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Intesa-MPS, Messina incassa il voto di Siena: niente altri rilanci. E adesso tocca a Mediobanca

Il 29 ottobre gli azionisti del Monte hanno bocciato il piano difensivo di Luigi Lovaglio. Intesa Sanpaolo conferma l’Opas da 31,4 miliardi, prepara la successiva offerta sulle azioni residue di Mediobanca e promette garanzie occupazionali. Ma il traguardo non è ancora stato tagliato.

Immagine generata da ChatGPT in relazione al contenuto del post

Il voto di Siena ha cambiato la partita

Carlo Messina può finalmente sorridere, anche se probabilmente, dopo le ultime settimane, preferirà aspettare ancora qualche giorno prima di considerare conclusa la partita.
L’assemblea degli azionisti del Monte dei Paschi di Siena del 29 ottobre ha infatti respinto la strategia alternativa costruita dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio, aprendo la strada alla prosecuzione dell’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata da Intesa Sanpaolo (vedi post MPS, la bandiera bianca è diventata realtà. Gli azionisti bocciano tutto il piano Lovaglio, anche Mediobanca 29 ottobre e MPS, il giorno dopo: Lovaglio resta, ma chi comanda davvero? Intesa guarda a Generali, Unipol prepara il nuovo polo bancario 30 ottobre).

Il dato politico e finanziario più significativo non è soltanto la bocciatura delle operazioni proposte dal management senese, ma la dimensione del voto contrario, che ha superato il 90% del capitale rappresentato in assemblea sulle due offerte alternative, a fronte di una partecipazione complessiva del 65,86% del capitale sociale.
È una distinzione importante, perché non significa che il 90% di tutti gli azionisti del Monte abbia votato a favore di Intesa, ma che una larghissima maggioranza dei presenti ha respinto le proposte alternative sulle quali Lovaglio aveva costruito la propria difesa.
Messina, intervenendo alla 102ª Giornata Mondiale del Risparmio, ha sottolineato proprio questo aspetto, ricordando che sarebbe bastata una minoranza di blocco di poco superiore a un terzo del capitale rappresentato per impedire l’approvazione delle delibere straordinarie. Invece, la contrarietà è stata assai più ampia.
Per il numero uno di Intesa si tratta di un segnale inequivocabile, che consente di affrontare la fase conclusiva dell’operazione con maggiore fiducia.
Resta tuttavia una precisazione essenziale: respingere il piano di Lovaglio non equivale ancora ad aderire all’Opas di Intesa. Gli azionisti dovranno compiere anche questa seconda scelta, valutando il corrispettivo offerto, le condizioni definitive e le prospettive del nuovo gruppo.

Messina chiude il portafoglio: nessun altro rilancio

La risposta più netta della giornata è arrivata quando a Messina è stato chiesto se Intesa fosse disponibile a migliorare ulteriormente il prezzo dell’offerta. «Assolutamente no».
Due parole che sembrano chiudere definitivamente la stagione dei rilanci, almeno nelle intenzioni dichiarate dall’amministratore delegato.
L’offerta resta dunque quella modificata all’inizio di ottobre: per ogni azione MPS portata in adesione sono previste 1,6 azioni Intesa Sanpaolo più 1,25 euro in contanti, con una valorizzazione complessiva indicata in circa 31,4 miliardi di euro.
L’aumento della componente monetaria, pari a 25 centesimi per azione rispetto alla proposta iniziale, era stato subordinato al mancato via libera assembleare alle operazioni alternative e alla distribuzione straordinaria progettate dal Monte. Il voto del 29 ottobre ha eliminato quell’ostacolo.

Lovaglio può certamente rivendicare che la resistenza del Monte abbia contribuito a ottenere condizioni economiche migliori per gli azionisti, e lo stesso Messina, nell’intervista a Janina Landau (nella foto), non ha escluso che la posizione assunta da Siena abbia avuto un ruolo nel miglioramento del valore offerto.
È un riconoscimento interessante, perché dimostra che anche una strategia poi sconfitta può produrre risultati nella trattativa.
Ma adesso Messina considera esaurito quel confronto. Il messaggio agli investitori è semplice: questa è l’offerta, il suo valore è stato migliorato e non sono previsti ulteriori aumenti.
Naturalmente il controvalore complessivo rimane esposto all’andamento delle quotazioni, perché la parte principale del corrispettivo è costituita da azioni Intesa.

Mediobanca, il vero secondo capitolo dell’operazione

La bocciatura della fusione tra MPS e Mediobanca rappresenta un altro passaggio fondamentale, forse quello destinato ad avere le conseguenze industriali più profonde.
Il progetto di Lovaglio prevedeva di completare l’integrazione della banca d’affari milanese all’interno del Monte, mentre Intesa ha sempre mostrato di preferire una soluzione diversa, nella quale Mediobanca possa essere riorganizzata direttamente all’interno del gruppo guidato da Messina.
Il voto assembleare ha dunque lasciato aperta proprio questa seconda strada.

