Pubblicità

La prima sicurezza è la dignità del lavoro

di Giovanni Gazzo

www.pensierieriflessioni.it, su X https://twitter.com/giovanni_gazzo e Facebook https://www.facebook.com/profile.php?id=61577554015414

Che cosa rende davvero sicura una societàDa dove nasce la sicurezza che rende libera ogni persona? Non solo, e non anzitutto, dall’ordine pubblico: la libertà dal bisogno viene prima, ed è quella che tiene insieme sicurezza personale e sicurezza sociale.
Nessuno nega che l’ordine pubblico sia un tema legittimo, di cui una democrazia deve occuparsi. Difatti si chiama ordine pubblico, non privato o di parte.
Ma sette “decreti sicurezza” in quattro anni suggeriscono che la risposta istituzionale si sia fermata al controllo ossessivo, all’inasprimento delle pene, alla costruzione continua di nuovi nemici, allo stigma sociale contro il disagio e le sue vittime — scambiando il sintomo per la causa. Eppure milioni di persone continuano a convivere con un’insicurezza ben più concreta e quotidiana: quella di un lavoro povero, precario, sottopagato e privo di tutele.
Questa è la vera emergenza. Una Repubblica fondata sul lavoro non può accettare che il lavoro stesso diventi la principale causa di insicurezza sociale e di vulnerabilità esistenziale. La sicurezza autentica nasce quando una persona può vivere onestamente del proprio lavoro, sapendo che gli altri si trovano nelle medesime condizioni previste e garantite dalla nostra Carta fondamentale. Si è sicuri quando si può guardare con fiducia al futuro dei propri figli e sentirsi parte di una comunità, nei diritti come nei doveri — non quando chi lavora è considerato un costo da comprimere, generando malessere anziché benessere.
Non è segno di civiltà, né di salute morale, sperperare tempo e risorse per impedire che si affermi un modello di sviluppo inclusivo, capace di innalzare la sicurezza a valore che protegge la libertà di tutti. Rimettere al centro il lavoro come diritto costituzionale e fondamento della dignità umana significa rimettere al centro la persona — non come concetto astratto, ma come essenza universale in cui si incontrano il meglio della dimensione religiosa e quello della cultura laica, nell’etica del bene comune. Discorsi difficili? No: discorsi semplici, ma necessari, da portare avanti oggi più che mai attraverso il buon lavoro e la rappresentanza collettiva dei lavoratori.
La felicità costruita sull’infelicità degli altri non è progresso: è barbarie.
L’Italia ha una storia complessa, fatta di pagine tragiche e di splendide conquiste che si sono fatte progetto in una Costituzione che chiede solo di essere attuata. Chi la legge con gli stessi occhi delle donne e degli uomini costituenti che la scrissero comprende che il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli equivale ad affermare un principio positivo di convivenza pacifica, da praticare fuori e dentro i confini del Paese.
Il lavoro dignitoso è il primo elemento della sicurezza personale e sociale. Chi verifica, ad esempio, quanto e come lavorano le lavoratrici e i lavoratori del Turismo e dei servizi durante la stagione estiva? Quanto e come lavorano i rider, gli operai nei cantieri e sulle strade, gli addetti alle pulizie, gli operatori della logistica, gli autisti che consegnano pacchi a domicilio con temperature che stroncano e talvolta uccidono? Chi si occupa — e si preoccupa — della loro salute e della loro sicurezza? Sono loro a far funzionare il Paese, eppure ricevono meno attenzione, meno rispetto, meno salario, meno diritti e minor riconoscimento, costretti spesso a lavorare più ore di quelle previste dai contratti collettivi nazionali, saltando riposi e pause.
Oltre i sintomi: la cura costituzionale della malattia
Una democrazia non si misura dal numero dei decreti sicurezza che approva, ma dalla qualità della vita che garantisce ai suoi cittadini. La sicurezza è figlia naturale e legittima della giustizia sociale. Nasce da un lavoro che permetta di vivere, non soltanto di sopravvivere arrangiandosi; nasce dalla possibilità di costruire una famiglia, pagare un affitto o un mutuo, progettare il futuro senza essere ostaggi della precarietà. Finché questo diritto-dovere resterà una promessa chimerica — perché non ci si pone nemmeno l’obiettivo della piena e buona occupazione, anche attraverso una riduzione dell’orario di lavoro ormai storicamente matura — continueremo a discutere dei sintomi senza avere il coraggio di curare la malattia.
