Pubblicità

Bisoni (Presidente MPS) difende il progetto Lovaglio. Ma il 29 ottobre comincia la vera caccia ai voti

Immagine creata da ChatGPT in relazione al contenuto del post

A poco più di un mese dall’assemblea del 29 ottobre, il confronto sul futuro di Monte dei Paschi entra in una fase diversa, perché dopo settimane dominate dai numeri delle offerte, dalle richieste della Consob, dalle tensioni nel consiglio e dai calendari autorizzativi, adesso comincia la partita più semplice da descrivere e probabilmente più complicata da vincere: contare i voti.

A difendere apertamente il progetto di Luigi Lovaglio interviene questa volta il presidente di Mps Cesare Bisoni, che in una lunga intervista al Corriere della Sera, a firma di Daniela Polizzi e Nicola Saldutti, respinge innanzitutto la lettura delle Ops su Banco BPM e Banca Generali come una manovra costruita soltanto per contrastare l’Opas di Intesa Sanpaolo. Secondo Bisoni, la doppia operazione avrebbe invece «un forte valore industriale» e rappresenterebbe «un’evoluzione naturale dopo Mediobanca», inserendosi in un percorso che avrebbe avuto una prima manifestazione già nella lettera con cui Banco BPM, a giugno, aveva proposto di esplorare una possibile fusione tra pari.

È una ricostruzione importante perché prova a dare continuità strategica alle mosse di agosto: prima Mediobanca, poi Banco BPM e Banca Generali, non come tre operazioni indipendenti nate sotto la pressione dell’offerta di Carlo Messina, ma come passaggi successivi verso un gruppo finanziario più grande, diversificato e dotato di una forte rete distributiva.
Ed è anche, inevitabilmente, la tesi che Bisoni e Lovaglio dovranno riuscire a far condividere agli azionisti.

Bisoni: «In Italia non bastano due banche forti»

C’è un passaggio dell’intervista che merita particolare attenzione, perché porta il confronto fuori dal perimetro di Mps e lo colloca dentro il futuro dell’intero sistema bancario italiano.

Bisoni ricorda che per molti anni il problema italiano è stato l’eccessivo frazionamento del mercato, ma sostiene che dopo la lunga stagione delle aggregazioni sia arrivato il momento di preservare una sufficiente pluralità di operatori: «Solo due banche forti non sono sufficienti per l’efficienza del sistema», afferma, collegando direttamente la concorrenza anche alla capacità di erogare credito.

È chiaramente la posizione del presidente di una banca che sta cercando di costruire un terzo grande polo, ma apre una questione che va ben oltre la battaglia fra Siena e Milano. Quanto deve crescere una banca per avere dimensioni europee senza ridurre eccessivamente la concorrenza? E quanto può diventare grande senza perdere quel rapporto con famiglie, imprese e territori che Bisoni considera ancora uno dei punti di forza del Monte?

Il presidente prova a tenere insieme le due esigenze sostenendo che la dimensione non debba diventare un obiettivo in sé, ma servire a finanziare investimenti più consistenti e ad ampliare la gamma dei prodotti, dalla consulenza al wealth management, mantenendo contemporaneamente un forte presidio territoriale. È un tema che tornerà inevitabilmente anche davanti all’Antitrust.

Bisoni ritiene Mps e Banco BPM molto complementari dal punto di vista geografico e prevede un iter autorizzativo fluido per le operazioni di Siena, mentre chiede la massima attenzione dell’Autorità anche sull’offerta di Intesa e sul previsto trasferimento di parte della rete Mps nell’orbita Unipol. Si tratta, naturalmente, della valutazione del presidente di Mps: saranno le Autorità a stabilire autonomamente quali problemi concorrenziali esistano e quali eventuali rimedi siano necessari.

📢 Segui il Blog di Max

Ricevi i nuovi post su WhatsApp o Telegram

📱 WhatsApp 📢 Telegram

Il presidente difende anche il Cda. Ma quelle sei astensioni restano

L’intervista arriva appena due giorni dopo una riunione del consiglio durata nove ore, dalla quale era emersa un’immagine tutt’altro che compatta del board.
Bisoni non nega le differenze. Ammette che la fase iniziale del consiglio sia stata «un po’ complicata», con tensioni soprattutto al momento delle nomine, e riconosce l’esistenza di sensibilità diverse sul progetto, ma respinge l’idea di una governance ingestibile e assicura di rispondere con la massima trasparenza quando i consiglieri chiedono chiarimenti.
Rimane però il dato raccontato ieri da Repubblica: sei consiglieri su quindici si sarebbero astenuti sulle deliberazioni sottoposte al board, dopo il ritorno di Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro.


