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Mps, tra “pascoli di Siena” e risiko nazionale: Tortora scommette su Lovaglio, ma Consob e Antitrust possono cambiare la partita

Immagine creata da Gemini su prompt di ChatGPT

Il risiko bancario italiano sta entrando in una fase diversa. Dopo settimane dominate da offerte, controfferte, indiscrezioni e ipotesi di alleanze, cominciano a emergere con maggiore chiarezza le posizioni degli azionisti e, soprattutto, i problemi regolamentari delle operazioni in campo.

E mentre Pierluigi Tortora (nella foto) esce allo scoperto schierandosi apertamente con Luigi Lovaglio e non poteva essere così visto che il patron di Plt holding è il principale sponsor del ceo MPS, il dossier si sposta sempre più sui tavoli di Consob e Antitrust.

Sul fondo rimane poi una domanda che accompagna Monte dei Paschi da secoli e che Stefano Cingolani sul Foglio pone in maniera volutamente provocatoria: Mps deve davvero continuare a essere “la banca di Siena”, oppure proprio la sua storia dovrebbe suggerire di separare definitivamente banca, territorio e politica?

Tre piani diversi — industriale, regolamentare e politico — che ormai si intrecciano nella stessa partita.

Tortora rompe gli indugi: «Sto con Siena»

L’intervista di Fabrizio Massaro(nella foto) a Pierluigi Tortora, pubblicata da Milano Finanza, ha almeno il pregio della chiarezza.

Tortora non considera le Ops su Banco Bpm e Banca Generali una semplice difesa dall’offerta di Intesa Sanpaolo. La sua tesi è che dietro la mossa esista un vero progetto industriale.

Il concetto è semplice: Mps diventerebbe più grande con Banco Bpm e diventerebbe una banca diversa con Banca Generali.

Da una parte ci sarebbe quindi il rafforzamento della banca commerciale attraverso Banco Bpm; dall’altra Mediobanca e Banca Generali costruirebbero un polo molto più forte nel wealth management, nella consulenza e nei servizi finanziari ad alto valore aggiunto. Tortora arriva al cuore dello scontro quando confronta direttamente le due alternative.

Intesa rappresenta certamente il «porto sicuro», ma secondo l’imprenditore il progetto Lovaglio potrebbe offrire agli azionisti nel lungo periodo una sicurezza analoga con maggiori possibilità di crescita. È esattamente questo l’argomento che Lovaglio dovrà riuscire a vendere ai grandi investitori internazionali.

Perché alla fine non basteranno Siena, il governo o qualche azionista amico. Serviranno i voti.

Il problema è che dentro Mps non sono tutti convinti

Ed è qui che l’articolo di Antonella Olivieri (nella foto) sul Sole 24 Ore diventa particolarmente interessante. Perché mentre Tortora esprime pubblicamente piena fiducia nel progetto, dai documenti ufficiali di Mps emerge una situazione meno compatta. Sul dossier Banca Generali, anche il Comitato parti correlate non si è espresso all’unanimità.

Nicola Maione (nella foto) , già presidente di Mps, si è astenuto sottolineando che non sarebbero stati sufficientemente mitigati i rischi di execution, di mercato e legali. È un passaggio da non sottovalutare.

Anche nel consiglio di amministrazione che ha dato il via libera alle due Ops quattro consiglieri si erano astenuti, lamentando di non essere sufficientemente informati. Questo non significa naturalmente che le operazioni siano sbagliate. Significa però che la loro complessità non è un’invenzione dei giornali, degli analisti o degli avversari di Mps. È una questione presente anche all’interno degli organi societari.

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E adesso decide Consob

C’è poi la questione forse più delicata: la passivity rule. Intesa Sanpaolo ha presentato un articolato esposto alla Consob contestando sostanzialmente l’interpretazione adottata da Mps.

Il nodo è particolarmente interessante. Siena ha dichiarato che le offerte su Banco Bpm e Banca Generali non sarebbero subordinate al mantenimento dell’attuale assetto proprietario di Mps.

Tradotto: teoricamente potrebbero continuare anche se nel frattempo Intesa conquistasse il Monte.

Ma proprio questa affermazione apre un gigantesco problema.

Se cambia il proprietario di Mps, possono davvero restare immutati presupposti, autorizzazioni e condizioni delle due offerte? E soprattutto: Intesa, diventata proprietaria di Mps, dovrebbe essere costretta a proseguire due operazioni che non vuole fare? Difficile immaginare una partita regolamentare più intricata. Per questo la Consob diventa ormai uno degli arbitri decisivi del risiko.

E l’Antitrust guarda soprattutto a Generali

Ma Intesa ha a sua volta un problema. E si chiama Generali.

Andrea Greco (nella foto) su Repubblica racconta che l’Antitrust si prepara ad approfondire l’Opas di Intesa su Mps. Il problema non sembra essere soltanto la concentrazione bancaria. Attraverso Mps e Mediobanca, infatti, Intesa si ritroverebbe indirettamente con una partecipazione molto importante nelle Generali. E Intesa non è un semplice investitore finanziario.
È anche uno dei principali concorrenti di Generali nel settore assicurativo italiano, soprattutto nel Vita. Nasce quindi un paradosso piuttosto interessante.

