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Manipolazione permanente della realtà

di Giovanni Gazzo

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Si fa campagna elettorale: ergo, non si governa.
Avviene quando le parole prendono il posto dei fatti, le polemiche sostituiscono le decisioni e la ricerca di un nemico quotidiano diventa più importante della soluzione dei problemi. Quando la politica si trasforma in rappresentazione permanente di sé stessa.
È questo l’approccio dell’esecutivo tripartito capeggiato da Giorgia Meloni, che confonde la capacità di occupare la scena pubblica con quella, ben diversa, di migliorare concretamente le condizioni di vita di cittadini, lavoratori e pensionati.
L’attacco all’ISTAT, accusato, nientemeno, di aver certificato che il rapporto deficit/Pil 2025 è al 3,1%, costituisce una reazione scomposta di fronte ad un istituto pubblico che si comporta correttamente.
In democrazia non dovrebbe mai accadere; è la delegittimazione delle istituzioni da parte di altre istituzioni.
Se un risultato è diverso da quello sperato, il problema non scompare mettendo sotto accusa chi è incaricato di misurarlo con criteri oggettivi. Questo ha fatto la presidente del Consiglio, provocando la tempestiva e lucida reazione delle organizzazioni sindacali interne all’Istituto: “L’Istat non si delegittima, il lavoro statistico si rispetta”.
Dietro la qualità dei dati ufficiali ci sono competenze, professionalità e lavoro quotidiano di ricercatrici e ricercatori di un organismo indipendente al servizio dello Stato e non dei governi che si alternano alla sua guida.
La stessa logica di manipolazione si ritrova nella continua ricerca di contrapposizioni identitarie, dove questioni complesse diventano occasioni di scontro elettorale. È il caso della circolare ministeriale del 1990, firmata dall’allora ministro della Pubblica istruzione Sergio Mattarella – oggi Presidente della Repubblica -, che affrontava con chiarezza il tema dell’integrazione, nella scuola, con approccio interculturale. Il tentativo di capovolgerne il significato, in un contesto peraltro completamente diverso, è scorretto.
Insegnanti e dirigenti scolastici non hanno bisogno di polemiche calate dall’alto, ma di risorse, organici adeguati e autonomia professionale per governare la complessità e favorire l’integrazione. Svolgono un lavoro prezioso che va supportato e non complicato.
Quando il dibattito pubblico s’impoverisce, la politica si concentra su ciò che conviene dire, non su ciò che sarebbe necessario fare. È una strategia che garantisce visibilità ma va sempre a scapito dei problemi che incidono sull’esistenza reale delle persone.
I salari faticano a recuperare il potere d’acquisto perduto. La precarietà limita le prospettive di molti lavoratori. Il sistema sanitario pubblico si confronta con liste d’attesa che spingono i cittadini verso il privato, quando possono permetterselo, o verso la rinuncia alle cure – mentre in sordina aumentano i ticket a carico degli assistiti.
Sono queste le condizioni materiali attraverso cui le persone misurano ogni giorno la qualità dell’azione di governo. Non basta esaltare a parole famiglia e natalità se mancano servizi per l’infanzia, occupazione stabile, retribuzioni adeguate e supporti che consentano alle giovani coppie di costruirsi il futuro.
Il lavoro delle donne e dei giovani resta una leva decisiva per lo sviluppo del Paese.
La distanza tra rappresentazione e realtà emerge in modo drammatico di fronte alla tragedia permanente delle morti sul lavoro.
Perché si decreta con urgenza anche quando questa non esiste e non lo si fa di fronte alla quotidiana tragedia dei morti sul lavoro?
Quanto vale concretamente la sicurezza delle persone nel nostro sistema produttivo?
La morte del ventiduenne Andrea Moretti al Colosseo, purtroppo già seguita da altri “infortuni” mortali, riporta al centro una domanda, che continua a rimanere senza risposta.
Il fatto che l’impresa coinvolta operasse in subappalto – che notoriamente allunga la catena di chi deve guadagnarci sopra risparmiando sui costi del personale – va oltre il singolo caso e richiama una questione generale che non può più essere elusa.
Non esistono i morti sul lavoro per “tragica fatalità”. Rappresentano sfacciata inettitudine e non volontà di agire.
Serve un sistema nazionale della prevenzione moderno e tecnologicamente attrezzato.
Serve formazione vera, certificata e condivisa con i rappresentanti dei lavoratori. Servono controlli e responsabilità reali lungo tutta la filiera degli appalti.
Va introdotto nel codice penale il reato di omicidio sul lavoro come da tempo e da più parti viene chiesto. Assurdo che vi sia quello stradale e non quello sul lavoro.
Non è giustizialismo. È consapevolezza di un fenomeno consustanziale al sistema.
