
Adesso Luigi Lovaglio prova a cambiare il terreno dello scontro.

Dopo settimane dominate dall’Opas di Intesa Sanpaolo, dalle autorizzazioni, dalla passivity rule, dagli incroci azionari e dalle possibili resistenze di Crédit Agricole e Generali, l’amministratore delegato di Mps affida a Walter Galbiati (nella foto) su Repubblica una lunga intervista che è, a tutti gli effetti, il manifesto politico-industriale della sua controffensiva.
Il messaggio è semplice e costruito per arrivare direttamente agli azionisti: «Noi uniamo, non dividiamo».
Intesa, sostiene Lovaglio, spaccherebbe Mps trasferendo reti, clienti e dipendenti. Il suo progetto, invece, conserverebbe l’integrità del Monte e costruirebbe intorno a Siena un grande polo finanziario italiano.
Ma proprio mentre Lovaglio mette sul tavolo la sua tesi, sul Sole 24 Ore Franco Paparella ne contesta uno degli argomenti più importanti: i 4 miliardi di distribuzione straordinaria promessi agli azionisti Mps non sarebbero un vero premio, perché appartengono già agli stessi azionisti.
E qui il confronto diventa davvero interessante.
Lovaglio: «Intesa divide Mps, noi la preserviamo»
La differenza tra i due progetti viene presentata dall’ad del Monte in maniera nettissima. Da una parte Intesa Sanpaolo, che in caso di successo dell’Opas incorporerebbe parte del gruppo mentre una consistente porzione della rete Mps entrerebbe nel progetto Unipol-Bper. Dall’altra il progetto Mps, che punta a integrare Banco BPM e Banca Generali mantenendo il Monte come baricentro del nuovo gruppo.
Lovaglio insiste soprattutto su questo concetto: integrità.
Il progetto, sostiene, aumenterebbe la scala, diversificherebbe i ricavi e rafforzerebbe credito, risparmio gestito, assicurazioni e consulenza, mantenendo i centri decisionali vicini ai territori. È una risposta diretta non soltanto a Carlo Messina, ma anche a Carlo Cimbri, che aveva definito il progetto Mps «creativo» e sostanzialmente difensivo. Lovaglio ribalta l’accusa: se costruire un gruppo più grande e diversificato è creatività, allora accetta il complimento.
I numeri del nuovo gruppo
E per dimostrare che non si tratta soltanto di una costruzione finanziaria, Lovaglio mette sul tavolo i numeri. Il gruppo avrebbe circa 11 milioni di clienti, oltre 800 miliardi di attività finanziarie e circa 250 miliardi di crediti alla clientela. L’idea industriale viene inoltre semplificata rispetto alla complessità apparente dell’operazione. Il cuore sarebbe una combinazione tra Mps e Banco BPM, due banche tradizionali che Lovaglio considera complementari sia geograficamente sia commercialmente. Banco BPM è più forte al Nord, Mps al Centro-Sud.
Banca Generali diventerebbe invece l’acceleratore del wealth management. Mediobanca, precisa Lovaglio, seguirebbe una propria road map autonoma.
Insomma, secondo il ceo non siamo davanti a quattro banche infilate dentro lo stesso frullatore, ma a un’architettura composta da pezzi con funzioni differenti.
È una spiegazione importante. Resta naturalmente da vedere se azionisti e autorità la considereranno altrettanto convincente.
E Lovaglio promette: nessuno spezzatino neppure per Banco BPM
C’è poi una risposta che mi interessa particolarmente, dopo tutto quello che abbiamo scritto sulla difesa dell’integrità di Mps. Lovaglio esclude uno spezzatino anche per Banco BPM:
«Il nostro progetto unisce, non divide».
È una dichiarazione politicamente e industrialmente importante. Perché avevamo posto esattamente questa domanda: se è sbagliato dividere Mps, perché dovrebbe essere accettabile dividere una banca acquisita da Mps?
Lovaglio risponde che non accadrà. Bene. A questo punto la promessa è agli atti e potremo verificarla.
Resta infatti aperto il problema delle eventuali sovrapposizioni territoriali e delle possibili richieste Antitrust. Nei giorni scorsi era stata riportata dalla stampa una stima di 250-300 filiali potenzialmente eccedenti nell’integrazione Mps-Banco BPM. Vedremo se e come questa stima si tradurrà in realtà.
Ma da oggi abbiamo un’affermazione precisa con cui confrontare gli sviluppi futuri: «Nessuno spezzatino».
A futura memoria.
Il problema francese resta lì
Lovaglio affronta anche l’elefante nella stanza: Crédit Agricole. Alla domanda su come convincere un azionista con una partecipazione vicina al 30% di Banco BPM, la risposta è molto diplomatica.