Intesa contesta a Mps la complessità regolamentare delle Ops su Banco Bpm e Banca Generali, mentre deve a sua volta spiegare alle autorità come gestire la futura partecipazione in Generali.

L’Antitrust potrebbe imporre condizioni sulla governance, sulla circolazione delle informazioni e sui rapporti tra banca e compagnia. Il risiko, insomma, non si gioca soltanto in Borsa.

I “pascoli di Siena”

Poi c’è il pezzo di Stefano Cingolani sul Foglio, decisamente più politico e provocatorio.

Il titolo dice già parecchio: “I pascoli di Siena”. L’articolo ricostruisce il rapporto quasi simbiotico tra città, politica e Monte dei Paschi, ricordando come per lunghissimo tempo Mps sia stato considerato non semplicemente una banca, ma un patrimonio della comunità senese. Cingolani mette però il dito in una contraddizione evidente.

Se sosteniamo che “il Monte è Siena”, come conciliamo questo principio con una Mps che possiede Mediobanca, controlla indirettamente una quota decisiva di Generali e adesso vuole acquisire Banco Bpm e Banca Generali? Milano e Trieste possono entrare nel perimetro di Siena, mentre Siena non potrebbe entrare nel perimetro di Milano? La provocazione è forte, ma la domanda merita una risposta.

Anche perché la storia del Monte dovrebbe suggerire una certa prudenza quando politica, territorio e gestione bancaria finiscono per confondersi. Cingolani ricorda la lunga stagione in cui banca, Fondazione, amministrazioni locali e politica erano strettamente intrecciate, fino a fare del Monte una vera istituzione cittadina. E ricorda soprattutto quanto sia costata la crisi successiva: ricapitalizzazioni, intervento dello Stato, crediti deteriorati e anni di risanamento.

Oggi Mps è un’altra banca. Ed è proprio questo il punto.


Devo dire che l’intervista a Tortora ha posto sul tavolo un problema importante: non difendiamo Siena soltanto perché è Siena, ma perché riteniamo che il progetto autonomo possa creare più valore rispetto all’offerta di Intesa. Questa è una posizione legittima e soprattutto misurabile.

Se tra cinque anni Mps-Mediobanca-Banco Bpm-Banca Generali produrrà più utili, più dividendi, maggiore crescita e una banca più competitiva, Tortora avrà avuto ragione. Se invece la complessità delle integrazioni diventerà un costo, avranno avuto ragione quelli che oggi preferiscono il “porto sicuro” di Intesa.

Molto meno mi convince la difesa di Mps quando diventa esclusivamente identitaria.

Ho già scritto diverse volte che non mi piace lo spezzatino del Monte ipotizzato nell’operazione Intesa-Unipol. Una banca risanata, tornata a produrre utili e capace addirittura di conquistare Mediobanca non è un’azienda moribonda della quale spartirsi le filiali. Anche se Cimbri (vedi post Unipol: il piano di Carlo Cimbri, MPS prenderà il posto di BPER e sarà il secondo polo bancario italiano del 28 agosto) sembra rassicurare.

Ma attenzione a non passare dall’estremo opposto. Non possiamo sostenere contemporaneamente che Mps debba rimanere integra perché appartiene alla storia di Siena e considerare normale che quella stessa Mps acquisisca Banco Bpm a Milano e Banca Generali, entrando ancora più profondamente negli equilibri delle Generali a Trieste. L’identità territoriale non può funzionare a senso unico. Perchè a quel punto verrebbe smembrata Banco BPM a favore dei francesi del Credit Agricole o di altri soggetti.

E soprattutto la storia dovrebbe averci insegnato che una banca non deve appartenere alla politica, a una città, a una fondazione o a qualche potentato locale. Deve appartenere innanzitutto ai suoi azionisti e deve servire bene clienti, imprese e territori.

Per questo, arrivati a questo punto, lascerei un po’ da parte bandiere, gonfaloni e dichiarazioni patriottiche.

Vorrei vedere i numeri. Vorrei sapere quanto costeranno davvero le integrazioni, quali saranno le sovrapposizioni, quale governance avrà questo enorme gruppo, quanti sportelli resteranno, quale sarà l’impatto sull’occupazione e quanto realistiche siano le sinergie promesse.

E vorrei soprattutto che Consob, Antitrust, Bce e Ivass facessero fino in fondo il proprio mestiere, senza guardare al colore politico dei protagonisti e senza farsi condizionare dal tifo.


Milano Finanza, Fabrizio Massaro, “Intervista a Pierluigi Tortora – Perché sto con Siena”, 29 agosto 2026.
Il Sole 24 Ore, Antonella Olivieri, “Siena: avanti con le Ops anche col cambio di proprietà ma la sfida finisce in Consob”, 29 agosto 2026.
la Repubblica, Andrea Greco, “Mps, via all’istruttoria Antitrust. Per Intesa il nodo assicurazioni”, 29 agosto 2026.
Il Foglio, Stefano Cingolani, “I pascoli di Siena”, 29 agosto 2026


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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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