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Intesa-MPS, Messina verso il traguardo. Ma il conto della storia chi lo paga?

Due letture del risiko bancario, tra il futuro colosso finanziario da 160 miliardi e il passato del Monte dei Paschi, segnato da salvataggi pubblici e miliardi dei contribuenti.

Immagine generata da ChatGPT in relazione al contenuto del post

Il futuro di Messina e il passato del Monte

Dopo settimane di annunci, rilanci, assemblee e dichiarazioni, oggi le notizie sul risiko Intesa-MPS sono poche e in gran parte già conosciute. Ma i due approfondimenti pubblicati questa mattina meritano attenzione perché osservano la stessa operazione da prospettive differenti.

Stefano Righi (nella foto), su L’Economia del Corriere della Sera, descrive il possibile approdo di Intesa Sanpaolo a una capitalizzazione di circa 160 miliardi di euro, utilizzando le valutazioni attuali e ipotizzando il completamento dell’integrazione nel corso del 2027.
Un gruppo di queste dimensioni avrebbe un peso ancora maggiore nel sistema finanziario europeo, con una presenza che spazierebbe dal credito tradizionale al risparmio gestito, dalle assicurazioni al credito al consumo, fino alle attività di Mediobanca.
Al centro rimane Generali, della quale Intesa diventerebbe indirettamente il principale azionista attraverso la partecipazione oggi detenuta da Mediobanca. La convivenza con Delfin, Caltagirone, UniCredit e gli altri soci rappresenterà uno degli aspetti più delicati della nuova configurazione.

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Naturalmente, come abbiamo scritto ieri (vedi post Intesa-MPS, Messina vede il traguardo. Ma l’Antitrust può ancora cambiare le carte in tavola), resta da superare l’esame dell’Antitrust, che dovrà valutare sia gli effetti sulla concorrenza sia le condizioni necessarie a garantire l’indipendenza della compagnia triestina.
Righi sottolinea anche un elemento industriale difficilmente contestabile: la trasformazione tecnologica, dall’intelligenza artificiale alla cybersicurezza, richiede investimenti sempre più consistenti, e la dimensione può rappresentare un vantaggio competitivo importante.
Ma dimensione e capacità di investimento, da sole, non garantiscono che tutti i benefici arrivino ai territori, ai clienti e ai lavoratori.

Quei miliardi pubblici che non possiamo dimenticare

Giovanni Pons (nella foto), su Repubblica Affari&Finanza, sceglie invece di ripercorrere gli ultimi diciotto anni del Monte dei Paschi, a partire dall’acquisizione di Antonveneta nel 2008, che segnò l’inizio di una lunga crisi finanziaria e reputazionale.
Nella ricostruzione del giornalista, dal 2012 lo Stato ha mobilitato complessivamente circa 12 miliardi di euro per sostenere MPS attraverso differenti strumenti di intervento, recuperandone circa 4,1 miliardi tra dismissioni azionarie e valore della partecipazione residua.
Sono cifre riferite a interventi di natura diversa, che non costituiscono automaticamente un calcolo definitivo del costo netto del salvataggio, ma ricordano quanto sia stato rilevante l’impegno pubblico nella sopravvivenza e nel risanamento della banca.
Pons riconosce inoltre il ruolo svolto da Luigi Lovaglio nel recupero della redditività del Monte, favorito anche dalla stagione dei tassi di interesse elevati. E oggi, dopo la bocciatura del suo piano difensivo, proprio Lovaglio rischia di uscire sconfitto da una partita nella quale ha contribuito a riportare la banca in condizioni di maggiore solidità.
C’è un paradosso evidente: il Monte che oggi interessa tanto a Intesa è anche il risultato di un lungo risanamento al quale hanno contribuito lo Stato, i dipendenti e gli azionisti che hanno sopportato le difficoltà degli anni precedenti.


Stefano Righi, L’Economia del Corriere della Sera, 2 novembre 2026;
Giovanni Pons, Repubblica Affari&Finanza, 2 novembre 2026.


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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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