👉 Mps, il 29 ottobre diventa un’assemblea “monstre”: Mediobanca, Generali e le due Ops. Ma il Cda si divide


Come abbiamo scritto ieri, l’astensione non equivale a un voto contrario e sarebbe sbagliato trasformarla in una bocciatura del progetto. Ma neppure può essere cancellata dal racconto, perché significa che una componente consistente del consiglio non ha accompagnato con un voto favorevole le decisioni della maggioranza proprio nel momento in cui quelle decisioni vengono consegnate agli azionisti.

Bisoni, comunque, non nasconde da quale parte stia: dice di avere molta fiducia in Lovaglio e aggiunge che «bisogna sostenerlo anche in questa fase di maggiore complessità». Più chiaro di così.

Il 29 ottobre non sarà un referendum. Però servono i due terzi

Anche Bisoni riprende il nuovo argomento utilizzato da Lovaglio nel road show internazionale: il voto favorevole del 29 ottobre servirebbe a consentire agli azionisti di mantenere aperte le alternative e scegliere successivamente quale soluzione offra le migliori prospettive di creazione di valore. È la famosa “opzionalità” sulla quale il management sta costruendo la propria campagna.
Il problema è che l’opzionalità, prima di diventare una possibilità concreta, deve superare una prova aritmetica molto severa.

Secondo i calcoli riportati da Andrea Deugeni e Luca Gualtieri (nella foto) su MF-Milano Finanza, se la partecipazione all’assemblea rimanesse attorno al 65%, come nell’assise dello scorso aprile, per raggiungere la maggioranza dei due terzi necessaria sulle deliberazioni interessate i voti favorevoli dovrebbero rappresentare oltre il 43% dell’intero capitale di Mps.

Vista dall’altra parte, la fotografia è ancora più efficace: con quei livelli di partecipazione, una quota nell’ordine del 22% del capitale complessivo, a seconda dell’effettiva affluenza e della singola deliberazione, potrebbe essere sufficiente a impedire il raggiungimento dei due terzi. Ecco perché, da questo momento, ogni percentuale conta.

Delfin: quel 17,5% che tutti aspettano

Il primo grande punto interrogativo rimane Delfin, primo azionista di Mps con circa il 17,5%.
La holding della famiglia Del Vecchio ha affidato a Lazard l’analisi delle alternative e, secondo MF, dovrebbe decidere soltanto a ridosso dell’assemblea attraverso un consiglio dedicato. Leonardo Maria Del Vecchio ha già indicato pubblicamente il criterio che, a suo giudizio, dovrebbe guidare la scelta: maggiore flessibilità e creazione di valore.
Ma proprio Delfin dimostra quanto sia difficile ridurre la partita a un semplice schieramento “Lovaglio contro Messina”.
Ad aprile la holding aveva contribuito alla conferma di Lovaglio, mentre l’Opas di Intesa offrirebbe oggi alla cassaforte della famiglia non soltanto azioni di un grande gruppo europeo, ma anche una componente cash superiore, secondo i calcoli riportati da MF, a mezzo miliardo di euro. Dall’altra parte, restare nel progetto Mps significherebbe continuare a partecipare direttamente alla costruzione del nuovo polo immaginato da Siena.
Sono considerazioni attribuite alle ricostruzioni di stampa e non anticipano in alcun modo la decisione che Delfin prenderà.
Ed è proprio per questo che quel 17,5% resta uno dei grandi misteri del 29 ottobre.

