
Da mesi sentiamo ripetere la stessa previsione: l’intelligenza artificiale eliminerà milioni di posti di lavoro. Banche, assicurazioni, pubblica amministrazione, servizi, call center. Sembra quasi una certezza.

I lavori perduti per colpa dell’intelligenza artificiale: ora trema la classe media aziendale 27 maggio
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Eppure, osservando quello che sta accadendo nelle ultime settimane, emerge un quadro molto diverso. Alcune aziende stanno davvero sostituendo lavoratori con sistemi di AI. Altre, dopo averlo fatto, stanno tornando sui propri passi perché si sono accorte che l’intelligenza artificiale non riesce ancora a svolgere determinati compiti con l’affidabilità necessaria.
È una distinzione importante, perché ci aiuta a capire che il problema non è tanto l’intelligenza artificiale in sé, quanto il modo in cui viene utilizzata.
I licenziamenti ci sono davvero
Le notizie non mancano.
Block, la società fondata da Jack Dorsey che controlla Square e Cash App, ha annunciato il taglio del 40% della forza lavoro, oltre quattromila dipendenti, indicando esplicitamente l’intelligenza artificiale tra le cause della riorganizzazione.
Anche Cloudflare, pur registrando risultati economici molto positivi, ha eliminato oltre mille posti di lavoro. L’amministratore delegato Matthew Prince è stato molto chiaro: alcuni ruoli semplicemente non saranno più necessari nelle aziende del futuro.
Sono esempi che confermano una tendenza ormai evidente: le attività più ripetitive e standardizzabili sono sempre più esposte all’automazione.
Ma arrivano anche le marce indietro
La storia, però, non finisce qui. Negli stessi giorni arrivano notizie che raccontano l’esatto contrario.
Ford sta riassumendo centinaia di ingegneri esperti per affrontare problemi di qualità che i sistemi automatizzati non riescono a risolvere. Il vicepresidente Charles Poon ha spiegato con grande realismo che l’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario, ma vale soltanto quanto la qualità delle informazioni con cui viene addestrata.
Anche la Commonwealth Bank of Australia ha dovuto fare retromarcia. Dopo aver sostituito oltre quaranta addetti del servizio clienti con un assistente vocale basato sull’AI, l’aumento dei problemi e delle telefonate ha costretto la banca a rivedere la decisione.
Persino IBM, che ha automatizzato gran parte delle attività ordinarie delle risorse umane, ha riconosciuto che rimane una quota di situazioni – quelle più delicate, etiche e complesse – che richiede ancora il giudizio umano. Non a caso l’azienda ha annunciato un forte piano di assunzioni di personale junior.
Gli errori non sono episodi isolati
Anche sul fronte dei servizi digitali emergono limiti significativi.
Meta ha sperimentato l’assistenza clienti affidata all’intelligenza artificiale. Alcuni truffatori sono riusciti a convincere il sistema a cedere il controllo di migliaia di account Instagram, dimostrando quanto sia vulnerabile un modello quando deve gestire situazioni impreviste.
Air Canada ha dovuto spegnere il proprio chatbot dopo che aveva promesso un rimborso non previsto, decisione che è costata una causa persa in tribunale.
McDonald’s ha ritirato il sistema di presa ordini automatica ai drive-through dopo numerosi errori diventati virali sui social.
Non si tratta di semplici incidenti di percorso, ma di casi che mostrano i limiti attuali di questa tecnologia.
Il problema non è l’intelligenza. È il ragionamento.

La riflessione più interessante arriva dalla sociologa della Princeton University Zeynep Tufekci (nella foto), che sul New York Times invita a ridimensionare sia gli entusiasmi sia gli allarmismi.
Secondo Tufekci, i grandi modelli linguistici non ragionano come un essere umano. Sono, piuttosto, “motori di plausibilità”: generano la risposta statisticamente più probabile sulla base dei dati con cui sono stati addestrati.
Questa caratteristica spiega perché possano scrivere testi eccellenti, tradurre documenti, aiutare nella programmazione o sintetizzare grandi quantità di informazioni, ma possano anche commettere errori sorprendenti quando devono affrontare situazioni nuove, ambigue o che richiedono buon senso, esperienza e capacità di valutazione.
In altre parole, l’AI non distingue autonomamente tra ciò che è vero e ciò che è semplicemente plausibile.
E allora il lavoro che fine farà?
Probabilmente la domanda giusta non è se l’intelligenza artificiale sostituirà il lavoro umano.
La domanda è quale lavoro sostituirà.
Le attività ripetitive continueranno a essere automatizzate. È un processo iniziato molto prima dell’intelligenza artificiale generativa.
Diverso è il discorso per tutte quelle professioni che richiedono giudizio, esperienza, responsabilità, capacità relazionale e decisioni complesse.
Ed è qui che il tema riguarda da vicino anche il settore bancario e assicurativo. Da mesi sostengo che l’intelligenza artificiale cambierà profondamente l’organizzazione del lavoro nelle banche e nelle assicurazioni. Ridurrà molte attività amministrative, velocizzerà i processi e renderà superflue alcune mansioni. Ma questo non significa automaticamente la scomparsa della consulenza qualificata o delle professionalità più evolute.
La tecnologia continuerà a crescere. Ma, almeno per ora, sembra aver bisogno ancora dell’elemento che nessun algoritmo riesce davvero a replicare: il ragionamento umano.
Il commento di Max
Negli ultimi mesi abbiamo assistito a due narrazioni opposte: da una parte chi sostiene che l’intelligenza artificiale cancellerà milioni di posti di lavoro, dall’altra chi la descrive come una semplice moda destinata a ridimensionarsi. La realtà, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo.
L’AI cambierà profondamente il mercato del lavoro e alcune professioni saranno inevitabilmente ridimensionate. Tuttavia, le prime esperienze dimostrano che sostituire indiscriminatamente le persone con algoritmi può produrre errori, costi e perfino la necessità di riassumere chi era stato licenziato.
Per questo motivo il vero tema non è fermare l’intelligenza artificiale, ma governarne l’introduzione nelle imprese. Formazione, riqualificazione professionale e contrattazione collettiva saranno strumenti decisivi per accompagnare una trasformazione che appare inevitabile, ma che non può essere lasciata esclusivamente alle logiche del mercato.

Corriere della Sera The New York Times Forbes Reuters IBM Newsroom Ford Motor Company Commonwealth Bank of Australia Meta Air Canada McDonald’s Princeton University
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