Anche il sindacato, con il suo esercito di RLS, RLST e componenti degli OPP, deve agire con più determinazione, ma dev’essere messo nella condizione di poterlo fare.
La sicurezza è un diritto fondamentale della persona, un dovere sociale, una condizione essenziale di ogni attività economica degna di questo nome. Si smetta di presentarla come un “investimento” per le imprese, come se un obbligo di legge di rango costituzionale e implicazioni penali potesse diventare libertà di adempiere o meno. L’obbligo comporta un costo certo, che ogni impresa valuta come crede, ma rimane obbligo. Se molte aziende sono inadempienti è perché gli imprenditori e rispettivi preposti sanno che difficilmente ne pagheranno le conseguenze.
Anche per questo fanno scalpore le condanne a tempo scaduto, dopo processi estenuanti per le famiglie delle vittime, con reclusioni effettive solo nei casi più devastanti, come la strage di Viareggio del 29 giugno 2009, con 32 morti e oltre duecento feriti.
Le parole di cordoglio non bastano più, non servono a niente. Serve una svolta. Arriverà dalla trattativa in corso tra CGIL CISL UIL e associazioni imprenditoriali che secondo calendario dovrebbe “concludersi” entro il mese di settembre? Nella piattaforma sindacale il tema è presente. Vedremo se lo sarà come risultato.
La realtà non si cancella con la propaganda. I problemi non scompaiono perché si smette di parlarne. Chi governa è chiamato a scegliere, stabilire priorità, utilizzare le risorse disponibili, rendere conto dei risultati – non a inseguire artificiosamente il consenso né a confondere le dichiarazioni con la solidità delle decisioni.
Governare significa assunzione di responsabilità, non in astratto ma verso le persone.
Come ricorda il Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz, presidente della commissione indipendente per la riforma della fiscalità internazionale, la disuguaglianza non è una legge della natura ma il risultato di precise scelte politiche.
Per questo si propone una tassazione più equa dei grandi patrimoni, smettendola di chiedere sacrifici alla maggioranza dei cittadini mentre quote crescenti di ricchezza sfuggono a un contributo fiscale adeguato.
Cosa dice e cosa fa il governo di fronte a una economia sommersa/illegale di 197,6 miliardi di euro, pari al 9,2% del Pil che secondo calcoli di Censis-Confcooperative “ruba 3.350 euro a ogni italiano?
Con 2,7 milioni di lavoratori irregolari e oltre 100 miliardi l’anno di evasione fiscale e contributiva, equivalente a oltre un anno di spesa sanitaria?
Contrastare la disuguaglianza di sistema richiede interventi strutturali, non misure una tantum indistinte, promesse vaghe e partite di giro che non cambiano nulla. Richiede un ribilanciamento continuo con distribuzione più equa della ricchezza prodotta. A questo deve servire la politica fiscale.
I lavoratori hanno bisogno di diritti effettivi e tutele reali più che ragionevoli. Irragionevoli e assurde sono le ricchezze sproporzionate tassate scandalosamente al ribasso.
In occasione della Giornata mondiale per il salario dignitoso (25 settembre), il movimento internazionale Abiti Puliti ha aggiornato la sua proposta che, rapportata all’Italia del 2026, equivale a 12 euro netti all’ora, pari a 2.063 euro al mese e 24.756 euro l’anno, full time equivalente. Come diritto universale.
La presidente Meloni ha preferito partecipare alla cena di gala inaugurale della Milano Fashion Week del 23 settembre a Palazzo Reale, anziché recarsi all’ONU dove si discutevano problemi di drammatica attualità.
Avrà chiesto alle imprese di alta moda di impegnarsi per eliminare lo sfruttamento dei lavoratori lungo le filiere del tessile, come non hanno fatto finora, pur di aumentare i già lauti profitti?
Il compianto Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, ha lasciato detto: «Chi semina utopia raccoglie realtà». Questo è il significato vero del volare alto per orientarsi e agire meglio in basso, dove vive la gente.
Non si tratta di inseguire sogni irrealizzabili, ma di riconoscere che una società può cambiare in meglio solo puntando su obiettivi condivisi, impegnandosi concretamente per raggiungerli. Un’economia di scopo che orienta il mercato, un lavoro dignitoso, servizi pubblici accessibili e istituzioni rispettate. Equilibrio e osmosi virtuosa tra diritti e doveri. Questa, al dunque, è la “utopistica” democrazia sostanziale.
L’esatto opposto di una perenne campagna elettorale manipolatoria che provoca solo danni. Governare non significa sbandierare che le cose vanno bene. Significa assumersi la responsabilità di farle andare meglio, soprattutto per chi sta peggio.

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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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