Come ricostruiscono Andrea Deugeni e Luca Gualtieri (nella foto), MPS detiene attualmente circa l’86,3% di Mediobanca, mentre una partecipazione minoritaria, vicina al 13,5%, rimane nelle mani del mercato.
Intesa ha confermato che, una volta perfezionata l’Opas sul Monte e qualora ricorrano i presupposti previsti dalla normativa, promuoverà un’offerta pubblica di acquisto obbligatoria sulle azioni ordinarie di Mediobanca non detenute da MPS né dalla stessa Intesa.
Si tratterebbe di un’operazione distinta da quella su Siena, con un corrispettivo ancora da definire e un costo indicativo che, alle quotazioni riportate dalla stampa, potrebbe avvicinarsi ai tre miliardi di euro.
Il passaggio consentirebbe a Intesa di aumentare ulteriormente la propria partecipazione nella banca d’affari e, a seconda delle adesioni e delle soglie raggiunte, potrebbe aprire anche la strada a un futuro delisting. Ma quest’ultimo non è stato annunciato come decisione già assunta.
La questione decisiva, in ogni caso, non è soltanto finanziaria. Che cosa diventerà Mediobanca nel nuovo gruppo Intesa?

Da Piazzetta Cuccia a IMI: il nuovo disegno industriale

Secondo le ricostruzioni di stampa, una parte importante delle attività di corporate e investment banking di Mediobanca potrebbe essere integrata con quelle di IMI Corporate & Investment Banking, la divisione di Intesa guidata da Mauro Micillo (nella foto).
L’operazione permetterebbe di combinare le competenze storiche di Piazzetta Cuccia nelle operazioni straordinarie e nella consulenza alle imprese con la presenza di Intesa nei mercati finanziari e nel finanziamento delle grandi aziende.
Anche il risparmio gestito e il wealth management potrebbero essere riorganizzati attorno alle strutture specializzate del gruppo, a cominciare da Fideuram ed Eurizon, mentre Compass rappresenterebbe un elemento di particolare rilievo per il rafforzamento di Intesa nel credito al consumo.
Si tratta, per ora, di possibili sviluppi industriali ricostruiti dagli osservatori, non di un organigramma definitivo approvato dalla banca.
E proprio questa distinzione merita attenzione, perché dietro espressioni come integrazione, razionalizzazione e valorizzazione delle competenze ci sono strutture aziendali, responsabilità professionali, sedi operative e migliaia di lavoratori.
Il marchio Mediobanca potrebbe essere mantenuto, ma sarà necessario capire quali attività conserveranno una propria autonomia, quali confluiranno nelle divisioni di Intesa e quali sovrapposizioni organizzative emergeranno.
Perché un conto è acquisire una partecipazione societaria, un altro è decidere come far convivere realtà che hanno storie, culture aziendali e modelli operativi differenti.

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Generali resta al centro degli equilibri

Nel futuro di Mediobanca rimane naturalmente centrale anche la partecipazione di circa il 13,3% in Generali, che entrerebbe indirettamente nell’orbita di Intesa attraverso il controllo del Monte e della banca d’affari milanese.
Messina ha ripetutamente sostenuto che l’obiettivo non è intervenire nella gestione della compagnia triestina, ma contribuire alla sua stabilità e indipendenza, condividendo questa impostazione con gli altri grandi azionisti.
Rimane però aperta la valutazione dell’Antitrust, chiamato a verificare che la partecipazione non produca effetti anticoncorrenziali o indebite influenze sulle scelte commerciali di Generali.
Le ipotesi di garanzie organizzative, barriere informative e requisiti di indipendenza nella governance dovranno essere valutate dall’Autorità, che non ha ancora assunto la decisione finale.
Anche per questo sarebbe prematuro considerare già definito il futuro assetto del Leone di Trieste.

Consob, Antitrust e Golden Power: la strada è aperta, ma non conclusa

Dopo il via libera preventivo della Banca Centrale Europea (vedi post Intesa-Mps, arriva il sì della BCE. Messina vede il traguardo e punta a blindare Generali 28 ottobre) all’acquisizione del controllo di MPS, Intesa si prepara agli ultimi passaggi necessari per portare l’offerta sul mercato.
Il calendario indicato dagli articoli del 31 ottobre prevede l’approvazione del documento d’offerta da parte della Consob nella prima decade di novembre e un possibile avvio delle adesioni attorno alla metà del mese.
Resta inoltre da completare il procedimento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, il cui esito è atteso indicativamente entro la fine di novembre, mentre prosegue anche l’iter relativo al Golden Power. Sono scadenze previste, non autorizzazioni già ottenute.
Il quadro regolamentare appare certamente più favorevole rispetto a qualche settimana fa, ma non tutte le condizioni sono ancora state soddisfatte e soprattutto manca il passaggio conclusivo: l’adesione degli azionisti MPS.
Per questo la fiducia manifestata da Messina è comprensibile, ma la vittoria finanziaria non può ancora essere considerata formalmente acquisita.

