
La settimana finanziaria che si chiude il 20 settembre racconta un mondo che sembra muoversi contemporaneamente in direzioni diverse, ma che in realtà sta seguendo una traiettoria abbastanza precisa. Le banche continuano ad aggregarsi, le assicurazioni cercano di capire quale sarà il proprio posto nei nuovi grandi conglomerati finanziari, i gestori guardano alle licenze bancarie, la Banca centrale europea prepara le infrastrutture per la finanza tokenizzata, le stablecoin bussano alla porta dei pagamenti tradizionali e, proprio mentre tutto diventa digitale, il caso Revolut ricorda quanto fragile possa diventare una catena finanziaria quando basta compromettere una casella di posta istituzionale per aggirare controlli apparentemente sofisticati.
È una settimana, insomma, nella quale torna una domanda che accompagna spesso questa rubrica: stiamo semplicemente cambiando gli strumenti della finanza oppure stiamo cambiando la finanza stessa?
Del Vecchio jr., il patrimonio è enorme ma anche i debiti cominciano a pesare


Gianni Dragoni (nella foto a sx) e Gaia Scacciavillani (nella foto a dx) sul Fatto Quotidiano del 14 settembre hanno messo sotto la lente la complessa galassia finanziaria di Leonardo Maria Del Vecchio, partendo dalla precisazione con cui Lmdv Capital ha contestato le ricostruzioni che quantificavano l’indebitamento complessivo in 1,3 miliardi di euro. Secondo la società, sommando esposizione personale, linea di credito di Lmdv Capital e posizioni assistite da beni reali, si arriverebbe invece a circa 950 milioni.
Il problema, però, non è soltanto stabilire quale delle due cifre sia quella corretta, perché dietro quei numeri c’è una strategia di investimenti estremamente aggressiva, che spazia dagli immobili alla ristorazione, dal Twiga alle Terme di Fiuggi, dal cinema fino all’editoria. Il patrimonio personale di Leonardo Maria Del Vecchio viene stimato da Lmdv in circa 6 miliardi, mentre Forbes lo valuta più prudentemente intorno ai 4,8 miliardi, ma gran parte della ricchezza è legata al 12,5% di Delfin e quindi a un patrimonio che non è immediatamente liquido, anche a causa delle controversie tra gli otto eredi.
Particolarmente interessante è il rapporto tra investimenti, redditività e debito: il bilancio 2024 di Lmdv Capital mostrava appena 31.917 euro di utile netto, a fronte di un attivo di 516 milioni e 358 milioni di debiti. Il Fatto ricostruisce inoltre finanziamenti con tassi molto elevati e alcune acquisizioni editoriali effettuate a valutazioni particolarmente generose. Il vero interrogativo, quindi, non riguarda tanto la ricchezza teorica dell’erede Del Vecchio, quanto la capacità di trasformare quella ricchezza in liquidità sufficiente a sostenere una macchina di investimenti che continua ad avere bisogno di credito.
BFF, cinque offerte e un puzzle che diventa sempre più complicato
Il dossier BFF continua ad essere uno dei più interessanti del risiko bancario minore. Milano Finanza, con Luca Carrello, Andrea Deugeni e Luca Gualtieri, ha rivelato che BPER avrebbe presentato una proposta non vincolante di circa 400 milioni di euro per la banca depositaria e i servizi di pagamento, una cifra decisamente inferiore al miliardo indicato come possibile valore dagli azionisti Paolo Basilico e Marco Drago. La notizia dell’offerta da 400 milioni e delle condizioni poste da BPER è stata riportata anche online da Milano Finanza.
Ma la vera particolarità della vicenda è che ormai non esiste più una sola possibile operazione BFF. BPER vuole depositaria e pagamenti, ma chiede che qualcuno rilevi il factoring; AMCO guarda proprio al factoring ma vuole maggiori certezze sulla qualità del portafoglio; Cerberus propone circa 180 milioni per arrivare al 30% attraverso un aumento di capitale; Sella punta ai pagamenti; CF+ ragiona invece su un’operazione più articolata che potrebbe passare da un’OPS, dalla collaborazione con AMCO e successivamente da una ricapitalizzazione.
In pratica BFF potrebbe essere venduta a pezzi, ricapitalizzata oppure trasformata attraverso una combinazione di più soggetti. Sullo sfondo rimane il problema che ha originato tutto: il forte assorbimento di capitale del factoring e l’impatto futuro del calendar provisioning. È uno di quei casi nei quali il risiko non nasce dalla volontà di diventare più grandi, ma dalla necessità di trovare una struttura sostenibile.
Il ceo di Nexi mette ancora soldi sulla società che guida

