Il presidente Riccardo Coppini propone di aderire all’Opas di Carlo Messina. Si aggiungono nuovi investitori favorevoli all’offerta, mentre i grandi fondi preparano il voto del 29 ottobre. E nella città del Monte circola una notizia sulle dimissioni dell’amministratore delegato, poi smentita: una vicenda che solleva interrogativi anche sulla qualità dell’informazione.

A Siena sta succedendo qualcosa che, fino a poche settimane fa, sarebbe stato difficile immaginare. Mentre Luigi Lovaglio continua a difendere il proprio progetto industriale e si prepara a presentarsi davanti agli azionisti nell’assemblea straordinaria del 29 ottobre, anche la Fondazione Monte dei Paschi sembra pronta a sostenere l’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata da Intesa Sanpaolo.


La notizia, raccontata da Daniela Polizzi (nella foto) sul Corriere della Sera e da Michele Chicco (nella foto)sulla Stampa, ha un significato che va ben oltre la consistenza della partecipazione azionaria della Fondazione, ormai ridotta a circa lo 0,2% del capitale del Monte, perché riguarda un’istituzione che rappresenta una parte fondamentale della storia della banca e del suo rapporto con la città.

Il presidente Riccardo Coppini (nella foto)ha annunciato che porterà alla riunione della deputazione amministratrice del 23 ottobre una proposta di valutazione positiva dell’Opas di Intesa, accompagnata dall’intenzione di aderire all’offerta.
Non si tratta quindi ancora di una decisione formalmente definitiva dell’organo competente, ma l’orientamento espresso dal presidente, dopo le analisi tecniche e il confronto nella deputazione di indirizzo, rappresenta già un segnale politico e istituzionale molto forte.
Ed è proprio questo l’aspetto che mi sembra più interessante: mentre il confronto tra Lovaglio e Messina si avvicina alla sua conclusione, a Siena comincia a prendere forma una discussione diversa, che non riguarda più soltanto la difesa dell’autonomia del Monte, ma il ruolo che Intesa Sanpaolo potrebbe assumere nell’economia e nella società senese.
La Fondazione Mps cambia prospettiva
Per comprendere il significato della posizione assunta dalla Fondazione bisogna ricordare che per molti anni l’ente ha rappresentato il principale azionista della banca, arrivando a controllarne oltre la metà del capitale, prima che la crisi del Monte e i successivi interventi di salvataggio determinassero una progressiva riduzione della partecipazione.
Quella stagione ha lasciato ferite profonde, non soltanto nei bilanci della Fondazione, ma anche nei rapporti tra la banca, le istituzioni locali e una città che aveva costruito intorno al Monte una parte importante della propria identità economica e sociale.
Il risanamento realizzato negli ultimi anni, con il contributo decisivo di Luigi Lovaglio, ha certamente modificato questo quadro, consentendo anche una significativa rivalutazione delle azioni sottoscritte dalla Fondazione nell’aumento di capitale del 2022.
Ma oggi il problema non è più soltanto valutare quanto sia cresciuto il valore della partecipazione, bensì capire quale prospettiva possa garantire al territorio senese un rapporto stabile con un grande gruppo bancario nazionale.
Coppini, secondo quanto riportato dalla stampa, ha sottolineato il valore che l’operazione potrebbe avere per la Fondazione nella sua doppia veste di azionista e di istituzione di riferimento del territorio, richiamando anche il rapporto consolidato tra Intesa Sanpaolo e le proprie fondazioni azioniste, in particolare Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo.
È un ragionamento che merita attenzione, perché suggerisce la possibilità di costruire un nuovo equilibrio tra una grande banca e le istituzioni locali, anche in assenza di una partecipazione azionaria di controllo.
Naturalmente, il fatto che un modello abbia funzionato in altri territori non significa automaticamente che possa essere trasferito a Siena senza difficoltà, soprattutto considerando la storia particolare del Monte e il ruolo che la banca ha svolto per secoli nell’economia cittadina.
Ma la posizione della Fondazione indica che almeno una parte delle istituzioni senesi sta cominciando a considerare l’integrazione con Intesa non soltanto come una perdita di autonomia, ma anche come un’opportunità da valutare.
Ed è un cambiamento significativo, soprattutto se confrontato con le preoccupazioni espresse finora da diversi rappresentanti delle istituzioni locali e regionali.
Il valore per Siena dovrà essere dimostrato
C’è però un passaggio delle dichiarazioni di Coppini sul quale vorrei soffermarmi, perché ritengo che rappresenti il punto centrale dell’intera vicenda.
Il presidente della Fondazione sostiene che Intesa Sanpaolo potrà avere un ruolo di particolare significato per l’economia e la società del territorio senese.
È una prospettiva certamente interessante, ma che dovrà essere accompagnata da impegni precisi, perché il rapporto tra una grande banca e una comunità non può essere misurato soltanto attraverso le erogazioni delle fondazioni o le iniziative di carattere sociale e culturale.
Una banca rappresenta un elemento fondamentale dell’economia di un territorio anche attraverso le proprie strutture operative, la presenza delle filiali, il sostegno al credito delle imprese, le attività direzionali e le professionalità che vi lavorano.
Per questo motivo, se davvero Intesa intende costruire un rapporto virtuoso con Siena, sarebbe utile conoscere quali funzioni resteranno sul territorio, quale ruolo verrà attribuito alle strutture centrali del Monte, quali investimenti saranno realizzati e quali garanzie verranno offerte ai lavoratori.
La questione assume un’importanza ancora maggiore considerando che il progetto di Intesa prevede, in caso di successo dell’Opas e dopo le necessarie autorizzazioni, il trasferimento di 635 sportelli del Monte nell’ambito dell’operazione con Unipol e BPER.
Non si tratta di un passaggio già realizzato, ma di una componente rilevante del progetto industriale che potrebbe modificare profondamente la distribuzione territoriale e organizzativa delle attività bancarie.
Ed è proprio per questo che sarebbe opportuno conoscere in anticipo il futuro delle strutture, delle professionalità e dei rapporti con la clientela, evitando che le decisioni vengano comunicate soltanto quando il nuovo assetto sarà ormai definito.
Anche Goldstone e Fondaco si schierano
La posizione della Fondazione arriva in una giornata nella quale si rafforza ulteriormente il fronte degli azionisti favorevoli all’offerta di Intesa Sanpaolo.
Daniela Polizzi sul Corriere della Sera e Michele Chicco sulla Stampa riferiscono infatti che Goldstone Capital, investitore riconducibile a capitali del Qatar e accreditato di una partecipazione compresa, secondo le indiscrezioni di mercato, tra l’1% e il 2% del Monte, ha manifestato il proprio sostegno all’Opas, ritenendola preferibile alle alternative prospettate.
Si aggiunge inoltre la posizione di Fondaco Lux, veicolo che detiene una quota di circa lo 0,41% del capitale, e che ha annunciato il voto contrario alle proposte difensive di Lovaglio.
Sono partecipazioni relativamente contenute se confrontate con quelle di Delfin e del gruppo Caltagirone, ma il loro significato è importante perché dimostrano che il consenso verso la proposta di Intesa non si limita più ai principali azionisti della banca.
Occorre comunque mantenere una distinzione tra gli investitori che hanno formalmente dichiarato l’intenzione di aderire all’Opas, quelli che hanno annunciato un voto contrario alle operazioni difensive e quelli ai quali la stampa attribuisce un orientamento favorevole a Intesa, perché si tratta di posizioni che non sono necessariamente equivalenti.
La conclusione politica, però, appare sempre più evidente: Lovaglio si trova di fronte a un insieme crescente di soggetti che non ritengono conveniente proseguire sulla strada delle offerte su Banco BPM e Banca Generali.
I grandi fondi possono trasformare la sconfitta in una bocciatura generale

