
Caro Umberto,
tu sei sempre molto attento alle questioni fiscali e quindi – quando ho preparato questo pezzo – ho pensato a te (non farti troppe illusioni) e alle tue considerazioni su questa materia.
Ti confesso una cosa: la notizia non mi meraviglia affatto. Anzi, mi sarei stupito del contrario.
Da anni assistiamo a un fenomeno curioso. Ogni volta che viene introdotto uno strumento tecnologico capace di mettere in comunicazione banche dati diverse, scatta immediatamente l’allarme: costi insostenibili, burocrazia aggiuntiva, invasione della privacy, attività economiche paralizzate. Poi arriva la realtà e, quasi sempre, racconta una storia diversa.
È accaduto con la fatturazione elettronica.
È accaduto con la trasmissione telematica dei corrispettivi.
È accaduto con la dichiarazione precompilata.
E adesso sta accadendo con il collegamento tra Pos e registratori di cassa.
Secondo i dati diffusi dall’Agenzia delle Entrate, nei primi mesi di applicazione del nuovo sistema sono emersi 115 milioni di scontrini in più e una maggiore base imponibile pari a 5,3 miliardi di euro. Numeri che, secondo le stime riportate dal Sole 24 Ore, potrebbero tradursi in circa un miliardo di euro di maggior gettito IVA già nei primi mesi di applicazione della misura.
La vera sorpresa sarebbe stata il contrario.
Perché il meccanismo è quasi banale nella sua semplicità: se un cliente paga con carta, bancomat o smartphone, il pagamento lascia inevitabilmente una traccia digitale. Se quella traccia viene confrontata automaticamente con lo scontrino trasmesso al Fisco, diventa molto più difficile “dimenticarsi” di registrare un incasso.
Non serve immaginare un Grande Fratello fiscale. Basta mettere in relazione dati che già esistono.
Per anni il sistema fiscale italiano ha sofferto di una frammentazione informativa: una banca dati da una parte, un’altra dall’altra, informazioni spesso disponibili ma non comunicanti. Oggi la vera rivoluzione non è la raccolta dei dati, ma la loro integrazione.
C’è poi un altro aspetto che spesso viene sottovalutato.
La lotta all’evasione più efficace non è quella che arriva dopo con verifiche, accertamenti e sanzioni. È quella che induce il contribuente a comportarsi correttamente fin dall’inizio.
La fatturazione elettronica ha dimostrato proprio questo. Non è stato necessario aumentare in modo esponenziale i controlli. È bastato sapere che le informazioni erano immediatamente disponibili all’amministrazione finanziaria.
Lo stesso principio sembra funzionare con il collegamento Pos-scontrino.
Se un esercente sa che ogni pagamento elettronico viene automaticamente confrontato con i corrispettivi dichiarati, il rischio di omissione diventa molto più elevato rispetto al passato. E molti preferiscono semplicemente adeguarsi.
Caro Umberto,
la parte che trovo più interessante della vicenda non riguarda il gettito. Riguarda l’equità fiscale.
Ogni euro sottratto all’evasione è un euro che riduce la pressione sui contribuenti che già pagano tutto fino all’ultimo centesimo. Lavoratori dipendenti, pensionati e imprese corrette non hanno la possibilità di scegliere se dichiarare o meno il proprio reddito. Le imposte vengono trattenute alla fonte o registrate automaticamente. Per questo il recupero di base imponibile non è soltanto una questione contabile. È una questione di fiducia nel sistema. Quando il cittadino percepisce che le regole valgono per tutti, è più disposto ad accettarle.
Caro Umberto, poteva mancare un richiamo all’intelligenza artificiale?
Nelle dichiarazioni del viceministro Maurizio Leo emerge un altro elemento interessante: l’utilizzo crescente dell’intelligenza artificiale.
Anche qui non si tratta necessariamente di aumentare il numero dei controlli. L’obiettivo sembra essere quello di renderli più intelligenti, concentrandoli dove il rischio di evasione è maggiore e riducendo gli adempimenti inutili per chi dimostra comportamenti corretti.
In teoria, più dati e migliori algoritmi dovrebbero significare meno controlli generalizzati e più controlli mirati.
Naturalmente tutto dipenderà da come questi strumenti verranno utilizzati e governati.
Caro Umberto,
alla fine, quindi, non sono affatto meravigliato.
Quando si collega un sistema di pagamento digitale a un sistema di certificazione fiscale, il risultato più prevedibile del mondo è che emergano ricavi prima non dichiarati.
La tecnologia non crea nuova ricchezza. Non aumenta i consumi. Non fa spendere di più agli italiani.
Semplicemente rende più difficile nascondere ciò che già esiste.
E forse è proprio questa la lezione più importante di questi primi numeri: nel contrasto all’evasione fiscale, spesso non servono nuove tasse o nuove sanzioni. Basta fare dialogare bene le informazioni che lo Stato possiede già.
Benvenuta tecnologia, quindi? Quando diventeremo un paese normale?