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Mps-Banco Bpm, la “terza via” prende forma. Ma Siena chiede garanzie al Governo

Immagine creata da ChatGPT in relazione al contenuto del post

La partita sul futuro del Monte dei Paschi entra nelle settimane decisive e, mentre Intesa Sanpaolo prosegue lungo il percorso della propria Opas, l’ipotesi di una fusione tra Mps e Banco Bpm sembra acquistare maggiore consistenza.

Fabio Tamburini (nella foto), sul Sole 24 Ore, racconta che Luigi Lovaglio e Giuseppe Castagna starebbero lavorando a una soluzione diversa sia dall’offerta pubblica di Banco Bpm sul Monte sia da un’eventuale operazione di Mps su Piazza Meda. La strada ritenuta oggi più praticabile sarebbe quella di una fusione concordata tra i due istituti, con la possibile convocazione di consigli di amministrazione straordinari già nei prossimi giorni, prima dell’approvazione dei risultati semestrali prevista il 5 agosto per Banco Bpm e il 6 agosto per Mps.

Parallelamente, come riferiscono il Corriere della Sera e Il Giornale, Comune di Siena, Provincia e Regione Toscana hanno deciso di fare fronte comune. La sindaca Nicoletta Fabio (nella foto a dx), la presidente della Provincia Agnese Carletti e il presidente della Regione Eugenio Giani (nella foto a sx)hanno chiesto un incontro urgente al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, invitando il Tesoro a non cedere, almeno in questa fase, il restante 4,8% detenuto nel capitale del Monte.

La richiesta delle istituzioni locali è chiara: prima che il Governo abbandoni definitivamente il capitale della banca, devono essere definite garanzie precise per l’occupazione, per il mantenimento delle funzioni direzionali a Siena, per il credito alle famiglie e alle imprese e per la tutela del patrimonio storico e culturale di Rocca Salimbeni.


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La fusione torna a essere lo scenario principale

Nelle ultime settimane sono state esaminate diverse possibili contromosse all’Opas di Intesa Sanpaolo. Banco Bpm avrebbe potuto lanciare un’offerta su Mps oppure, al contrario, Siena avrebbe potuto tentare un’operazione su Piazza Meda. Entrambe le ipotesi presentano però difficoltà rilevanti, sia finanziarie sia autorizzative.

La fusione negoziata consentirebbe invece ai due consigli di definire insieme il rapporto di concambio, la governance e il piano industriale della futura banca. Sarebbe il tentativo di realizzare quel terzo polo nazionale di cui si parla da anni, mantenendo integro il perimetro del Monte e impedendo lo smembramento della rete previsto dal progetto Intesa-Unipol.

Gli advisor sono al lavoro. Banco Bpm è affiancato da Citigroup e Goldman Sachs, mentre per Mps operano Ubs, Bank of America e Vitale, quest’ultima indicata dagli amministratori indipendenti. Il calendario, tuttavia, resta strettissimo. Ogni ritardo rende più difficile presentare agli azionisti un’alternativa concreta prima dell’avvio dell’offerta di Intesa.

Crédit Agricole resta l’arbitro

Qualunque progetto con Banco Bpm non può prescindere da Crédit Agricole, ormai titolare di una partecipazione prossima al 30% dell’istituto milanese.
La banca francese avrebbe un peso decisivo nell’assemblea straordinaria chiamata ad approvare la fusione. Un suo voto contrario, e probabilmente anche un’astensione, renderebbero molto difficile raggiungere la maggioranza qualificata richiesta.
In caso di integrazione, la partecipazione di Crédit Agricole si diluirebbe, ma il gruppo francese potrebbe comunque diventare il maggiore azionista individuale del nuovo polo. Subito dietro si collocherebbe Delfin, che possiede circa il 17,5% di Mps.

Nasce così una contraddizione politica non trascurabile. La fusione viene presentata come la soluzione capace di conservare l’autonomia e il radicamento italiano del Monte, ma rischierebbe di produrre una grande banca il cui principale azionista sarebbe francese.
Non è necessariamente un problema industriale. Crédit Agricole è ormai una presenza consolidata nel nostro sistema bancario. Ma il suo ruolo, le sue prerogative e gli eventuali accordi di governance dovrebbero essere spiegati in modo trasparente.

Il Danish Compromise e il peso di Generali

Secondo il Sole 24 Ore, uno degli obiettivi centrali del progetto sarebbe ottenere l’applicazione del cosiddetto Danish Compromise, il trattamento regolamentare che permette alle banche di ridurre l’assorbimento patrimoniale delle partecipazioni assicurative.
La questione riguarda soprattutto il 13,2% di Generali detenuto attraverso Mediobanca. Quella partecipazione è il vero gioiello del nuovo gruppo Mps e rappresenta uno dei principali motivi per cui Siena è diventata il centro del risiko finanziario.

Il precedente di Banco Bpm, che non aveva ottenuto dalla Bce il beneficio regolamentare per l’operazione su Anima, invita però alla prudenza. Senza il Danish Compromise, il capitale assorbito dalla partecipazione assicurativa potrebbe rendere più complesso l’equilibrio della fusione.

