
Ci sono giornate nelle quali il risiko corre velocissimo e altre nelle quali, quasi sottotraccia, si chiudono capitoli che sembravano non dover finire mai.
Quella di oggi per Monte dei Paschi appartiene un po’ a entrambe le categorie.
Da una parte riemerge Santorini, una delle parole che per anni hanno accompagnato la stagione più buia della banca senese. Deutsche Bank ha raggiunto un accordo transattivo con l’ex manager Dario Schiraldi, mettendo fine a una causa da 152 milioni di euro. Dall’altra, a Siena, il consiglio di amministrazione torna oggi a occuparsi del futuro: con la prevista cooptazione di Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro tornerà a quindici componenti proprio mentre si avvicina il passaggio decisivo del 29 ottobre.
Passato e futuro del Monte, nello stesso giorno. E forse non è soltanto una coincidenza suggestiva.
Santorini, una storia cominciata nel 2008
Per capire il peso simbolico della notizia bisogna tornare molto indietro. L’operazione Santorini, strutturata da Deutsche Bank e Mps nel 2008, finì successivamente al centro dei procedimenti giudiziari legati anche alla sua contabilizzazione. Fu uno dei dossier che contribuirono a trasformare la crisi del Monte in una vicenda non soltanto bancaria e finanziaria, ma anche giudiziaria. Tra gli imputati nel processo milanese figuravano diversi ex manager di Deutsche Bank, compreso Dario Schiraldi.
Dopo le condanne in primo grado, la Corte d’Appello di Milano assolse gli imputati perché «il fatto non sussiste» e le assoluzioni divennero definitive nel 2023. La vicenda, però, non terminò lì.
Gli ex banker contro Deutsche Bank

Alcuni degli ex manager aprirono infatti un nuovo fronte, questa volta contro la loro stessa ex banca. Secondo quanto ricostruisce Luca Gualtieri (nella foto) su MF-Milano Finanza, le richieste complessivamente avanzate dagli ex banker hanno superato i 900 milioni di euro. Al centro delle loro contestazioni c’è il comportamento tenuto da Deutsche Bank dopo l’emersione del caso Santorini.
Gli ex manager sostengono che la banca avrebbe inizialmente difeso la correttezza delle operazioni per poi modificare la propria posizione, attribuendo loro responsabilità che essi hanno sempre contestato. Deutsche Bank respinge queste accuse, sostiene di avere agito correttamente nei rapporti con magistratura e autorità di vigilanza e aveva già definito le azioni degli ex dipendenti come prive di fondamento. È importante ricordarlo: si tratta di contestazioni tra le parti, non di fatti che possiamo considerare accertati.
L’accordo con Schiraldi
Adesso almeno uno di questi fronti si chiude. Deutsche Bank e Dario Schiraldi hanno raggiunto un accordo transattivo e la causa da 152 milioni, che avrebbe dovuto arrivare nei prossimi giorni davanti al tribunale di Francoforte, è stata ritirata. Le condizioni economiche rimarranno riservate.
La banca tedesca si è limitata a precisare che l’intesa avrà un impatto finanziario limitato sui risultati del terzo trimestre. Non è neppure il primo accordo.
A febbraio Deutsche Bank aveva già raggiunto una transazione con Michele Foresti, altro ex banker coinvolto nel procedimento italiano e successivamente assolto. Restano invece aperte a Londra le cause promosse dagli altri ex manager. Quindi Santorini non scompare completamente dagli archivi giudiziari.
Ma un altro fascicolo viene chiuso.
E rispunta anche Fresh 2008
Come se il passato di Mps avesse deciso di presentare tutto insieme il conto degli ultimi vent’anni, MF segnala anche la riapertura del contenzioso sul Fresh 2008. Parliamo del prestito convertibile da un miliardo utilizzato per finanziare l’acquisizione di Antonveneta, altra parola inevitabilmente associata alla grande crisi del Monte. Dopo il passaggio davanti alla Corte d’Appello del Lussemburgo, Mps ha riassunto in aprile la controversia davanti al Tribunale di Milano.
La banca chiede di accertare l’applicabilità del burden sharing ai detentori dei titoli Fresh 2008 e il proprio diritto a ottenere da Jp Morgan 49,9 milioni di euro. La cifra, rispetto alle dimensioni del Monte di oggi, non è quella che cambia un bilancio.
Il significato storico della vicenda è però molto più grande. Santorini, Fresh, Antonveneta: sono nomi che raccontano la Mps che rischiò di non sopravvivere.
Ed è quasi surreale rileggerli proprio mentre si discute di una banca che vuole diventare uno dei maggiori poli finanziari italiani.
Oggi cambia anche il cda


