
La possibile aggregazione tra Monte dei Paschi di Siena e Banco Bpm entra nella fase più delicata. Dopo giorni di indiscrezioni, simulazioni e ipotesi di lavoro, emerge con sempre maggiore chiarezza il vero centro della partita: senza il via libera di Crédit Agricole, il progetto difficilmente potrà andare avanti.

Daniela Polizzi e Andrea Rinaldi (nella foto) sul Corriere della Sera descrivono una trattativa frenetica, con gli advisor impegnati a costruire in tempi strettissimi un’alternativa credibile all’Opas di Intesa Sanpaolo.
Andrea Deugeni e Luca Gualtieri su MF-Milano Finanza arrivano alla stessa conclusione: la fusione tra Siena e Piazza Meda è ormai appesa alla posizione della Banque Verte, primo azionista di Banco Bpm.
Luigi Lovaglio continua a considerare l’integrazione con Banco Bpm l’unica vera opzione industriale capace di preservare l’intero perimetro del Monte, evitando lo spezzatino previsto dal progetto Intesa-Unipol. Ma l’operazione, già complessa dal punto di vista finanziario, deve superare un ostacolo politico e azionario tutt’altro che secondario: convincere i francesi che il nuovo polo sarebbe conveniente anche per loro.
Il tempo stringe davvero
Mps e Banco Bpm potrebbero definire il progetto entro il 6 agosto, quando il consiglio di amministrazione del Monte esaminerà la semestrale. I tempi sono strettissimi perché Intesa Sanpaolo ha già fissato al 10 settembre l’assemblea straordinaria per approvare l’aumento di capitale al servizio dell’Opas.
Se Siena e Milano vogliono presentare agli azionisti una vera alternativa, devono arrivare rapidamente a un accordo sul rapporto di concambio, sulla governance, sulla sede, sul piano industriale e sulla distribuzione del valore.
Non basta più affermare che l’operazione mantiene integra Mps. Occorre dimostrare che è finanziariamente più conveniente dell’offerta di Intesa.
Secondo le simulazioni riportate da MF-Milano Finanza, per offrire agli azionisti del Monte condizioni migliori rispetto all’Opas di Carlo Messina, il concambio dovrebbe collocarsi tra 0,75 e 0,77 azioni Banco Bpm per ogni azione Mps. In questo modo Siena verrebbe valorizzata tra 11,78 e 12,09 euro per titolo, con un premio rispetto alle quotazioni e al valore implicito dell’offerta di Intesa.
Sono numeri teoricamente sostenibili, soprattutto se si considerano le sinergie indicate da Banco Bpm, superiori a 1,1 miliardi lordi annui. Ma il punto non è soltanto trovare un concambio che soddisfi i soci del Monte. Bisogna evitare che gli azionisti del Banco, e in particolare Crédit Agricole, subiscano una diluizione considerata eccessiva.
Senza Agricole la fusione può saltare
Il peso della banca francese è decisivo non solo politicamente, ma anche matematicamente.
Crédit Agricole possiede il 29,3% di Banco Bpm. Se all’assemblea straordinaria si ripetesse un’affluenza simile a quella registrata in aprile, per approvare la fusione servirebbe il voto favorevole di quasi il 50% del capitale sociale.
Una posizione contraria dei francesi, o anche soltanto la loro astensione, potrebbe quindi far saltare l’intera operazione.

Castagna e Lovaglio (nella foto) devono perciò costruire un progetto capace di garantire alla Banque Verte un vantaggio industriale concreto. Non è sufficiente chiederle di accettare una diluizione in nome del terzo polo bancario italiano.
Sul tavolo potrebbero finire l’estensione degli accordi commerciali già esistenti tra Crédit Agricole e Banco Bpm, la distribuzione dei prodotti Agos e Amundi su tutta la rete del nuovo gruppo, nuove partnership assicurative e la cessione di sportelli in eccesso per rispettare i vincoli Antitrust.
In altre parole, per convincere Parigi occorre offrirle non soltanto azioni del nuovo gruppo, ma anche attività, distribuzione, prodotti e quote di mercato.
La frenata francese
Le indiscrezioni raccolte dal Corriere della Sera indicano però che Crédit Agricole non sarebbe davvero convinta della combinazione Mps-Banco Bpm.
I quattro consiglieri espressi dalla Banque Verte nel board di Piazza Meda hanno votato a favore dell’apertura del dossier, ma questo non significa che Parigi abbia sposato il progetto.
Sotto la cenere resterebbe infatti un’altra ipotesi: l’integrazione tra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia. Un’operazione che potrebbe risultare persino più conveniente per il gruppo francese, perché gli consentirebbe di consolidare direttamente la propria presenza in Italia.
Secondo Barclays, Banco Bpm potrebbe acquistare Crédit Agricole Italia pagando in azioni. I francesi arriverebbero così a possedere circa il 40% della nuova entità, diventandone nettamente il primo azionista. Grazie al meccanismo del whitewash, potrebbero superare la soglia del 30% senza essere obbligati a lanciare un’Opa totalitaria.
È uno scenario molto diverso dal terzo polo Mps-Banco Bpm. E spiega perché Agricole possa non avere particolare fretta di sostenere la soluzione difensiva immaginata da Siena.
Il nodo Generali
Come sempre, al centro della partita ricompare la partecipazione del 13,2% in Generali detenuta da Mps attraverso Mediobanca.
Per costruire una proposta capace di competere con la componente cash dell’offerta di Intesa, Siena potrebbe essere costretta a valorizzare in tutto o in parte quella quota.
Secondo un’analisi di Barclays, la cessione di Generali potrebbe consentire a Mps di distribuire agli azionisti un’extra cedola fino a 7 miliardi di euro. Una somma capace di rendere più attraente la fusione con Banco Bpm e di premiare i soci che decidessero di non aderire all’offerta di Intesa.
Ma sarebbe una scelta tutt’altro che indolore.
Lovaglio ha sempre sostenuto che Generali rappresenta un asset strategico, una fonte stabile di utili e una possibile base per nuove partnership industriali. Vendere la quota per difendere l’indipendenza del Monte significherebbe quindi rinunciare a uno dei principali pilastri del piano Mps-Mediobanca.
Sarebbe, in sostanza, una difesa ottenuta modificando radicalmente il progetto che si vuole difendere.
I colloqui con Donnet e Orcel
Il Corriere della Sera riferisce anche di colloqui esplorativi avviati da Lovaglio con Philippe Donnet e Andrea Orcel.
Il dialogo con Generali è facilmente comprensibile, visto che la compagnia è direttamente coinvolta attraverso la partecipazione detenuta dal Monte. Quello con Unicredit potrebbe invece servire a verificare la disponibilità di un altro grande protagonista del risiko a entrare, direttamente o indirettamente, nella partita.
Al momento, tuttavia, non risultano offerte, accordi o alleanze formalizzate. Si tratta di contatti esplorativi, che confermano quanto Siena stia cercando ogni possibile margine per non restare schiacciata tra l’offerta concreta di Intesa e una fusione con Banco Bpm ancora piena di incognite.

Corriere della Sera, 22 luglio 2026, Daniela Polizzi e Andrea Rinaldi, “Mps stringe con il Banco. Ma ora l’Agricole frena sul piano d’integrazione”.
MF-Milano Finanza, 22 luglio 2026, Andrea Deugeni e Luca Gualtieri, “Mps e Bpm corteggiano Agricole”.
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