
Mal di budget: utili record nelle banche, ma nelle filiali cresce lo stress
Le banche italiane continuano a macinare utili. I conti del primo trimestre 2026 raccontano ancora una volta un settore in ottima salute: quasi 7 miliardi di profitti complessivi per i cinque maggiori gruppi italiani – Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM, Banca Monte dei Paschi di Siena e BPER Banca – con una crescita del 3,3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Nel racconto di Vitaliano D’Angerio (nella foto) sul Sole 24 Ore Plus emerge però un altro dato, meno celebrato dei dividendi e delle trimestrali: mentre crescono le commissioni, cresce anche il disagio dei lavoratori nelle filiali. Ed è proprio qui che nasce quello che i sindacati hanno ribattezzato “mal di budget”.
Secondo l’analisi della fondazione Fiba collegata alla First Cisl, i proventi operativi delle grandi banche sono saliti del 3,7%, trainati soprattutto dalle commissioni nette aumentate del 4%. Un dato che conferma una trasformazione ormai strutturale del modello bancario italiano: meno dipendenza dal margine d’interesse puro e sempre più centralità del risparmio gestito, delle polizze assicurative, dei prodotti finanziari e della consulenza.
Ma dietro questa evoluzione c’è un altro fenomeno che torna periodicamente nel dibattito sindacale: la pressione commerciale sulle reti. Perché se i ricavi si spostano sulle commissioni, inevitabilmente cresce anche la spinta a vendere prodotti.
E qui arriva il paradosso. Le banche registrano utili record, distribuiscono miliardi agli azionisti e rafforzano i coefficienti patrimoniali, ma contemporaneamente continuano a ridurre gli organici. Secondo i dati riportati dal Sole 24 Ore, nei grandi gruppi il personale è diminuito di quasi 4.730 unità in un anno.

Riccardo Colombani (nella foto), segretario generale della First Cisl, parla apertamente di mancata redistribuzione della ricchezza prodotta. E la sensazione, leggendo i comunicati sindacali citati nell’inchiesta, è che nelle filiali italiane si stia ricreando un clima che ricorda gli anni peggiori delle campagne commerciali aggressive.

Susy Esposito (nella foto) segretaria generale della Fisac-Cgil, intervistata nell’ambito della campagna “Attiviamoci”, descrive una situazione diffusa da Nord a Sud: obiettivi sempre più pressanti, carenza di organici, controllo costante delle performance e stress crescente. Il punto centrale è semplice: se la banca vive sempre più di commissioni, allora il dipendente diventa inevitabilmente il terminale commerciale della strategia industriale.

Fulvio Furlan (nella foto) della Uilca collega direttamente l’aumento delle commissioni alla crescita delle pressioni sulle reti. E non è soltanto un problema sindacale interno alle aziende. È anche un tema che riguarda la qualità della consulenza, il rapporto fiduciario con i clienti e il ruolo sociale delle banche in un Paese che continua ad avere un enorme patrimonio di risparmio privato.
Il caso più simbolico raccontato dal Sole 24 Ore riguarda però Banca Monte dei Paschi di Siena. Qui il dibattito si concentra sul sistema delle “score card”, una sorta di meccanismo di valutazione interna che, secondo la Fisac-Cgil, rischia di trasformarsi in uno strumento di pressione psicologica continua.
Federico Di Marcello, coordinatore Fisac nel gruppo, parla di “controllo ossessivo” e di un sistema che crea stress psicofisico. Ancora più duro il comunicato dei sindacati confederali in Puglia, che descrive il meccanismo del “semaforo”: verde per chi raggiunge gli obiettivi, rosso per chi viene considerato improduttivo. Una rappresentazione quasi scolastica della performance, che secondo le organizzazioni sindacali umilia i lavoratori e contrasta persino con gli accordi sulle politiche commerciali sottoscritti con l’Abi nel 2017 e poi recepiti nel contratto nazionale.
In sostanza, il rischio denunciato è che il cliente smetta di essere il centro della consulenza e diventi invece il destinatario di prodotti da collocare per soddisfare target numerici.
Anche in UniCredit il clima descritto dai sindacati appare pesante. I comunicati citati dal Sole 24 Ore parlano di chat continue, call, mail, report giornalieri, richieste di aggiornamenti costanti e budget aumentati persino del 20-30% rispetto all’anno precedente. Le proteste arrivano dal Sud, dal Nord Est e dalla Lombardia, segno che il fenomeno sarebbe ormai diffuso in tutto il gruppo.
Particolarmente significativa è l’osservazione di Paolo Chittò della First Cisl UniCredit: il problema non sarebbe solo organizzativo ma anche psicologico. Stress lavoro-correlato, malessere diffuso e persino dimissioni dei neoassunti nei primi anni di lavoro. Un passaggio importante, perché racconta forse meglio di ogni statistica il cambiamento culturale che sta vivendo il settore bancario.
Negli ultimi anni le banche italiane hanno attraversato una trasformazione radicale. Digitalizzazione, chiusura delle filiali, riduzione del personale, spinta sull’AI, crescita della consulenza finanziaria e assicurativa. Tutto questo ha migliorato efficienza e redditività. Ma il prezzo umano della trasformazione sembra tornare al centro del dibattito.
Ed è qui che il “mal di budget” diventa qualcosa di più di uno slogan sindacale. Diventa il sintomo di una contraddizione strutturale del nuovo modello bancario italiano: utili sempre più alti, ma una crescente tensione interna nelle reti commerciali chiamate a sostenere quella redditività.

Vedremo se le commissioni parlamentari citate da Lando Sileoni (nella foto) Segretario generale della Fabi riusciranno davvero ad affrontare il tema oppure se, ancora una volta, il problema resterà confinato dentro le filiali e nei volantini sindacali. Nel frattempo, però, una cosa appare chiara: dietro la stagione d’oro delle banche italiane sta emergendo anche una stagione di forte disagio lavorativo.