Mentre un pezzo del passato si chiude, il consiglio di amministrazione del Monte dovrebbe tornare oggi alla sua composizione completa. Dopo il giudizio positivo della Bce sul fit and proper, il board è chiamato a cooptare Alessandro Caltagirone (nella foto a sx) e Gianluca Brancadoro (nella foto a dx).
I due erano candidati nella lista del cda uscente e subentrano dopo le uscite di Fabrizio Palermo e Carlo Vivaldi. Con il loro ingresso il consiglio tornerà a 15 componenti, con sette esponenti riconducibili alla lista di minoranza.
Non è un dettaglio secondario. Il nuovo assetto arriva infatti mentre il cda è chiamato a gestire una delle fasi più delicate della storia recente della banca e dopo che, sulle ultime operazioni, sono già emerse posizioni differenti all’interno del consiglio. Da oggi, quindi, sarà interessante osservare non soltanto che cosa deciderà il board, ma anche con quali maggioranze.
Giovedì parte la macchina delle contro-Ops
E poi c’è il futuro.
Giovedì è attesa la presentazione alle autorità delle istanze relative alle due Ops lanciate da Mps su Banco BPM e Banca Generali, le contromosse costruite da Luigi Lovaglio dopo l’Opas di Intesa Sanpaolo. Da quel momento comincerà la parte meno spettacolare ma forse più importante dell’intera operazione: quella delle autorizzazioni. Ed è particolarmente interessante alla luce di quanto abbiamo scritto ieri.

Il progetto Lovaglio dovrà infatti passare sotto la lente delle autorità non meno di quello di Intesa. Ci sono gli incroci azionari, i rapporti assicurativi, la concorrenza nel risparmio gestito e soprattutto il possibile problema delle sovrapposizioni territoriali. Repubblica Affari&Finanza ha indicato una stima di 250-300 filiali potenzialmente eccedenti nell’aggregazione Mps-Banco BPM. Una stima, non una decisione dell’Antitrust.
Ma da giovedì si comincerà finalmente a passare dalle ipotesi agli incartamenti.
E poi arriverà il 29 ottobre
Tutte le strade continuano a portare a quella data. Il 29 ottobre gli azionisti di Mps saranno chiamati a pronunciarsi sulle operazioni proposte da Lovaglio nel contesto della passivity rule. E, dopo il recente via libera della Bce, dovrebbe arrivare all’assemblea anche la fusione per incorporazione di Mediobanca in Mps. È difficile immaginare un contrasto più forte.
Nel 2008 il Monte sottoscriveva Santorini ed era impegnato nell’operazione Antonveneta.
Nel 2026 controlla l’86,3% di Mediobanca, ha ottenuto dalla Bce il via libera alla fusione e propone contemporaneamente di acquisire Banco BPM e Banca Generali, mentre Intesa Sanpaolo cerca a sua volta di acquisire Mps. In meno di vent’anni la banca è passata dal rischio di essere travolta dal proprio passato alla possibilità di ridisegnare una parte importante del sistema finanziario italiano.
Ma proprio quel passato dovrebbe suggerire una certa prudenza davanti all’euforia dei grandi progetti.