Andrea Deugeni e Luca Gualtieri (nella foto) su Milano Finanza dedicano un approfondimento al ruolo che i grandi investitori istituzionali potrebbero assumere nell’assemblea del 29 ottobre, individuando un gruppo di importanti gestori internazionali presenti contemporaneamente nel capitale di Intesa Sanpaolo e in quello del Monte.
Tra questi figurano BlackRock, Vanguard, Norges, Fidelity, UBS, Legal & General e altri operatori che gestiscono patrimoni di dimensioni enormi e che, attraverso fondi attivi, fondi indicizzati e strumenti previdenziali, rappresentano una parte significativa dell’azionariato delle principali banche europee.
L’articolo segnala che quattordici investitori presenti in entrambe le banche hanno già sostenuto l’aumento di capitale di Intesa necessario per l’offerta, mentre complessivamente detengono una partecipazione pari a circa l’8,38% del capitale del Monte, sulla base dei dati assembleari esaminati dal giornale.
BlackRock risulterebbe il soggetto più rilevante, con circa il 4,67% di Mps, seguito da Vanguard con il 2,26%, mentre gli altri investitori presentano partecipazioni più contenute.
È importante ricordare, tuttavia, che i dati considerati si riferiscono a momenti differenti e non rappresentano necessariamente una fotografia aggiornata e simultanea degli azionariati.
Inoltre, il voto favorevole espresso da un fondo sull’aumento di capitale di Intesa non implica automaticamente che lo stesso investitore debba votare contro il piano Lovaglio, perché ogni decisione viene assunta sulla base delle regole, dei mandati e degli interessi dei singoli portafogli.
Ma il ragionamento di Milano Finanza rimane interessante, perché mostra come l’esito dell’assemblea potrebbe essere determinato non soltanto dai grandi azionisti di riferimento, ma anche dall’orientamento di una parte consistente del mercato finanziario internazionale.
Dopo le raccomandazioni negative di ISS e Glass Lewis, è ragionevole aspettarsi che molti investitori istituzionali valutino con particolare attenzione i rischi di esecuzione del progetto senese.
Se il voto contrario dovesse estendersi ampiamente anche a questi soggetti, la sconfitta di Lovaglio assumerebbe un significato ancora più netto, perché non sarebbe riconducibile soltanto alla scelta di alcuni grandi soci, ma rifletterebbe una valutazione negativa più diffusa sulla praticabilità della strategia difensiva.
Rimane naturalmente da verificare il comportamento effettivo degli investitori il 29 ottobre, senza trasformare in voti già acquisiti orientamenti che oggi sono soltanto ipotizzati.
La mattinata delle dimissioni annunciate e poi smentite
In questo clima, già particolarmente teso, nella mattinata si è diffusa anche una notizia che avrebbe rappresentato un autentico terremoto per il Monte dei Paschi: le presunte dimissioni di Luigi Lovaglio.
A lanciare la voce è stata la Gazzetta di Siena, ma la notizia è stata successivamente smentita.
L’episodio merita una riflessione, perché in una vicenda come questa, nella quale sono coinvolti miliardi di euro, grandi investitori internazionali, organi di vigilanza e migliaia di lavoratori, la diffusione di informazioni non confermate può produrre conseguenze ben più importanti di una semplice discussione cittadina.
Non conosco tutti i passaggi che hanno portato alla pubblicazione della notizia, né gli elementi sui quali si basava, e quindi non sarebbe corretto attribuire intenzioni o responsabilità specifiche senza ulteriori verifiche.
Ma il risultato è evidente: è circolata un’informazione di enorme rilevanza che, alla prova dei fatti, non ha trovato conferma.
E non è la prima volta che il dibattito senese intorno al Monte viene accompagnato da indiscrezioni, anticipazioni e ricostruzioni che finiscono per alimentare confusione anziché contribuire a chiarire ciò che sta realmente accadendo.
Una cosa è raccontare un’indiscrezione, specificando che non è stata confermata e spiegando quali siano le fonti disponibili; un’altra è presentare come avvenuto un fatto che non è stato verificato.
La distinzione dovrebbe essere particolarmente rigorosa quando si parla delle dimissioni dell’amministratore delegato di una banca quotata, per la quale anche una notizia infondata può influenzare le aspettative degli investitori e il clima interno all’azienda.
Non servono processi sommari, ma servono maggiore prudenza, controlli più accurati e la disponibilità a correggere tempestivamente gli errori.w
Perché la credibilità dell’informazione si costruisce soprattutto quando si resiste alla tentazione di arrivare primi a ogni costo.