Andrea Deugeni su MF racconta una vicenda apparentemente minore ma interessante per il segnale che manda al mercato. Bernardo Mingrone, amministratore delegato di Nexi, ha aumentato ulteriormente la propria esposizione personale alla paytech attraverso il veicolo con cui Hellman & Friedman partecipa al capitale della società.
L’investimento va letto soprattutto come un segnale di allineamento tra il manager e gli azionisti: Mingrone lega direttamente una parte del proprio patrimonio all’andamento futuro di Nexi e, se il titolo dovesse andare male al momento dell’uscita di H&F, potrebbe perdere l’intero premio investito. Nel frattempo CDP, già secondo azionista con il 19,9%, punta al 29,9%.
Anche qui torna un tema che incontriamo spesso: i pagamenti sono diventati infrastruttura strategica. Per questo Nexi non è più soltanto la società che gestisce carte e POS, ma un tassello di un mercato europeo nel quale dimensioni, tecnologia e capacità d’investimento stanno diventando decisive.
Viviamo più a lungo. Buona notizia per noi, problema matematico per le assicurazioni

L’intervista di Anna Messia a Rita Laura D’Ecclesia, componente del consiglio Ivass e dell’Eiopa, porta nella rubrica un tema completamente diverso soltanto in apparenza. L’aspettativa di vita mondiale è passata dai 66,8 anni del 2000 a oltre 73 anni nel 2024-2025 e nei Paesi sviluppati la probabilità annuale di morte intorno ai sessant’anni si è ridotta del 20-35%.
Per una persona è una splendida notizia; per una compagnia assicurativa significa dover ricalcolare pensioni, rendite vitalizie e coperture Long Term Care che potrebbero dover essere pagate molto più a lungo. Solvency II considera già il rischio di longevità attraverso uno shock permanente sui tassi di mortalità, ma l’allungamento della vita sta facendo crescere il capitale assorbito da questo rischio.
E poi esiste il fenomeno opposto: pandemia, ondate di calore e altri eventi possono improvvisamente aumentare la mortalità. Le compagnie devono quindi prepararsi contemporaneamente a due rischi apparentemente contraddittori: che viviamo molto più a lungo del previsto oppure che improvvisi shock facciano aumentare la mortalità. È il motivo per cui la demografia sta diventando una delle variabili finanziarie più importanti dei prossimi decenni.
I giovani hanno paura del rischio. E forse qualche motivo ce l’hanno

Andrea Greco su Repubblica racconta un dato che merita attenzione: l’84% dei giovani tra 18 e 24 anni dichiara avversione al rischio finanziario, contro il 33,6% dell’intero campione della ricerca realizzata con il Centro Einaudi.
È un risultato apparentemente paradossale perché proprio i giovani, disponendo teoricamente di un orizzonte temporale più lungo, potrebbero permettersi investimenti maggiormente orientati alla crescita. Ma quella generazione si è formata attraversando pandemia, ritorno dell’inflazione, guerre e una lunga fase di incertezza economica.
Il problema italiano, però, va oltre i giovani. La casa continua a rappresentare circa due terzi del patrimonio medio familiare e il 72% degli italiani possiede portafogli scarsamente o per nulla diversificati. Si verifica così uno dei grandi paradossi del nostro risparmio: per paura del rischio lo concentriamo, soprattutto nell’immobiliare e nella liquidità, finendo talvolta per aumentarlo anziché ridurlo.
Banca del Fucino e Lazio: attenzione a distinguere accuse, indagini e fatti accertati

