
Più passa il tempo e più ho l’impressione che il vero protagonista di questa nuova fase del risiko bancario non sia una singola banca, né un singolo banchiere, ma l’incertezza.

Fino a poche settimane fa sembrava che il copione fosse già stato scritto. Mps aveva conquistato Mediobanca, Luigi Lovaglio (nella foto) appariva saldamente alla guida del progetto e Banco Bpm osservava con interesse la possibilità di costruire un grande polo alternativo. Poi è arrivata la mossa di Intesa Sanpaolo e il tavolo è stato completamente ribaltato.

Oggi tutti sembrano in attesa. Nessuno si sbilancia davvero. Nessuno chiude porte. Nessuno le apre completamente. Ed è probabilmente per questo che mi hanno colpito le parole di Pierluigi Tortora, l’imprenditore che con la sua lista ha avuto un ruolo decisivo nel confermare Lovaglio alla guida del Monte.
Quando dice che probabilmente “tutti i banchieri italiani si stanno parlando”, Tortora fotografa meglio di chiunque altro il momento che stiamo vivendo.
Perché dietro le dichiarazioni ufficiali, le conferenze stampa e i comunicati destinati ai mercati, è difficile immaginare che non siano in corso confronti, telefonate, riflessioni e valutazioni tra tutti i protagonisti della partita. Del resto sarebbe strano il contrario. La posta in gioco è troppo alta e riguarda non soltanto il futuro di Mps, ma anche quello di Mediobanca, di Generali e, più in generale, degli equilibri del sistema finanziario italiano.
La stessa intervista di Tortora merita attenzione proprio per il tono utilizzato. Non c’è una chiusura pregiudiziale verso l’offerta di Intesa Sanpaolo. Anzi. Pur riconoscendo che mancano ancora molti elementi per formulare un giudizio definitivo, l’azionista del Monte sottolinea che si tratta di una proposta italiana e che temi come la stabilità del sistema e degli assetti proprietari non possono essere ignorati. Sono parole che pesano.
Anche perché arrivano da uno dei soci che più hanno sostenuto il progetto industriale di Lovaglio e che, proprio per questo motivo, non possono essere liquidate come una semplice apertura di circostanza. C’è poi un altro aspetto che mi sembra interessante.
Tortora ricorda che il Monte è passato da una capitalizzazione di circa 2 miliardi a una valutazione che oggi sfiora i 30 miliardi. Al di là delle inevitabili oscillazioni di mercato, il dato fotografa il percorso compiuto dalla banca negli ultimi anni. È difficile contestare che una parte importante di questo risultato sia legata al lavoro svolto dal management e alla capacità di riportare Mps al centro della finanza italiana. Ed è qui che emerge uno dei paradossi più curiosi dell’intera vicenda.
Lovaglio potrebbe essere il manager che ha creato più valore per gli azionisti del Monte negli ultimi anni e, contemporaneamente, il manager che rischia di perdere il controllo del progetto proprio nel momento del suo massimo successo. La finanza, del resto, è piena di queste contraddizioni.
Puoi vincere sul piano industriale e ritrovarti comunque a dover difendere il tuo progetto da chi dispone di mezzi finanziari superiori. Nel frattempo il quadro generale continua a evolversi.

L’analisi pubblicata da Vittorio Malagutti (nella foto) su Domani descrive efficacemente una situazione nella quale i ruoli sembrano invertirsi continuamente. Chi fino a ieri attaccava oggi si difende. Chi sembrava destinato a restare ai margini si ritrova improvvisamente protagonista. Chi appariva padrone del gioco è costretto a ricalcolare le proprie mosse.
Pensiamo a Unipol.
Fino a pochi mesi fa sembrava concentrata sul proprio percorso autonomo. Oggi potrebbe ritrovarsi con il marchio Monte dei Paschi, centinaia di filiali e un ruolo centrale nel nuovo assetto bancario nazionale.
Pensiamo a Banco Bpm.
Per mesi è stata considerata uno dei perni del futuro consolidamento bancario italiano. Oggi si trova a dover capire se esistano ancora spazi per una proposta alternativa oppure se sia arrivato il momento di cambiare strategia.
Pensiamo a Delfin e a Francesco Gaetano Caltagirone.
Solo pochi mesi fa sembravano destinati a esercitare un’influenza decisiva sul sistema Mps-Mediobanca-Generali. Oggi si trovano davanti a un nuovo scenario che potrebbe trasformarli in azionisti rilevanti di Intesa Sanpaolo, mantenendo comunque una presenza significativa nel Leone di Trieste.
E poi c’è Andrea Orcel.
Ogni volta che il mercato prova a individuare un equilibrio stabile, il nome del numero uno di Unicredit torna puntualmente a circolare. Forse perché negli ultimi anni ci ha abituato a mosse che sembravano improbabili fino al giorno prima. O forse perché nessuno crede davvero che il consolidamento bancario italiano possa concludersi senza che Unicredit giochi almeno una delle sue carte.
Alla fine, però, la sensazione è che siamo soltanto all’inizio.
Le prossime settimane saranno decisive, ma difficilmente basteranno a chiudere tutte le partite aperte. Ci saranno valutazioni degli advisor, confronti tra azionisti, verifiche delle autorità di vigilanza, riflessioni strategiche e probabilmente anche qualche sorpresa.
Per questo motivo continuo a pensare che il rischio più grande, in questo momento, sia quello di considerare già scritta una storia che invece è ancora tutta da raccontare.
Nel risiko bancario italiano del 2026 tutti osservano tutti. Messina osserva Lovaglio. Lovaglio osserva Messina. Castagna osserva entrambi. Orcel osserva tutti.
E nel frattempo il mercato aspetta di capire chi farà davvero la prossima mossa.
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