Caltagirone, fondi, Banco BPM e Benetton: il puzzle si complica

Anche la posizione di Francesco Gaetano Caltagirone resta aperta. MF lo indica intorno al 13,5% e ricorda le tensioni con Lovaglio emerse negli ultimi mesi, culminate nel tentativo della primavera di sostenere una soluzione diversa per il vertice della banca. Ma non risulta una posizione ufficiale definitiva del gruppo sull’assemblea di ottobre e quindi ogni conclusione sarebbe prematura.
Poi ci sono i fondi internazionali, che complessivamente rappresentano una quota enorme dell’azionariato e che potrebbero risultare decisivi.
BlackRock, Vanguard, Norges e molti investitori passivi guarderanno con particolare attenzione alle indicazioni dei proxy advisor ISS e Glass Lewis, attese nella seconda metà di ottobre. Il fatto che alcuni di questi investitori abbiano già sostenuto l’aumento di capitale di Intesa necessario all’Opas non consente automaticamente di dedurre come voteranno sulle proposte Mps: sono deliberazioni differenti e andranno valutate come tali.
Banco BPM, con circa il 3,7%, rappresenta invece un caso particolarissimo. MF osserva correttamente che non esiste un obbligo giuridico automatico di astensione, ma il Banco si trova contemporaneamente nella posizione di azionista di Mps e di società destinataria di una delle sue offerte. La scelta di non partecipare alla relativa votazione viene quindi indicata come quella più lineare sotto il profilo della governance, ma sarà necessario vedere quale decisione verrà effettivamente assunta (ne avevo parlato con un mio editoriale il 31 agosto Mps vuole comprare Banco BPM. Ma il Banco ha il 3,74% di Mps: il 29 ottobre come voterà Castagna?) .

Persino l’1,45% attribuito a Edizione della famiglia Benetton può acquistare peso in un’assemblea così tirata. Anche in questo caso MF prevede una decisione vicina alla data del voto, nella quale potranno pesare sia la convenienza finanziaria sia le esigenze della holding.

E il Mef? Fuori dalla stanza

Sul Tesoro almeno un’incognita è stata eliminata. Giorgetti ha annunciato che il Mef, titolare del 4,86%, non parteciperà all’assemblea, scelta diversa dall’astensione e particolarmente rilevante perché l’assenza non entra nel denominatore dei voti rappresentati. Lo abbiamo scritto ieri e vale la pena ripeterlo: il Mef non vota contro Lovaglio e non vota a favore di Intesa. Semplicemente non partecipa. Ma in un’assemblea nella quale la partita si gioca sui due terzi dei votanti, anche decidere di non sedersi al tavolo contribuisce a determinarne la matematica.

Generali: Bisoni vuole azionisti stabili

C’è infine un passaggio dell’intervista al Corriere che merita di essere conservato, anche a futura memoria.
Alla domanda su quale assetto azionario sarebbe preferibile per Generali, Bisoni risponde che la soluzione migliore sarebbe «un nucleo di azionisti stabili, non necessariamente ristretto, che condivida la stessa visione per il futuro della compagnia», accompagnato da un management che non sia espressione di un potere e che persegua una gestione sana e prudente del risparmio.
Parole particolarmente significative considerando che Mps, attraverso Mediobanca, controlla oggi circa il 13,2% del Leone e che l’assemblea del 29 ottobre dovrà pronunciarsi anche sul trasferimento dell’intera partecipazione da Piazzetta Cuccia alla capogruppo senese.
Dopo l’eventuale distribuzione agli azionisti Mps di circa il 4,4-4,5% di Generali nell’ambito della cedola straordinaria, resterebbe infatti un pacchetto vicino al 9%.
E continuiamo a non sapere quale sia, nel lungo periodo, il destino di quella partecipazione.


Daniela Polizzi e Nicola Saldutti sul Corriere della Sera intervistano il presidente di Mps Cesare Bisoni, affrontando il valore industriale delle Ops, la concorrenza bancaria, le tensioni nel Cda, l’assemblea del 29 ottobre e il futuro assetto di Generali.
Andrea Deugeni e Luca Gualtieri su MF-Milano Finanza ricostruiscono invece la vera e propria caccia ai voti, analizzando le posizioni ancora aperte di Delfin, Caltagirone, fondi internazionali, Banco BPM, Mef ed Edizione.


📢 Vuoi rimanere sempre aggiornato?

Seguimi sui miei canali WhatsApp e Telegram per ricevere in tempo reale i nuovi post del blog, gli approfondimenti sul mondo bancario, assicurativo, sindacale, tecnologico, le recensioni di libri e tanto altro.

📱 Seguimi su WhatsApp

📢 Seguimi su Telegram

Pubblicità

Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.