Il Fatto Quotidiano del 17 settembre, con Vincenzo Bisbiglia, torna sull’inchiesta della Procura di Roma che coinvolge Francesco Maiolini, amministratore delegato della Banca del Fucino, il direttore generale Mauro Masi e Luigi Bisignani nell’ambito di una vicenda relativa alle iniziative contro il presidente della Lazio Claudio Lotito.
Secondo quanto riferisce il giornale sulla base degli atti investigativi, Maiolini avrebbe effettuato personalmente un bonifico di circa 4.000 euro collegato al pagamento dell’aereo che nel luglio 2025 sorvolò Formello con lo striscione “Lotito libera la Lazio”. Fonti vicine al manager hanno però smentito integralmente questa ricostruzione.
È quindi indispensabile mantenere distinti i piani: siamo davanti a un’indagine e ad accuse ancora da verificare, mentre la Banca del Fucino viene indicata come estranea all’inchiesta. Al di là degli aspetti giudiziari, la vicenda mostra ancora una volta quanto rapidamente fatti riguardanti singoli esponenti possano trasformarsi in un problema reputazionale per un istituto finanziario.
MPS, adesso il risiko passa anche dalle chat

Giacomo Salvini sul Fatto Quotidiano racconta un altro capitolo dell’inchiesta milanese relativa alla scalata MPS-Mediobanca. La Giunta per le autorizzazioni della Camera deve affrontare la richiesta della Procura di utilizzare conversazioni tra l’ex direttore generale del Tesoro Marcello Sala e alcuni parlamentari.
Il relatore Dario Iaia di Fratelli d’Italia ha sostenuto che la richiesta sia inammissibile rispetto alle competenze della Giunta e ha prospettato una lettura ampia delle garanzie previste dall’articolo 68 della Costituzione, comprendendo anche conversazioni precedenti all’elezione del parlamentare. Né Sala né i parlamentari citati nell’articolo risultano indagati.
Il punto politico-istituzionale è delicato e va tenuto separato dall’esito dell’operazione bancaria: da una parte ci sono le indagini e le garanzie parlamentari, dall’altra un riassetto che sta modificando profondamente gli equilibri della finanza italiana.
Banor guarda Banca Santa Giulia: anche i piccoli entrano nel risiko

Luca Carrello su MF segnala il possibile interesse di Banor per Banca Santa Giulia, piccolo istituto bresciano fortemente radicato sul territorio e rivolto soprattutto a famiglie, artigiani e imprese.
Santa Giulia ha chiuso il 2025 con 5,7 milioni di utile, un ROE del 9%, oltre 60 milioni di patrimonio e un Total Capital Ratio del 41,6%. Banor, che gestisce oltre 14 miliardi di asset under supervision, potrebbe trovare nell’acquisizione quello che cerca da tempo: una licenza bancaria. Già nel 2021 aveva tentato senza successo l’acquisizione di Banca Profilo.
È un’altra faccia del consolidamento. Non esistono soltanto le grandi operazioni da decine di miliardi: sotto il radar continua un risiko fatto di piccoli istituti, SIM, società di wealth management e operatori specializzati. E proprio questi movimenti potrebbero progressivamente ridisegnare quella biodiversità bancaria territoriale della quale si parla molto meno.
ICBC, quando una banca deve rispondere al mercato e contemporaneamente allo Stato


