.
Ed è proprio sul tema della distribuzione della ricchezza prodotta dalle banche che arriva un’altra osservazione particolarmente interessante.

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Colombani: otto miliardi agli azionisti, ma per gli stipendi si aspetta

Riccardo Colombani (nella foto), segretario generale della First Cisl, introduce nel dibattito un confronto che rende ancora più evidente la distanza tra le priorità finanziarie dei grandi gruppi e i tempi della trattativa contrattuale.
Secondo quanto dichiara Colombani, gli analisti prevedono che quattro importanti gruppi bancari distribuiscano agli azionisti, nel mese di novembre, oltre otto miliardi di euro di acconti sui dividendi del 2026, una cifra che il sindacalista considera ampiamente superiore al costo degli aumenti economici richiesti per l’intero settore nell’arco di un triennio.
È un confronto politico e sindacale, naturalmente, perché dividendi e costo del lavoro rispondono a logiche economiche differenti, ma pone una domanda che non può essere liquidata con facilità: se le banche dispongono delle risorse necessarie per remunerare generosamente gli azionisti, perché la discussione sugli aumenti contrattuali non riesce ancora a entrare nel vivo?
Colombani aggiunge un altro dato sul quale varrebbe la pena riflettere, ricordando che nei servizi bancari e finanziari italiani gli occupati con meno di quarant’anni rappresenterebbero appena il 25% del totale, contro una media europea del 38%.
La questione salariale, dunque, non riguarda soltanto il recupero del potere d’acquisto dei dipendenti attuali, ma anche la capacità del settore di attrarre nuove generazioni e di offrire prospettive professionali adeguate.
E questo aspetto diventa ancora più importante mentre l’intelligenza artificiale modifica le competenze richieste e impone alle banche di investire seriamente nella formazione e nella riqualificazione del personale.

Esposito e Furlan: il contratto nazionale deve valere per tutti

Anche Susy Esposito (nella foto), segretaria generale della Fisac Cgil, esprime insoddisfazione per l’andamento del confronto, osservando che l’ABI ha illustrato principi generali condivisibili senza però tradurli in proposte dettagliate.
Per Esposito il contratto nazionale deve essere uno strumento capace di governare le trasformazioni del settore, non un semplice aggiornamento delle norme esistenti, e proprio per questo è necessario passare rapidamente dalle dichiarazioni di principio alle decisioni.

Sulla stessa linea si colloca Fulvio Furlan (nella foto), segretario generale della UILCA, che insiste sulla necessità di un contratto valido per tutto il personale bancario, nelle grandi come nelle piccole aziende, con un’area contrattuale ampia e inclusiva.
Furlan richiama in particolare il benessere lavorativo, la tutela dei livelli occupazionali, la formazione, la crescita professionale, la riduzione dell’orario di lavoro e la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, sottolineando che le trasformazioni del settore devono essere affrontate mettendo concretamente le persone nelle condizioni di svolgere al meglio la propria attività.
Anche sul piano economico la UILCA considera la richiesta sindacale, indicata nel comunicato come un aumento del 15%, coerente con la situazione patrimoniale e reddituale delle banche.

Ma il comunicato UILCA contiene anche una novità importante sul calendario: i prossimi incontri vengono indicati per lunedì 9 e giovedì 19 novembre. Dopo gli appuntamenti di ottobre, quindi, la trattativa proseguirà a novembre, mentre resta da capire se il nuovo calendario sarà accompagnato da una maggiore disponibilità dell’ABI a entrare nel merito delle richieste.

