
Il cantiere dell’euro digitale continua ad avanzare e, dopo mesi trascorsi a discutere soprattutto di sovranità monetaria, privacy, funzionamento online e offline e tutela del contante, arriva finalmente una questione molto più concreta: quanto costerà utilizzarlo?
La risposta che arriva dall’Italia è piuttosto netta: per i piccoli pagamenti dovrebbe costare zero.
Roma sta infatti portando nel negoziato europeo la proposta di azzerare le commissioni per i pagamenti in euro digitale fino a 10 euro, mentre un nuovo studio della Banca d’Italia suggerisce un modello che potrebbe ridurre sensibilmente i costi soprattutto per i piccoli commercianti.
E contemporaneamente si muove un altro pezzo importante della finanza digitale europea: Qivalis, il consorzio formato da 37 banche europee, prepara una stablecoin denominata in euro.
Due progetti diversi, ma con un obiettivo strategico che comincia ad apparire sempre più evidente: costruire finalmente una vera infrastruttura europea della moneta e dei pagamenti digitali.
Bankitalia: non congeliamo le disuguaglianze di oggi

Francesco Ninfole (nella foto) su MF-Milano Finanza racconta una proposta interessante contenuta in un paper firmato da Nicola Branzoli, Stefano Pietrosanti e Alessia Vita della Banca d’Italia.
Il problema di partenza è semplice. Oggi le commissioni sui pagamenti elettronici non sono uguali per tutti. Un grande gruppo della distribuzione, grazie ai volumi movimentati e alla propria forza contrattuale, riesce normalmente a ottenere condizioni molto migliori rispetto al piccolo bar, al negozio sotto casa o alla piccola impresa. Secondo quanto riportato da MF, i piccoli esercenti possono arrivare a pagare commissioni tre o quattro volte superiori rispetto alla grande distribuzione.
Ed è qui che entra in gioco il futuro euro digitale. Una delle ipotesi discusse in Europa è applicare rigidamente il principio del “no worse off”: nessun commerciante dovrebbe pagare per l’euro digitale più di quanto paga oggi per strumenti di pagamento comparabili. A prima vista sembra una garanzia perfettamente ragionevole.
Il problema è che rischierebbe di fotografare e conservare le differenze esistenti. Chi oggi paga poco continuerebbe a pagare poco. Chi oggi paga molto continuerebbe a pagare molto.
La proposta tecnica della Banca d’Italia va invece in un’altra direzione: utilizzare un benchmark uniforme di mercato, cioè un parametro comune per determinare le commissioni dell’euro digitale. La conseguenza sarebbe particolarmente importante proprio per gli operatori con minore forza contrattuale.
In altre parole: se nasce una nuova infrastruttura pubblica europea dei pagamenti, forse non ha molto senso utilizzarla semplicemente per replicare le disparità del vecchio sistema.
La proposta italiana: sotto i 10 euro commissioni zero
Ma l’Italia vuole spingersi ancora più avanti. Come riportano MF-Milano Finanza e Il Messaggero, Roma propone che nel regolamento europeo venga prevista l’assenza totale di commissioni per i pagamenti in euro digitale fino a 10 euro.
La questione non è secondaria. Pensiamo al caffè, al giornale, al pane, a una bottiglia d’acqua o a tutti quei piccoli acquisti sui quali per anni abbiamo sentito discutere commercianti, banche, consumatori e politica a proposito dei costi del POS. Con l’euro digitale potrebbe cambiare completamente lo scenario.
Peraltro la stessa analisi di Banca d’Italia considera positivamente un’esenzione mirata per le transazioni di piccolo importo, perché potrebbe favorire l’adozione dello strumento da parte delle micro e piccole imprese.
Naturalmente rimane una domanda fondamentale: se il commerciante non paga, chi sostiene il costo dell’infrastruttura e del servizio? È uno dei nodi che il trilogo tra Parlamento, Consiglio e Commissione dovrà risolvere.
Ma la direzione politica italiana è ormai chiara: l’euro digitale non dovrebbe limitarsi a essere un’alternativa europea ai circuiti esistenti. Dovrebbe anche servire ad aumentare la concorrenza e, possibilmente, abbassare il costo dei pagamenti.
E mentre nasce l’euro digitale, arrivano le stablecoin in euro
C’è poi un secondo movimento che merita attenzione.
il Sole 24 Ore racconta il progetto Qivalis, il consorzio paneuropeo che riunisce ormai 37 banche e che punta a lanciare una stablecoin denominata in euro. Tra gli aderenti troviamo anche UniCredit, Banca Sella, Intesa Sanpaolo e BPER.
L’obiettivo è differente rispetto all’euro digitale. L’euro digitale sarà moneta pubblica emessa dalla BCE, destinata soprattutto ai pagamenti quotidiani di cittadini e imprese.
La stablecoin Qivalis sarà invece uno strumento privato, garantito da riserve e pensato inizialmente soprattutto per pagamenti internazionali, transazioni tra imprese, blockchain e regolamento di attività finanziarie tokenizzate. E qui la vicenda diventa ancora più interessante.
L’Europa sembra finalmente comprendere che la risposta alla trasformazione della moneta non può essere una sola. Da una parte serve moneta pubblica digitale, garantita dalla banca centrale.
Dall’altra servono banche e operatori europei capaci di competere nel mondo della blockchain, della tokenizzazione e delle stablecoin.
Euro digitale e stablecoin: non concorrenti, ma complementari
È un punto sul quale avevamo già insistito nei precedenti articoli dedicati all’euro digitale. Non bisogna necessariamente scegliere tra pubblico e privato.
L’euro digitale può rappresentare il binario pubblico europeo dei pagamenti, mentre stablecoin regolamentate, depositi tokenizzati e altre soluzioni private possono sviluppare servizi e applicazioni costruiti sopra il nuovo ecosistema finanziario.
La vera partita è un’altra. Oggi l’Europa dipende fortemente da circuiti internazionali per i pagamenti e il mondo delle stablecoin è dominato quasi completamente dal dollaro. Se questa trasformazione proseguisse senza una risposta europea, rischieremmo di utilizzare l’euro come unità monetaria continuando però a dipendere da infrastrutture, tecnologie e perfino strumenti monetari digitali controllati altrove.
Ed è precisamente ciò che il progetto dell’euro digitale cerca di evitare.
Perché interessa ai cittadini
Dietro parole come “sovranità monetaria”, “stablecoin” e “tokenizzazione” c’è una questione molto semplice: chi controllerà e quanto costerà l’infrastruttura con cui pagheremo nei prossimi decenni?
Per il cittadino l’euro digitale dovrebbe significare servizi di base gratuiti, pagamenti utilizzabili in tutta l’area euro e maggiore concorrenza tra gli operatori. Per il piccolo commerciante potrebbe significare commissioni inferiori e, se passerà la proposta italiana, nessuna commissione per i pagamenti fino a 10 euro. Ed è probabilmente questo il modo migliore per spiegare perché una discussione apparentemente riservata a BCE, banche e Parlamento europeo riguarda in realtà il nostro portafoglio.

Francesco Ninfole, MF-Milano Finanza, 10 settembre 2026, “Meno costi per l’euro digitale”.
P.Sol., Il Sole 24 Ore, 10 settembre 2026, “Qivalis lancia la sfida digitale tutta europea al dollaro”.
A.Pi., Il Messaggero, 9 settembre 2026, “Francoforte prepara il nuovo rialzo dei tassi. Euro digitale senza costi sui mini-pagamenti”.
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