L’inchiesta internazionale “China Capital”, coordinata dall’ICIJ e pubblicata in Italia dall’Espresso con Gloria Riva e Leo Sisti, porta invece lo sguardo molto lontano dall’Italia. Un archivio di 4,8 milioni di documenti interni della filiale londinese di ICBC ricostruirebbe rapporti controversi con clienti come Huawei, Nornickel e Socar.
Secondo l’inchiesta, per quasi vent’anni la filiale londinese della più grande banca cinese avrebbe dovuto conciliare due logiche non sempre coincidenti: rispettare le regole finanziarie britanniche e contemporaneamente tenere conto delle indicazioni provenienti da Pechino.
Le vicende raccontate vanno lette come risultati dell’inchiesta giornalistica e non come nostre conclusioni giudiziarie, ma pongono una questione enorme: cosa accade quando una grande banca internazionale non è soltanto un’impresa finanziaria, ma anche uno strumento della strategia economica e geopolitica dello Stato che la controlla? Nell’epoca delle sanzioni, delle guerre commerciali e della competizione tra blocchi, la neutralità della finanza internazionale diventa sempre più difficile da sostenere.
Generali: Donnet vende, ma resta fortemente investito nel Leone

Camilla Conti su MF segnala che Philippe Donnet ha venduto tra il 14 e il 15 settembre 350 mila azioni Generali per circa 15,8 milioni di euro. Complessivamente, tra 2025 e 2026, le cessioni avrebbero superato 1,3 milioni di azioni per circa 49,4 milioni.
Numeri importanti, che però devono essere letti insieme ai piani di incentivazione di lungo periodo della compagnia: Donnet continua a detenere un pacchetto nell’ordine di 1,2 milioni di azioni e il piano 2025-2027 potrebbe attribuirgliene altre.
A moltiplicare il valore delle vendite ha contribuito naturalmente l’andamento del titolo: dai circa 13 euro del 2016, quando Donnet arrivò alla guida del gruppo, Generali è salita intorno ai 46 euro. Una differenza che trasforma inevitabilmente in cifre molto elevate anche una normale diversificazione patrimoniale del manager.
Gli agenti Generali entrano nel risiko: “Vogliamo essere al tavolo”

Molto più importante sul piano industriale è l’intervista di Anna Messia a Federico Serrao, presidente del gruppo agenti Generali Italia, che rappresenta circa 1.200 professionisti.
Gli agenti osservano le operazioni che ruotano attorno al Leone – Intesa-MPS, Banca Generali, Banco BPM e i rapporti con UniCredit – e chiedono garanzie sulla centralità futura della rete agenziale. Il tema non è secondario: circa due terzi della raccolta premi italiana di Generali passa attraverso le reti del gruppo e gli agenti continuano a rappresentare un elemento decisivo nella distribuzione assicurativa.
La preoccupazione riguarda soprattutto le possibili sovrapposizioni tra bancassicurazione e rete tradizionale. Serrao non chiude alle alleanze, ma chiede impegni verificabili sulla gestione della clientela, sugli investimenti nelle agenzie e sulla distinzione dei canali. Ed è un problema che probabilmente ritroveremo sempre più spesso: quando banche, assicurazioni e reti finanziarie finiscono nello stesso grande gruppo, chi possiede davvero il cliente?
Pontes parte il 21 settembre: attenzione, non è ancora l’euro digitale dei cittadini
Questa è probabilmente la notizia tecnologicamente più importante della settimana. Christine Lagarde ha annunciato per lunedì 21 settembre l’avvio di Pontes, il progetto dell’Eurosistema che permette di collegare piattaforme basate su Distributed Ledger Technology ai servizi TARGET e di regolare transazioni tokenizzate in moneta di banca centrale. La BCE descrive Pontes proprio come il ponte tra le infrastrutture DLT del mercato e TARGET.
Bisogna però evitare un equivoco: Pontes non è l’euro digitale destinato ai cittadini. È un’infrastruttura wholesale, cioè dedicata alle transazioni finanziarie tra operatori. L’euro digitale retail rimane un progetto distinto e subordinato al percorso legislativo europeo.
Ed è qui che Pontes diventa interessante anche per chi non ama particolarmente blockchain, token e sigle tecnologiche. La BCE vuole evitare che la futura finanza tokenizzata europea dipenda completamente da infrastrutture o monete private estere. Il progetto Appia dovrà successivamente costruire un ecosistema più ampio nel quale moneta di banca centrale, depositi tokenizzati e strumenti privati possano convivere.
Non è più fantafinanza. Stiamo costruendo adesso i binari sui quali potrebbe viaggiare una parte crescente della finanza europea dei prossimi decenni.
Stablecoin: da curiosità delle criptovalute a concorrenti nei pagamenti
E infatti Milano Finanza dedica spazio proprio alle stablecoin, che stanno rapidamente uscendo dal recinto delle criptovalute per entrare nella discussione bancaria tradizionale.
Il loro punto di forza è semplice: disponibilità continua, trasferimenti molto rapidi, programmabilità e potenziale riduzione dei costi, soprattutto nelle operazioni internazionali. La BCE stessa riconosce che nell’ecosistema tokenizzato potranno convivere moneta di banca centrale, depositi bancari tokenizzati e stablecoin private denominate in euro.
E qui la partita diventa gigantesca. Se una parte dei pagamenti corporate e internazionali dovesse spostarsi verso stablecoin regolamentate, le banche dovrebbero decidere se contrastarle, distribuirle oppure diventare direttamente emittenti e gestori di queste nuove forme di moneta.
MPS: nel risiko entrano perfino quadri e sculture
Tra tutte le storie di questa settimana questa è forse quella che racconta meglio quanto una banca sia qualcosa di più di un bilancio. Il patrimonio artistico di Monte dei Paschi è iscritto a bilancio per quasi 120 milioni di euro, ma il valore economico potrebbe essere molto superiore e quello storico è semplicemente impossibile da misurare. Rocca Salimbeni, opere del Sassetta, la Madonna della Misericordia di Benvenuto di Giovanni, dipinti di Francesco Vanni e Luigi Mussini e sculture medievali fanno parte di un patrimonio accumulato durante secoli di storia.
Nell’operazione Intesa-MPS anche questo patrimonio entra indirettamente nel risiko: secondo la ricostruzione riportata nell’articolo, sede storica, marchio, opere e una parte della rete sarebbero destinati al nuovo perimetro Montepaschi collegato a Unipol-BPER.
È un dettaglio soltanto apparentemente folkloristico. Quando si compra una banca con oltre cinque secoli di storia non si comprano soltanto crediti, depositi e filiali. Si eredita un pezzo della storia economica, sociale e culturale di un territorio.
Caltagirone compra Unipol: per ora è una piccola tessera, ma il tavolo è quello giusto