Pinton: chiudere entro dicembre, senza aspettare il risiko

Una posizione particolarmente netta viene espressa da Luca Pinton (nella foto), segretario generale di UNISIN/CONFSAL, che indica esplicitamente l’obiettivo di arrivare alla firma del contratto entro dicembre 2026.
Pinton chiede il pieno accoglimento delle rivendicazioni economiche e sostiene che i tempi del negoziato non debbano essere condizionati né dalle distribuzioni dei dividendi previste a novembre né dalle operazioni straordinarie che stanno ridisegnando il sistema bancario.
E’ un’affermazione che si collega direttamente ai dubbi emersi nelle settimane precedenti, quando diversi osservatori avevano ipotizzato che le banche preferissero attendere la definizione delle principali operazioni del risiko prima di assumere impegni contrattuali di particolare rilievo.
Secondo UNISIN, invece, proprio quelle operazioni rendono ancora più urgente definire un quadro di garanzie comuni, capace di coordinare la contrattazione nazionale con quella aziendale e di gruppo.
L’organizzazione richiama inoltre la necessità di tutelare l’occupazione, ridurre l’orario di lavoro a parità di retribuzione e governare la transizione digitale attraverso regole precise, formazione e garanzie professionali.
La scadenza di dicembre, per il momento, rappresenta dunque un obiettivo sindacale e non una data concordata per la conclusione del negoziato, ma contribuisce ad aumentare la pressione sull’ABI..

Devo ammettere che, dopo aver letto le dichiarazioni dei cinque segretari generali, la prima domanda che mi viene spontanea è piuttosto semplice: ma il Consiglio direttivo dell’ABI del 21 ottobre, quello dal quale doveva uscire un mandato negoziale più preciso, a che cosa è servito?
Naturalmente non conosciamo il contenuto delle decisioni assunte in quella sede e non possiamo escludere che il CASL abbia ricevuto indicazioni importanti, ma se il risultato del confronto del 26 ottobre è ancora una volta una serie di dichiarazioni sindacali che denunciano l’assenza di risposte economiche e normative, viene da chiedersi quale sia stato il cambiamento concreto rispetto agli incontri precedenti.
Fino al 13 ottobre le organizzazioni sindacali contestavano all’ABI di non avere una visione complessiva del futuro del settore. Il 26 ottobre, a quanto riferiscono, la controparte ha finalmente illustrato una riflessione generale sulle trasformazioni bancarie, ma senza indicare quali richieste sia disposta ad accogliere.
Sembra quasi che le banche abbiano risposto alla domanda sbagliata: i sindacati chiedevano quale contratto si intendesse sottoscrivere e l’ABI avrebbe spiegato, almeno in termini generali, come sta cambiando il settore bancario.
Un argomento certamente interessante, ma che i sindacati conoscono già molto bene, visto che proprio su quelle trasformazioni hanno costruito una parte significativa della piattaforma rivendicativa.

Mi colpisce soprattutto la questione sollevata da Sileoni sul rapporto tra contratto nazionale e contrattazione aziendale, perché potrebbe rappresentare uno dei veri nodi politici di questo rinnovo. Se le grandi banche puntassero a trasferire una parte crescente delle materie alla contrattazione di gruppo, il rischio sarebbe quello di indebolire progressivamente la funzione del contratto nazionale come strumento di tutela comune.
Non sto sostenendo che questa sia la posizione dell’ABI, perché non abbiamo elementi sufficienti per affermarlo, ma ritengo che sia una questione sulla quale occorra ottenere risposte esplicite, soprattutto in un settore nel quale le dimensioni delle aziende, le strategie industriali e il potere contrattuale delle rappresentanze sindacali possono essere molto differenti.
C’è poi il tema economico, che continua a rimanere sullo sfondo nonostante i risultati delle banche, la distribuzione dei dividendi e una piattaforma sindacale che ha quantificato con precisione la richiesta di aumento.
Non credo che gli utili record costituiscano, da soli, la dimostrazione matematica della sostenibilità di qualsiasi aumento salariale, ma trovo difficile giustificare il fatto che, a quasi sette mesi dalla scadenza del contratto, non sia ancora stata presentata una proposta economica sulla quale avviare una vera negoziazione.

Il prossimo appuntamento è il 9 novembre. Sarebbe bello che, per una volta, oltre alle analisi di scenario arrivassero anche numeri, proposte e qualche risposta concreta. Perché il contratto nazionale non si rinnova con le presentazioni sul futuro, ma con gli accordi.
A domani, per un ulteriore commento, dopo aver letto l’articolo di Cristina Casadei sul Sole 24 Ore.


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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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