Devo dire che la notizia della Fondazione Mps favorevole all’offerta di Intesa mi ha colpito molto più delle nuove adesioni annunciate dagli investitori finanziari, perché conosco bene il peso storico e simbolico che questa istituzione ha avuto nella vita del Monte e della città di Siena, avendone toccato con mano, in passato, l’importanza e la potenza.
Per anni la Fondazione ha rappresentato il centro di un sistema di rapporti economici, politici e istituzionali che ha accompagnato la crescita della banca, ma che ha anche mostrato tutti i propri limiti quando il Monte è entrato nella crisi più grave della sua storia.
Quanto alla vicenda delle presunte dimissioni di Lovaglio, confesso che mi ha lasciato una sensazione di fastidio, perché ancora una volta abbiamo assistito alla circolazione di una notizia clamorosa che è stata poi smentita.
A Siena, quando si parla del Monte, le voci corrono spesso più veloci dei cavalli durante il Palio, ma chi fa informazione dovrebbe avere il compito di fermarsi un momento prima di trasformarle in notizie.

Daniela Polizzi, Corriere della Sera, 17 ottobre 2026, «Fondazione Mps: sì all’Opas di Intesa. Porta valore nell’economia di Siena»;
Andrea Deugeni e Luca Gualtieri, Milano Finanza, 17 ottobre 2026, «Mps, la scelta dei fondi»;
Michele Chicco, La Stampa, 17 ottobre 2026, «Intesa avrà un ruolo significativo nel territorio. Anche la Fondazione Mps molla Lovaglio».
Per la vicenda delle presunte dimissioni: notizia attribuita alla Gazzetta di Siena nella mattinata del 17 ottobre e successivamente smentita, secondo la ricostruzione segnalata.
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