Camilla Conti su Milano Finanza rivela che Caltagirone spa ha acquistato nel primo semestre 500 mila azioni Unipol, per un valore al 30 giugno di poco superiore a 12 milioni di euro e una quota di circa lo 0,07%.
È una partecipazione minuscola e sarebbe sbagliato attribuirle automaticamente un significato strategico. Potrebbe essere semplicemente un investimento finanziario. Ma il nome dell’investitore e il momento rendono inevitabile osservare la mossa con attenzione.
Caltagirone è già uno dei protagonisti del capitale di MPS e Generali; Unipol controlla il 19,9% di BPER ed è coinvolta nel futuro riassetto del Monte. In un risiko nel quale gli stessi protagonisti continuano a incontrarsi su tavoli differenti, anche una posizione dello 0,07% merita almeno una matita sul nostro taccuino. Poi vedremo se rimarrà una puntata finanziaria o diventerà qualcosa di più.
Revolut, il vero problema non è che gli hacker siano entrati. È che qualcuno gli ha aperto la porta
Il caso Revolut è forse la storia più inquietante della settimana perché mette in discussione un principio elementare della sicurezza digitale. Gli hacker non avrebbero violato direttamente i sistemi della banca: avrebbero utilizzato una casella PEC istituzionale compromessa per presentarsi come autorità legittimata a chiedere informazioni. Revolut ha confermato il coinvolgimento di circa 680 clienti e ha precisato che i propri sistemi interni e i fondi dei correntisti non sono stati compromessi. La vicenda è oggetto di indagini e verifiche da parte delle autorità.
Sulla richiesta di riscatto esistono inoltre versioni che vanno tenute distinte: gli hacker hanno pubblicamente chiesto 3 milioni di dollari, mentre Revolut sostiene di non aver ricevuto direttamente alcuna richiesta di pagamento.
Ma il punto più importante è un altro. Possiamo costruire sistemi informatici protetti da algoritmi sofisticatissimi, autenticazione biometrica e intelligenza artificiale; se poi una richiesta proveniente apparentemente da un’autorità pubblica induce qualcuno a consegnare passaporti, fotografie, IBAN e cronologie delle transazioni, il punto debole torna ad essere il processo di verifica. La cybersecurity non è soltanto difendere il computer dagli hacker: significa anche verificare chi c’è dall’altra parte quando il computer sembra dirci che possiamo fidarci.
Dopo Lagarde, una BCE sempre più potente nel risiko bancario europeo

