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Sant’Anna di Stazzema: le parole di Mattarella, il silenzio di Meloni

di Giovanni Gazzo

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Agosto non è solo il mese delle vacanze, ma anche della riflessione.
Nel sacrario civile di Sant’Anna di Stazzema, come in tutti i luoghi della Memoria in cui affondano le radici della Repubblica, il passato torna a interrogare il presente.
Attraverso questi luoghi l’Italia porterà per sempre il ricordo della barbarie nazifascista, nata dal delirio di onnipotenza e dalla costruzione di nemici da disumanizzare. Una barbarie che ci ricorda dove può condurre la violenza quando l’umanità viene subordinata all’ideologia, all’interesse e al potere. In questo consiste il valore pedagogico della memoria.
E per questo sono importanti le parole di Sergio Mattarella. Fortunati i popoli che possono essere rappresentati da figure capaci, non soltanto nelle tragiche ricorrenze, di richiamare il Paese ai valori della dignità, della libertà, della solidarietà e della coesione nazionale.
Parole che contrastano con l’assenza e il silenzio di Giorgia Meloni a Sant’Anna di Stazzema. Non è una polemica di giornata: è un problema aperto che riguarda il rapporto tra la storia della Repubblica e la politica di oggi.
Essere antifascisti non è una questione di anagrafe. È una scelta di civiltà che attraversa il tempo. Siamo entrati in uno spazio storico incognito, ibrido e pericoloso, nel quale siamo contemporaneamente dentro e fuori la democrazia: votiamo, le istituzioni esistono, eppure la democrazia viene sempre più spesso privata della sua anima profonda, la cura del bene comune.
Basta guardare alla realtà. La crisi climatica colpisce soprattutto chi sta più in basso nella scala sociale e lavorativa, chi non può permettersi di proteggersi e deve continuare a lavorare anche quando le temperature diventano pericolose. “Si muore di caldo” non è una metafora. È letteralmente vero. E se non è sicurezza questa, che cos’è la sicurezza?
A pagare il prezzo delle scelte sbagliate o “rinviate” sono ancora una volta le persone che devono fare i conti con salari impoveriti dall’inflazione, lavoro precario, difficoltà abitative e servizi pubblici sotto pressione. Il modello di sviluppo mostra con crescente evidenza i propri limiti, mentre il Paese continua ad arretrare sul piano demografico e fatica a costruire prospettive per le nuove generazioni.
Siamo ancora lontani da un’economia capace di generare sviluppo socialmente sostenibile, nella quale la scienza possa svolgere un ruolo decisivo, non sostitutivo della politica ma capace di orientarla nella direzione giusta.
Fare ciò che conviene anziché ciò di cui c’è bisogno è la malattia politica del nostro tempo.
La politica italiana è vittima di un provincialismo che trasforma problemi complessi in messinscena quotidiana – battute, provocazioni, scontri sui social e in televisione – perché è più semplice spostare l’attenzione su temi marginali che affrontare questioni strutturali.
Lo si vede anche sul terreno dell’immigrazione. Si parla di immigrazione incontrollata come se qualcuno proponesse di non governarla. Si parla molto meno della necessità di accogliere, integrare e regolarizzare quella parte di immigrazione che è già presente o programmata legalmente su richiesta delle imprese e di cui il Paese ha bisogno.
Governarla con realismo e fermezza va bene, è inevitabile, ma senza trasformare le persone in numeri o pratiche amministrative.
La fermezza senza umanità diventa crudeltà. E se degrada a questi livelli, la democrazia perde la parte essenziale di sé stessa.
Questo continua a ricordarci il Presidente della Repubblica, in rappresentanza ideale di tutte le Sant’Anna di Stazzema, di Marzabotto, delle Fosse Ardeatine e dei tanti luoghi meno conosciuti nei quali uomini e donne sacrificarono la propria vita per consegnare all’Italia un futuro di libertà e giustizia.
L’importanza dei valori si misura nei momenti cruciali della convivenza civile.
Sarebbe ingiusto sostenere che tutto dipenda dalla politica. Anzi, sarebbe bene che ciascuno di noi facesse un sincero esame di coscienza.
Siamo immersi in un ecosistema socioculturale nel quale l’informazione appiattita e la degenerazione dei social hanno trasformato il confronto pubblico in una competizione permanente per conquistare attenzione. E quando il rumore diventa più importante della realtà, i problemi veri scompaiono.
Lo storico Emilio Gentile ha parlato di “democrazia recitativa”. Altri studiosi di “società dello spettacolo”. È difficile non riconoscere nella politica contemporanea qualcosa di entrambe.
I cittadini votano, ma sempre più spesso hanno la sensazione di non decidere nulla di sostanziale. Il dibattito pubblico diventa intrattenimento. La complessità viene ridotta a slogan. La questione morale e il senso delle istituzioni sembrano appartenere a un’altra epoca.
Accettarlo significherebbe scivolare nuovamente verso abissi che, in forme nuove e contesti diversi, appartengono al sonno della ragione che genera mostri.
La politica può e deve tornare a essere qualcosa di diverso dalla ricerca quotidiana del consenso. Può e deve tornare a occuparsi del bene comune, del futuro e della dignità delle persone. Dignità non è una parola come un’altra.
Alimentare il risentimento verso i disperati e utilizzarli come strumento di propaganda significa smarrire il senso dell’umano.
La nostra patria è la Costituzionela sua capitale è la memoria.
L’antifascismo non è una ricorrenza del calendario. È la difesa dell’umano al di sopra di ogni cosa. È il rifiuto di ogni idea secondo cui possano esistere persone più degne di altre di vivere, lavorare, essere accolte, curate o libere.
Stare con i piedi per terra non significa azzerare la ragione e i diritti umani.
È questo il significato più profondo della memoria.
Un Paese, per non perdersi, ha bisogno di una bussola. Noi quella bussola l’abbiamo già: è la Costituzione. Che va attuata e non manomessa.
Rimettere i problemi veri al centro significa ascoltare la scienza davanti alla crisi climatica, creare e difendere il lavoro che libera e permette di vivere dignitosamente, salvaguardare il potere d’acquisto delle famiglie, la sanità pubblica, la scuola e la formazione e realizzare riforme capaci di ridurre le disuguaglianze.
Questa è l’anima della democrazia. Altrimenti essa continuerà a esistere formalmente ma perderà progressivamente la sostanza che la rende davvero tale.
Essere dentro e fuori la democrazia è la condizione pericolosa nella quale ci troviamo: è come essere e non essere in guerra.
Agosto è il mese delle vacanze. Ma la memoria non va in ferie.
Sant’Anna di Stazzema, Hiroshima, Marcinelle, il crollo del Ponte Morandi ci ricordano, ciascuno a suo modo, quanto possano essere devastanti le conseguenze delle priorità capovolte, quando l’interesse, il potere, l’ideologia o il profitto prevalgono sulla vita umana.
Guardiamoci attorno. Cerchiamo di vedere con l’anima anche ciò che gli occhi non vedono, ovvero la tanta sofferenza derivante da rapporti di potere e di lavoro profondamente squilibrati.
Non permettiamo che le nostre coscienze vengano anestetizzate.
Una Repubblica che dimentica il valore dell’umano può conservare le proprie istituzioni, le proprie leggi e le proprie elezioni. Ma rischia di smarrire la ragione profonda per cui quelle istituzioni, quelle leggi e quelle libertà furono conquistate.
Nei luoghi della Memoria e delle tragedie abita il nostro futuro di libertà e giustizia. Ma solo se non esitiamo a scegliere tra le ragioni della forza e la forza della ragione.

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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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