Il gruppo francese viene definito un grande operatore che conosce perfettamente le logiche industriali di queste aggregazioni. Mps offrirà la possibilità di partecipare a un gruppo più grande e di sviluppare collaborazioni industriali. E alla domanda se Crédit Agricole possa eventualmente essere liquidato attraverso asset, la risposta di Lovaglio si chiude con un significativo: «Vedremo».
Due sillabe che, nel risiko, possono contenere parecchie cose.
Generali, invece, sembra una partita diversa
Sul fronte Banca Generali, Lovaglio appare più fiducioso. L’apertura del consiglio di Generali alla valutazione della proposta viene considerata positivamente e il ceo del Monte conferma la volontà di sviluppare una collaborazione industriale più ampia. Il punto è evidente.
Mps potrebbe mettere a disposizione di Generali una potente rete distributiva, mentre il Leone potrebbe ampliare la presenza dei propri prodotti assicurativi nel nuovo gruppo. E c’è Axa.
L’accordo con Mps scadrà nel 2027 e Lovaglio non anticipa decisioni: saranno prese «al momento e nelle sedi opportune». Ma ormai è evidente che il futuro della bancassicurazione sarà uno dei pezzi più importanti del negoziato con Trieste.
E sulle partecipazioni incrociate Lovaglio dice: nessuno deve scendere
C’è un’altra risposta molto netta. Se Generali aderisse all’Ops su Banca Generali, si creerebbe una partecipazione incrociata: Generali azionista di Mps e Mps importante azionista di Generali.
Secondo Lovaglio, nessuna delle due dovrebbe necessariamente scendere sotto il 3%.
Mps avrebbe infatti acquisito preventivamente uno specifico parere legale secondo il quale la disciplina non imporrebbe la riduzione della partecipazione, perché Generali riceverebbe le azioni Mps nell’ambito dell’offerta di scambio e non attraverso un acquisto sul mercato.
È la posizione di Mps, supportata dal parere legale richiamato da Lovaglio. Naturalmente saranno poi le autorità competenti a valutare gli effetti dell’assetto complessivo.
«Nessun accordo preventivo con Delfin»
Ieri abbiamo scritto che, se davvero «decide il mercato», uno dei pezzi più importanti di quel mercato si chiama Delfin (vedi post Mps, Meloni dice «decide il mercato». Ma il mercato adesso guarda a Delfin e alle tensioni nel cda).
Lovaglio oggi dice una cosa altrettanto interessante. Non avrebbe avuto contatti preventivi sulla nuova iniziativa con alcun azionista, Delfin compresa. Il 17,5% della holding della famiglia Del Vecchio resta quindi uno dei grandi punti interrogativi dell’assemblea del 29 ottobre. E Lovaglio respinge anche l’idea che i grandi fondi possano automaticamente preferire Intesa soltanto perché hanno più denaro investito in Ca’ de Sass.
Secondo lui valuteranno rendimento, sostenibilità e risultati. A sostegno della propria tesi ricorda che dal 2022 il titolo Mps è cresciuto di oltre il 500% e che la banca ha distribuito dividendi significativi.
È esattamente il terreno sul quale si giocherà la partita: creazione di valore contro creazione di valore.
Meloni? Lovaglio prende ciò che gli serve
Interessante anche la risposta sulle dichiarazioni della presidente del Consiglio. Ieri Giorgia Meloni aveva detto che sul futuro di Mps «decide il mercato», ribadendo la neutralità del Governo (vedi post Mps, Meloni dice «decide il mercato». Ma il mercato adesso guarda a Delfin e alle tensioni nel cda).
Lovaglio, però, sottolinea soprattutto un altro passaggio delle precedenti dichiarazioni della premier: la difesa dell’integrità, del nome e dell’identità del Monte. Per l’ad quelle parole rappresentano un riconoscimento del lavoro svolto e del ruolo nazionale di Mps. È comprensibile.
Ma proprio ieri abbiamo osservato quanto sia sottile la linea tra una dichiarazione di neutralità e l’espressione di una preferenza per l’integrità della banca. Lovaglio, evidentemente, considera quella seconda parte politicamente significativa.
Ma il Sole mette il dito sui 4 miliardi
Ed eccoci al punto più interessante del confronto di oggi.

Franco Paparella sul Sole 24 Ore contesta radicalmente l’idea che la distribuzione straordinaria promessa da Mps rappresenti un vero premio per gli azionisti. Il ragionamento è finanziariamente semplice. Mps prevede, in caso di successo delle operazioni, una distribuzione straordinaria costituita da cash e azioni Generali. Ma quelle risorse sono già patrimonio della società.