Santorini. Fresh. Antonveneta.
Per chi ha seguito la storia di Mps in quegli anni sono tre nomi che non hanno bisogno di molte spiegazioni. Io quella crisi l’ho seguita in prima persona, anche dal punto di vista sindacale, e forse per questo trovo particolarmente impressionante leggere oggi queste notizie mentre discutiamo di Mediobanca, Banco BPM, Banca Generali e di un Monte che vuole diventare il terzo grande polo bancario italiano.
Sembra trascorso un secolo. E invece non è passato poi così tanto tempo.
La transazione tra Deutsche Bank e Schiraldi non riscrive la storia di Santorini. E bisogna essere molto precisi: il processo penale si è concluso con assoluzioni definitive perché il fatto non sussiste, mentre le successive controversie civili tra Deutsche Bank e alcuni suoi ex manager sono un’altra vicenda. Però un altro pezzo di quella lunghissima stagione si chiude. E a me interessa soprattutto per ciò che quella stagione dovrebbe averci insegnato. Quando una banca entra nella stagione delle grandi operazioni straordinarie, delle strutture societarie complesse, delle sinergie miliardarie e delle acquisizioni destinate a cambiarne dimensioni e natura, le domande non sono mai troppe.
Valeva allora e vale oggi.
Naturalmente non sto paragonando Antonveneta alle operazioni proposte da Lovaglio. Sarebbe una forzatura storica e finanziaria che non avrebbe alcun senso. Sto dicendo una cosa diversa.
La storia di Mps dovrebbe averci vaccinato contro l’idea che la grandezza di un’operazione sia di per sé la dimostrazione della sua bontà.
Oggi il Monte è una banca completamente diversa. È stata salvata, ricapitalizzata, ristrutturata ed è tornata a produrre utili. Ha conquistato Mediobanca e adesso vuole fare un altro salto dimensionale enorme.
Benissimo. Ma proprio perché sappiamo da dove arriva, credo sia legittimo pretendere ancora più trasparenza sui rischi, sui costi dell’integrazione, sulle sinergie, sulla governance e naturalmente sulle conseguenze occupazionali. E c’è un’altra coincidenza che mi colpisce.
Mentre Deutsche Bank chiude una causa legata a Santorini, oggi cambia anche il consiglio di amministrazione che dovrà accompagnare Mps verso il 29 ottobre. Con Caltagirone e Brancadoro il board torna a quindici componenti e gli equilibri interni meritano di essere osservati attentamente.
Non perché sette consiglieri di minoranza significhino automaticamente sette voti contrari a Lovaglio. Sarebbe una semplificazione. Ma perché abbiamo già visto che all’interno del consiglio non tutti valutano nello stesso modo rischi e opportunità delle nuove operazioni.
E questo, francamente, non mi dispiace affatto. Su operazioni di queste dimensioni preferisco un consiglio che discute a un consiglio che applaude. Poi toccherà agli azionisti.
Il 29 ottobre dovranno decidere se il nuovo salto immaginato da Lovaglio abbia fondamenta sufficientemente solide. E forse, prima di votare, non sarebbe male dare un’ultima occhiata a Santorini, Fresh e Antonveneta. Non per avere paura del futuro.
Per ricordarsi quanto può costare sbagliare una grande operazione bancaria.

MF-Milano Finanza, Luca Gualtieri, 8 settembre 2026 – Su Santorini altro caso chiuso.
giornali vari aggiornamenti sulla cooptazione di Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro nel cda Mps e sulle istanze relative alle Ops su Banco BPM e Banca Generali
📢 Vuoi rimanere sempre aggiornato?
Seguimi sui miei canali WhatsApp e Telegram per ricevere in tempo reale i nuovi post del blog, gli approfondimenti sul mondo bancario, assicurativo, sindacale, tecnologico, le recensioni di libri e tanto altro.