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Mal di budget 2.0: il Parlamento accende i riflettori su algoritmi e pressioni commerciali

un dipendente bancario seduto davanti a una postazione digitale osserva una grande dashboard algoritmica che analizza in tempo reale performance, vendite e comportamenti commerciali. Sul lato sinistro: una tradizionale filiale bancaria con classifiche, grafici di budget, semafori verde-giallo-rosso e manager che monitorano i risultati commerciali.
Sul lato destro: un enorme algoritmo rappresentato come una rete luminosa di dati, intelligenza artificiale e indicatori di produttività che valuta automaticamente lavoratori e filiali. In primo piano dossier con le scritte “Pressioni Commerciali”, “Privacy”, “Stress Lavoro Correlato”, “Quiet Quitting” e “Nuovo CCNL”. Sul fondo il palazzo del Parlamento italiano illuminato, collegato da flussi digitali alle principali banche italiane. Elementi simbolici: una bilancia tra “Profitto” e “Benessere dei Lavoratori”, sagome di giovani professionisti che lasciano una banca e commissioni sindacali che esaminano segnalazioni anonime.

Mal di budget 2.0: dalle filiali al Parlamento, tra algoritmi e stress da prestazione

Per anni il mal di budget è stato considerato una questione interna alle banche. Un tema da discutere nei tavoli sindacali, nelle commissioni aziendali o nei comunicati delle rappresentanze dei lavoratori.
Oggi qualcosa sembra cambiare.


👉 Mal di budget: utili record nelle banche, ma torna l’incubo delle pressioni commerciali 16 maggio


Le pressioni commerciali non vengono più descritte soltanto come un problema di organizzazione del lavoro, ma come una questione sociale che coinvolge lavoratori, clienti, autorità di vigilanza e perfino il Parlamento.

L’elemento di novità emerge dalle dichiarazioni rilasciate da Pierantonio Zanettin (nella foto), presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario, finanziario e assicurativo. Intervenendo durante una trasmissione del Sole 24 Ore, Zanettin ha aperto alla possibilità di dedicare una specifica sessione della Commissione al tema delle pressioni commerciali nelle banche.

Un’apertura che non va sottovalutata.

Negli ultimi anni il settore bancario ha registrato risultati economici straordinari. Gli utili continuano a crescere, le commissioni rappresentano una quota sempre più importante dei ricavi e gli azionisti ricevono dividendi sempre più consistenti. Parallelamente, però, il dibattito sulle condizioni di lavoro nelle reti commerciali non si è mai spento. Anzi.

Secondo le organizzazioni sindacali, il problema non solo continua a esistere, ma sta assumendo forme nuove e più sofisticate.

Quando il mal di budget diventa una questione sociale

A rilanciare con forza il tema è stato Lando Sileoni (nella foto), segretario generale della Fabi.

Le sue parole segnano una svolta rispetto al passato. Non più soltanto richieste di confronto o di miglioramento degli accordi esistenti, ma l’ipotesi di uno sciopero generale del settore sul tema delle pressioni commerciali.

Secondo Sileoni, le norme introdotte negli anni e perfino l’accordo sulle politiche commerciali recepito nel contratto nazionale del credito del 2023 non avrebbero prodotto gli effetti sperati.
Una valutazione severa che fotografa la crescente insoddisfazione delle organizzazioni sindacali.

Una posizione più sfumata arriva invece da Giuseppe Bilanzuoli (nella foto), segretario nazionale della Uilca. Secondo il sindacalista non tutto ciò che è stato costruito negli ultimi anni è da archiviare: in alcuni gruppi bancari le commissioni sulle politiche commerciali funzionano, analizzano le segnalazioni e intervengono sui problemi. Il vero nodo, sostiene Bilanzuoli, è rendere questi strumenti più omogenei ed efficaci in tutto il sistema bancario, evitando che la tutela dei lavoratori dipenda dalla sensibilità della singola azienda.

Il punto centrale è che le pressioni commerciali non vengono più considerate esclusivamente una problematica interna alle aziende. Quando la ricerca del risultato economico produce stress, disagio organizzativo e rischi per la qualità della consulenza alla clientela, la questione supera i confini della contrattazione aziendale.

È probabilmente questa la ragione che spinge il Parlamento a interessarsene nuovamente.

La nuova frontiera: gli algoritmi

Ma la parte più interessante della discussione riguarda forse il futuro.
Nella piattaforma unitaria presentata da Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin per il rinnovo del contratto nazionale emerge infatti una preoccupazione nuova: quella delle cosiddette pressioni commerciali di seconda generazione.
Non si parla più soltanto di classifiche, telefonate, mail o riunioni commerciali.
Il bersaglio diventano gli algoritmi.

I sindacati descrivono sistemi di raccolta ed elaborazione dati che misurano in modo sempre più dettagliato le performance individuali. Sistemi che, secondo le organizzazioni dei lavoratori, risultano spesso opachi e poco comprensibili per chi viene valutato.
L’obiettivo delle aziende è evidente: migliorare efficienza, produttività e capacità commerciale.
La domanda che si pongono i sindacati è diversa: chi controlla gli strumenti che controllano i lavoratori?

È una questione che va ben oltre il settore bancario e che riguarda l’intero mondo del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale.

Il rischio della disaffezione

Tra i passaggi più significativi della piattaforma sindacale ce n’è uno che merita attenzione.
Non si parla soltanto di stress lavoro-correlato o di privacy.
Si parla di “abbandono emotivo”.
È il fenomeno che nel mondo anglosassone viene definito quiet quitting: il lavoratore continua a svolgere le proprie mansioni ma perde progressivamente coinvolgimento, motivazione e senso di appartenenza.
È un segnale che dovrebbe preoccupare le aziende almeno quanto i sindacati.

Perché la banca del futuro non avrà bisogno soltanto di tecnologia, algoritmi e piattaforme digitali. Avrà bisogno soprattutto di persone capaci di costruire relazioni di fiducia con la clientela.
E la fiducia difficilmente cresce in ambienti caratterizzati da pressione continua, controllo costante e percezione di scarsa autonomia professionale.

La vera sfida del prossimo contratto

Le richieste avanzate dai sindacati non puntano a eliminare gli obiettivi commerciali. Nessuno immagina una banca senza risultati da raggiungere.
La questione è un’altra: trovare un equilibrio tra redditività, tutela della salute, correttezza commerciale e utilizzo delle nuove tecnologie.
È probabilmente qui che si giocherà una delle partite più importanti del prossimo rinnovo contrattuale.
Perché il mal di budget del 2026 non assomiglia più a quello di dieci anni fa.
Allora il problema erano le classifiche appese nelle filiali.
Oggi il rischio è che le classifiche siano invisibili, costruite da algoritmi e alimentate da una quantità crescente di dati.
E forse proprio per questo diventano ancora più difficili da individuare e da contrastare.
Se il Parlamento deciderà davvero di aprire un ciclo di audizioni, il dibattito potrebbe finalmente uscire dai confini del settore bancario.
Perché la domanda che emerge da questa vicenda riguarda ormai tutti: fino a che punto la tecnologia può essere utilizzata per misurare le performance senza trasformarsi in uno strumento di pressione permanente?

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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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