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Bazoli gela il risiko: “Su Mps-Mediobanca il finale è ancora incertissimo”

Giovanni Bazoli osserva una grande scacchiera finanziaria italiana con le pedine “Mps”, “Mediobanca”, “Generali” e “Banco Bpm”. Sul lato sinistro Luigi Lovaglio guida simbolicamente Rocca Salimbeni verso Piazzetta Cuccia attraverso flussi digitali luminosi. Sul lato destro ombre di grandi azionisti e consiglieri discutono davanti a dossier “Governance”, “Sinergie”, “Risiko bancario”. Sul tavolo centrale un fascicolo aperto con la scritta “Finale Incertissimo”. Sfondo con skyline Siena-Milano-Trieste e schermi BCE che osservano il consolidamento bancario italiano, ideazione, prompt e immagine di ChatGPT

Quando parla Giovanni Bazoli, nella finanza italiana difficilmente è solo una battuta. Perché Bazoli non è soltanto il presidente emerito di Intesa Sanpaolo: è uno degli uomini che hanno costruito il sistema bancario italiano moderno, protagonista della grande stagione delle fusioni culminata nel 2006 con la nascita di Intesa Sanpaolo insieme a Enrico Salza.

E proprio per questo le sue parole pronunciate al Festival dell’Economia di Trento sul dossier Mps-Mediobanca pesano più di molte analisi finanziarie.

Gli articoli del Sole 24 Ore e della Stampa raccontano infatti un Bazoli molto prudente, quasi preoccupato, davanti all’operazione che oggi sta ridisegnando gli equilibri della finanza italiana. La frase che colpisce di più è probabilmente quella più semplice: “È tutto incertissimo”.

Un giudizio netto. E soprattutto pronunciato da chi conosce perfettamente cosa significhi integrare grandi banche, culture manageriali diverse, azionisti potenti e territori storicamente autonomi.

Bazoli riconosce a Mps un merito enorme: essere riuscita dove altri avevano fallito. Non è un dettaglio. Per anni Mediobanca è stata considerata quasi inattaccabile, una sorta di fortezza della finanza italiana. E invece Luigi Lovaglio è riuscito a portare Siena dentro Piazzetta Cuccia, trasformando Montepaschi da banca salvata dallo Stato a protagonista assoluta del risiko.

Ma proprio qui emerge il punto centrale del ragionamento del banchiere bresciano.

Secondo Bazoli, infatti, la vittoria non coincide automaticamente con la stabilità del progetto. Anzi. Il problema comincia proprio adesso.

Perché, dice chiaramente, “tra i vincitori è nata una divergenza assoluta”. Una frase pesantissima, che fotografa bene ciò che da settimane emerge dietro le quinte del nuovo gruppo: da una parte Luigi Lovaglio e chi punta a un’integrazione piena e veloce con Mediobanca; dall’altra pezzi importanti dell’azionariato che avrebbero preferito una Piazzetta Cuccia più autonoma e meno assorbita dentro il progetto Mps.

In controluce si vede soprattutto la posizione di Francesco Gaetano Caltagirone, che negli ultimi giorni ha espresso apertamente dubbi sia sulla fusione con Mediobanca sia sull’eventuale prospettiva di un asse futuro con Banco Bpm.

Bazoli non entra direttamente nello scontro tra Lovaglio e il fronte più critico, ma lascia intuire che il vero problema sia la tenuta politica e strategica dell’operazione. E infatti sottolinea come oggi il ceo di Mps si trovi “con il consiglio diviso a metà”.

È un passaggio fondamentale.

Perché negli ultimi mesi il mercato si è concentrato soprattutto sui numeri: le sinergie da 700 milioni, l’apporto di Mediobanca agli utili, il ruolo di Generali, il Danish Compromise, il possibile terzo polo bancario italiano. Bazoli invece sposta l’attenzione sulla governance. E implicitamente ricorda una vecchia regola della finanza: le fusioni non falliscono quasi mai per i numeri, ma per gli equilibri di potere.

In fondo il paradosso del nuovo Monte è tutto qui.

Mai nella sua storia recente Siena era stata così forte patrimonialmente, così centrale negli equilibri italiani e così decisiva nel consolidamento bancario europeo. Eppure mai come oggi appare attraversata da tensioni interne tanto profonde.

Da una parte c’è Lovaglio, rafforzato dal voto assembleare di aprile e sostenuto da Delfin, Banco Bpm e parte del mercato. Dall’altra c’è un blocco di soci che teme che l’identità storica di Mediobanca venga sacrificata dentro una grande macchina bancaria sempre più orientata al consolidamento.

E sullo sfondo resta il convitato di pietra: Generali.

Perché il 13% del Leone detenuto attraverso Mediobanca continua a essere il vero snodo strategico del sistema. È la leva industriale che può cambiare i rapporti di forza nel risiko, ma è anche l’asset che rende il nuovo gruppo appetibile, contendibile e potenzialmente ancora più centrale negli equilibri finanziari italiani.

Bazoli, probabilmente, guarda proprio a questo scenario. Lui che ha vissuto le grandi stagioni delle aggregazioni bancarie sa bene che le fusioni possono creare colossi, ma anche produrre lunghi periodi di instabilità se manca una visione realmente condivisa.

E infatti il suo giudizio finale suona quasi come un avvertimento: il difficile non era vincere Mediobanca. Il difficile comincia ora.

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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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