Quando vengono distribuite, l’azionista riceve qualcosa, ma contemporaneamente la società si impoverisce dello stesso valore. È il normale meccanismo economico del dividendo.
Quindi, sostiene Paparella, non si crea nuova ricchezza: si cambia la forma in cui una ricchezza già esistente viene detenuta dall’azionista. E questo rende il confronto con l’offerta Intesa molto interessante.
Un euro di Intesa e un euro di Mps non sono la stessa cosa
Intesa offre anche 1 euro cash per ogni azione Mps nell’ambito della propria Opas. Quell’euro arriva dall’esterno della società target. La distribuzione straordinaria di Mps, invece, arriva dal patrimonio della stessa banca. La distinzione non significa automaticamente che l’operazione Intesa sia migliore. Per giudicare le due offerte bisogna considerare l’intero valore futuro dei due progetti.
Ma significa che non possiamo mettere sullo stesso piano il cash pagato dall’offerente e un dividendo straordinario distribuito dalla società ai propri azionisti. Ed è un elemento che merita di essere spiegato bene soprattutto ai piccoli azionisti.
E poi arriva il Fisco
Paparella aggiunge un’altra considerazione particolarmente pungente. Per una persona fisica fiscalmente residente in Italia, secondo il calcolo proposto nell’articolo, la distribuzione straordinaria sarebbe soggetta alla tassazione del 26% sia sulla componente cash sia su quella rappresentata dalle azioni Generali.
La distribuzione indicata viene quantificata in 1,208 euro per azione Mps, composta da 0,302 euro cash e 0,906 euro in azioni Generali. L’imposta ammonterebbe quindi a circa 31,4 centesimi per azione.
Vale a dire, osserva Paparella, persino più dei 30,2 centesimi ricevuti in contanti.
È un paradosso soltanto apparente, ma politicamente molto efficace: il piccolo azionista potrebbe dover mettere mano ad altra liquidità per pagare le imposte sulla parte del “premio” ricevuta in azioni.
Ed è una questione che merita una risposta da Mps.

Questa intervista mi piace. Non perché abbia improvvisamente deciso di tifare per Lovaglio. Ma perché finalmente l’amministratore delegato di Mps risponde direttamente ad alcune delle domande che ci siamo fatti per settimane.
E una risposta, in particolare, me la segno. Anzi, «mo me lo segno», come direbbe il compianto Massimo Troisi: «Nessuno spezzatino
Bene. Abbiamo contestato a Intesa, Unipol e Bper l’idea di dividere Mps e abbiamo scritto che l’integrità territoriale non può funzionare a senso unico. Oggi Lovaglio dice che nemmeno Banco BPM verrà smembrato. E fra qualche mese andremo a vedere se sarà davvero così, soprattutto quando l’Antitrust avrà terminato il proprio lavoro. Perché se poi dovessero comparire 250 o 300 filiali da vendere, la domanda tornerà immediatamente.
E prima del 29 ottobre vorrei sentire qualche numero anche sui lavoratori delle banche interessate.
Poi c’è il tema dei 4 miliardi. L’articolo del Sole 24 Ore, giornale che in questa partita mi sembra da sempre schierato con l’iniziativa di Messina, pone una questione che secondo me Lovaglio dovrà affrontare,
Non entro nel merito, non ne sono in grado ma se possiedo una casa da 400.000 euro e vendo il garage per 40.000, non sono diventato più ricco di 40.000 euro. Ho semplicemente trasformato una parte del mio patrimonio in denaro. Il concetto, semplificando molto, credo sia quello.
Se il nuovo gruppo produrrà davvero una crescita a doppia cifra del valore, più utili, più dividendi e più credito all’economia, allora il progetto Lovaglio potrà essere superiore a quello Intesa anche senza inventarsi alcun “premio”. Ma deve dimostrarlo.
E c’è un’altra cosa che mi ha fatto sorridere. Ieri Meloni diceva: «Decide il mercato».
Oggi Lovaglio prende giustamente nota della frase, ma sottolinea soprattutto le precedenti parole della premier contro lo smembramento di Mps. Come dire: Governo neutrale, ma quella frase sull’integrità del Monte ce la teniamo stretta. Comprensibile. A futura memoria, però, mi tengo strette entrambe.

la Repubblica, Walter Galbiati, 13 settembre 2026 – Intervista a Luigi Lovaglio: «Uniamo non dividiamo, un grande polo bancario italiano al servizio di imprese e famiglie».
Il Sole 24 Ore, Franco Paparella, 13 settembre 2026 – Mps, Lovaglio offre come premio ai suoi soci quello che è già loro.
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