Lavoratori e Siena: Messina promette garanzie totali

Tra le dichiarazioni più significative del numero uno di Intesa ci sono quelle dedicate all’occupazione e al territorio.
Messina ha ribadito che il progetto industriale offre, a suo giudizio, una «totale garanzia sull’occupazione», accompagnata dalla prospettiva di nuove assunzioni di giovani, e ha presentato questi impegni come la migliore garanzia per le comunità coinvolte.
È un’affermazione importante, soprattutto perché arriva dopo mesi di preoccupazioni sul destino dei dipendenti del Monte, delle strutture centrali di Siena e delle filiali che dovranno cambiare collocazione societaria.
Il piano annunciato da Intesa prevede infatti un riassetto significativo della rete territoriale, con il trasferimento di 635 sportelli nell’ambito degli accordi con Unipol e BPER, oltre a una più ampia riorganizzazione del gruppo.
Le rassicurazioni occupazionali devono quindi essere accompagnate da risposte precise su alcuni aspetti fondamentali: quanti lavoratori saranno interessati dai trasferimenti, quali sedi conserveranno funzioni decisionali, come verranno gestite le eventuali eccedenze, dove saranno effettuate le nuove assunzioni e quali garanzie accompagneranno i cambiamenti organizzativi.
Il tema non riguarda soltanto il numero complessivo degli occupati, ma anche la loro distribuzione geografica, la qualità professionale delle mansioni e il mantenimento di competenze nei territori.
Siena, in particolare, ha bisogno di capire che cosa resterà concretamente della propria storica banca, al di là del marchio, della sede e delle dichiarazioni di principio.
Le promesse su un polo tecnologico, nuove funzioni specialistiche e maggiore credito all’economia toscana rappresentano un punto di partenza, ma dovranno essere tradotte in impegni verificabili.

Messina ha vinto la battaglia dell’assemblea, e credo che negarlo sarebbe poco serio, perché quando oltre il 90% del capitale presente respinge le operazioni alternative proposte dal management, significa che il progetto di Lovaglio non ha più il sostegno necessario per andare avanti.

Mi ha colpito, però, un passaggio dell’intervista rilasciata a Janina Landau, nel quale Messina riconosce che la resistenza di Siena può avere contribuito al miglioramento dell’offerta. È una piccola ammissione, ma importante: senza il tentativo di difesa del Monte, quei 25 centesimi aggiuntivi per azione sarebbero arrivati comunque? Non possiamo saperlo, ma il dubbio è legittimo e dimostra che anche chi perde una battaglia può avere contribuito a modificarne il risultato.

Adesso Messina dice che è arrivato il momento di riportare serenità, soprattutto tra i lavoratori e nelle comunità coinvolte, e su questo non posso che essere d’accordo, perché da mesi assistiamo a una successione di annunci, controproposte, assemblee, dichiarazioni e scontri tra azionisti, mentre chi lavora nelle banche continua a chiedersi che cosa accadrà concretamente al proprio posto di lavoro.

Ma la serenità non si ottiene soltanto dichiarando che l’occupazione sarà garantita. Si costruisce attraverso accordi, impegni precisi e confronti sindacali capaci di accompagnare una trasformazione che coinvolgerà non soltanto MPS, ma anche Mediobanca, Compass, le attività di gestione del risparmio e una parte rilevante della rete commerciale. Non ripeto quanto ho già scritto nel post del 30 ottobre, MPS, i sindacati dopo la disfatta di Lovaglio: difendere il lavoro non basta, bisogna preparare la trattativa.

E proprio Mediobanca mi sembra il capitolo da seguire con particolare attenzione, perché dopo essere stata conquistata dal Monte potrebbe finire integrata nelle strutture di Intesa, con conseguenze industriali e organizzative che oggi possiamo soltanto immaginare. Mi auguro che il mantenimento del marchio non diventi l’ennesimo modo elegante per raccontare una trasformazione della quale si conoscono le sinergie economiche, ma non ancora gli effetti sulle persone.

Fin da giugno era circolato il nome di Mauro Micillo come possibile figura di riferimento per l’integrazione delle attività di Mediobanca nel gruppo Intesa. Anche in questo caso, le preoccupazioni espresse ieri dal sindacato di Mediobanca, sia sull’occupazione sia sul futuro ruolo dell’istituto, meritano di essere ascoltate e soprattutto di ricevere risposte concrete.

Infine Siena. Avevamo già messo un segnalibro sulle promesse relative al polo tecnologico, alle funzioni centrali specialistiche, alle nuove assunzioni e al credito per la Toscana, e quel segnalibro rimane esattamente dove lo avevamo lasciato, perché il successo di un’operazione bancaria non si misura soltanto nel numero di azioni consegnate o nei miliardi distribuiti agli azionisti.


Andrea Rinaldi sul Corriere della Sera,
Janina Landau, Andrea Deugeni e Luca Gualtieri su Milano Finanza,
Andrea Greco su la Repubblica,
Luca Davi su Il Sole 24 Ore
Michele Chicco su La Stampa.


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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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