Alessandro Graziani sul Sole 24 Ore chiude idealmente il cerchio ragionando sulla successione a Christine Lagarde alla guida della BCE e sul ruolo che il prossimo presidente avrà in un’Europa bancaria molto diversa da quella attuale.
Il ragionamento dell’articolo parte dalla prospettiva di una futura stagione di fusioni transfrontaliere dopo il completamento dei consolidamenti nazionali. In quel contesto la BCE non sarà soltanto l’autorità che decide i tassi, ma anche il supervisore chiamato a valutare operazioni capaci di ridisegnare il sistema bancario europeo.
Le indiscrezioni sui possibili candidati e sui tempi di un’eventuale uscita anticipata di Lagarde restano naturalmente tali e non vanno confuse con decisioni già prese. Ma il tema di fondo è reale: se l’Europa vuole davvero costruire grandi gruppi bancari continentali, la BCE sarà inevitabilmente uno dei principali arbitri istituzionali di quella trasformazione.

Questa settimana abbiamo parlato di un miliardario che possiede una fortuna enorme ma deve fare i conti con quasi un miliardo di debiti, di una banca come BFF che potrebbe essere smontata e ricomposta pezzo per pezzo, di un gestore patrimoniale che vuole comprarsi una piccola banca per ottenere la licenza, di Generali contesa indirettamente da mezzo risiko italiano, degli agenti che chiedono di non essere sacrificati sull’altare della bancassicurazione, di Caltagirone che compra un piccolo pacchetto Unipol e perfino dei quadri di Montepaschi che finiscono dentro una gigantesca partita finanziaria.
Poi abbiamo parlato di Pontes, stablecoin, finanza tokenizzata e Revolut. Sembrano due mondi diversi. Non lo sono affatto.
La stessa finanza che cerca dimensioni sempre maggiori attraverso fusioni, partecipazioni incrociate e grandi poli bancario-assicurativi sta contemporaneamente cercando una nuova infrastruttura tecnologica sulla quale far viaggiare denaro, titoli e investimenti. Da una parte quindi si concentra il capitale; dall’altra si digitalizza la sua circolazione.
E più guardo queste due trasformazioni insieme, più penso che il vero risiko dei prossimi anni non sarà soltanto stabilire chi comprerà MPS, Banca Generali, Banco BPM, BFF o qualche piccola banca territoriale. La vera domanda sarà: chi controllerà i binari sui quali viaggerà il denaro?
Le banche? La BCE? Le big tech? I grandi operatori dei pagamenti? I gestori delle stablecoin? Oppure qualche soggetto che oggi non conosciamo ancora? Pontes ci dice che la BCE ha perfettamente capito la posta in gioco e vuole assicurarsi che almeno una parte di quei binari rimanga europea e ancorata alla moneta di banca centrale. Il caso Revolut ci ricorda però anche un’altra cosa. Possiamo costruire una finanza velocissima, tokenizzata, automatizzata e magari governata dall’intelligenza artificiale, ma alla fine basta una mail che sembra arrivare dalla persona giusta per mettere in crisi l’intera catena delle sicurezze.
E forse questa è la contraddizione più interessante della finanza che stiamo costruendo: diventa ogni giorno tecnologicamente più sofisticata, ma continua ad avere disperatamente bisogno di fiducia.
Quella, almeno per ora, non è ancora stata tokenizzata.
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