Resta inoltre aperta la possibilità di cedere una parte delle azioni Generali per finanziare un maxi-dividendo o una componente in contanti destinata agli azionisti. Sarebbe una carta importante per rendere il progetto competitivo rispetto a Intesa, ma anche una scelta contraddittoria: per salvare Mps si finirebbe con il vendere l’asset più prezioso acquisito attraverso Mediobanca.

Governance e rapporti di forza

Luigi Lovaglio e Giuseppe Castagna

Tamburini ipotizza una possibile ripartizione dei vertici che vedrebbe Luigi Lovaglio alla presidenza del nuovo gruppo e Giuseppe Castagna nel ruolo di amministratore delegato.

Si tratta, al momento, di una ricostruzione giornalistica, non di una soluzione ufficialmente concordata. Ma è indicativa della complessità del negoziato. Non basta stabilire chi incorpora chi: occorre trovare un equilibrio tra due gruppi, due consigli, due azionariati e due culture aziendali differenti.
Nel consiglio di Mps continuerebbero inoltre a emergere tensioni. Gli amministratori di minoranza lamenterebbero un’informazione insufficiente sui contatti con Banco Bpm e chiederebbero garanzie più forti, anche perché Piazza Meda è già azionista del Monte e quindi parte correlata.
La velocità non può diventare un pretesto per ridurre il coinvolgimento del consiglio. Una fusione di queste dimensioni richiede processi decisionali chiari, informazioni complete e valutazioni indipendenti.

Le istituzioni toscane alzano la voce

Mentre advisor e banchieri confrontano concambi e coefficienti patrimoniali, Siena ricorda che Mps non è una società come tutte le altre.
Comune, Provincia e Regione chiedono a Giorgetti che il Tesoro mantenga la propria quota almeno fino a quando non saranno definite garanzie vincolanti. I quattro pilastri indicati sono la tutela dell’occupazione, il mantenimento delle funzioni centrali e direzionali a Siena, il sostegno all’economia locale e la protezione del patrimonio storico e culturale della banca.
È una richiesta che riguarda entrambe le opzioni. L’offerta di Intesa prevede il trasferimento a Unipol di 635 filiali, destinate successivamente a confluire in Bper. Ma anche la fusione con Banco Bpm potrebbe spostare verso Milano una parte crescente delle funzioni decisionali.

Cambiano i protagonisti, ma la domanda rimane la stessa: che cosa resterà davvero a Siena?

Il commento di Max

La fusione tra Mps e Banco Bpm comincia finalmente ad assumere i contorni di un progetto e non soltanto di una “lettera d’amore”. Ma il salto dalla suggestione alla realtà resta enorme.
Occorre trovare un concambio capace di convincere gli azionisti di entrambe le banche, ottenere il voto determinante di Crédit Agricole, definire una governance credibile e risolvere la questione Generali. E bisogna fare tutto in pochi giorni, mentre Intesa Sanpaolo continua a procedere con un’offerta già formalizzata.
Lovaglio si sta dimostrando, ancora una volta, un combattente. Ha risanato Mps, ha conquistato Mediobanca, ha superato una durissima battaglia assembleare e ora cerca di impedire che il Monte venga diviso tra più soggetti. Ma proprio per questo deve evitare che l’urgenza si trasformi in opacità.
Le perplessità dei consiglieri di minoranza non possono essere liquidate come un fastidio. Il consiglio deve essere informato, coinvolto e messo nelle condizioni di valutare una delle più importanti operazioni della storia bancaria italiana.
Condivido poi la richiesta delle istituzioni toscane. Il Tesoro non dovrebbe vendere in fretta il suo ultimo pacchetto soltanto per chiudere formalmente la stagione dello Stato azionista. Quel 4,8% può ancora servire per chiedere impegni concreti a chiunque vincerà la partita.

Non bastano dichiarazioni generiche sul rispetto della storia della banca. Servono garanzie scritte sull’occupazione, sulla sede, sulle funzioni direzionali e sul sostegno creditizio ai territori.

Il Monte è stato salvato anche grazie ai lavoratori, ai cittadini e alle risorse pubbliche. Sarebbe davvero singolare se, proprio nel momento del ritorno alla piena redditività, Siena perdesse la banca che ha contribuito a difendere.
La fusione con Banco Bpm può rappresentare un’alternativa industriale all’Opas di Intesa. Ma non deve diventare una scorciatoia costruita in fretta, né un modo per sostituire uno spezzatino italiano con un terzo polo a guida sostanzialmente francese.

Prima di scegliere il vincitore, bisogna sapere quale progetto garantisce davvero il futuro di Mps, delle persone che vi lavorano e dei territori che ancora dipendono dalla sua presenza.


Corriere della Sera, 26 luglio 2026, “Mps, enti locali e Regione Toscana chiedono a Giorgetti un incontro urgente”.

Il Giornale, 26 luglio 2026, “Mps, gli enti locali: ‘Il Tesoro fermi la cessione delle quote’”.

Il Sole 24 Ore, 26 luglio 2026, Fabio Tamburini, “Alleanza in arrivo tra Mps e Bpm”.


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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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