La sicurezza sociale e quella personale coincidono, e riconducono al rispetto della lettera e dello spirito della Costituzione, con particolare riferimento agli articoli 1, 3, 35 — di cui si parla colpevolmente troppo poco — e 36. Le proposte che CGIL CISL UIL hanno avanzato a tutte le associazioni datoriali mirano precisamente a ricostruire un modello di sviluppo in cui la competitività non sia fondata sulla compressione dei salari e dei diritti. Stupisce la mancata e tempestiva risposta delle controparti, che ha indotto i tre segretari generali — Maurizio Landini, Daniela Fumarola e Pierpaolo Bombardieri — a inoltrare una formale lettera di sollecito. Il lavoro deve valorizzare e promuovere l’essere umano, non umiliarlo: lo sfruttamento non è soltanto un’ingiustizia intollerabile, è un fenomeno tossico che inquina e altera l’intero sistema economico.
Progetto di civiltà: debellare il virus del cattivo lavoro
Continuare a parlare genericamente di “imprese” significa ignorare deliberatamente la realtà. Esistono imprese sane, che investono sul lavoro e sul benessere dei loro dipendenti, ed esistono imprese che fondano la propria competitività sul dumping e sul ricatto sociale — basti guardare a certi appalti nella logistica e nei servizi, vinti al massimo ribasso e scaricati sull’ultimo anello della catena, dove ci sono le lavoratrici e i lavoratori più fragili. Distinguere le prime dalle seconde è un dovere civile e un interesse economico comune: è la via maestra per stroncare il virus del cattivo lavoro.
In questa prospettiva, le proposte del sindacato confederale non sono soltanto una piattaforma rivendicativa “tradizionale”, ma un vero progetto di civiltà fondato sulla responsabilità condivisa. Mirano a promuovere la qualità dell’occupazione, a rafforzare la legalità negli appalti e nelle filiere produttive, a valorizzare le aziende virtuose che rispettano i contratti e la dignità delle persone. In altre parole, a riportare l’economia e il mercato entro i confini della Costituzione.
Di fronte a questo scenario, l’equidistanza non paga e non funziona. C’è una parte di Paese e di ceto politico che continua a discutere quasi esclusivamente di ordine pubblico e repressione, a scapito dei problemi reali delle persone. E c’è un Paese vero, che lavora, soffre e produce ricchezza senza adeguato riconoscimento, spesso senza i diritti di rango costituzionale che spetterebbero a tutti. Da qui bisogna ripartire: rimettere al centro le persone non è una scelta retorica, ma il compito più alto e nobile della politica, perché significa rendere possibile una vita libera e dignitosa attraverso il buon lavoro.
La vera sicurezza nasce dalla certezza di un’occupazione di qualità, di un salario adeguato, di diritti effettivi, di una comunità che non considera nessuno uno strumento di propaganda o un semplice fattore della produzione. Una società in cui milioni di persone vivono con salari insufficienti, lavori precari e nessuna prospettiva non diventa più sicura moltiplicando i divieti. Non esistono decreti capaci di sostituire la dignità, né politiche dell’ordine pubblico che possano compensare l’assenza di giustizia sociale e l’insicurezza che ne consegue.
La libertà dal bisogno è la prima condizione della libertà democratica. Quando una persona è costretta ad accettare qualsiasi lavoro, a qualsiasi salario e a qualsiasi condizione, non perde soltanto potere contrattuale: perde l’ancoraggio con se stessa e sprofonda assieme alle persone più care. E nel contempo contribuisce suo malgrado, da vittima, a rafforzare la concorrenza al ribasso tra le persone che hanno bisogno assoluto di lavorare. E una Repubblica fondata sul lavoro non può accettare che il lavoro diventi il luogo in cui la libertà si restringe, invece di realizzarsi.

📢 Ti è piaciuto questo articolo?

Seguimi sui miei canali WhatsApp e Telegram per ricevere in tempo reale i nuovi post del blog, gli approfondimenti sul mondo bancario, assicurativo, sindacale, tecnologico e le recensioni di libri.

📱 Seguimi su WhatsApp

📢 Seguimi su Telegram

Pubblicità

Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.