Dopo la grande mobilitazione dell’USB del 30 ottobre, le divisioni dei sindacati confederali sulla legge di Bilancio diventano ancora più preoccupanti. La CGIL conferma lo sciopero generale, la CISL cerca il dialogo con la maggioranza, la UIL oscilla tra apprezzamenti e critiche. Intanto giovani, lavoratori e pensionati chiedono risposte. E i sindacati di base potrebbero essere i primi a raccogliere un disagio che altri non riescono più a rappresentare.

Qualche giorno fa, conversando con Umberto Baldo, avevo espresso una preoccupazione che, alla luce degli ultimi avvenimenti, sta diventando sempre più concreta: e se la straordinaria partecipazione alle manifestazioni organizzate dall’USB fosse il segnale di un cambiamento profondo negli equilibri della rappresentanza sindacale italiana?
Umberto, nel suo articolo del 31 ottobre pubblicato su questo blog, dal titolo “La piazza c’è. Ma chi rappresenta questi ragazzi?”, aveva sviluppato soprattutto il tema della rappresentanza politica, interrogandosi sulla capacità dei partiti, a cominciare da quelli del centrosinistra, di comprendere le ragioni di una generazione che manifesta il proprio disagio senza riconoscersi necessariamente negli schieramenti tradizionali.
Una riflessione che condivido, ma che vorrei portare su un terreno per me altrettanto importante, quello del sindacato, perché credo che la domanda da porre oggi non sia soltanto chi rappresenti politicamente quei giovani, ma anche chi rappresenti sindacalmente le persone che stanno perdendo fiducia nella possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita attraverso gli strumenti tradizionali della contrattazione e della rappresentanza collettiva.
E qui, permettetemi di dirlo, CGIL, CISL e UIL avrebbero parecchie ragioni per preoccuparsi.
Non perché siano organizzazioni destinate a scomparire domani mattina, visto che continuano a rappresentare milioni di iscritti, dispongono di strutture territoriali importanti e mantengono un ruolo fondamentale nella contrattazione collettiva, ma perché rischiano di perdere progressivamente qualcosa che non si misura soltanto con il numero delle tessere: la capacità di essere riconosciute come il punto di riferimento naturale di chi lavora, di chi è precario, di chi è giovane e di chi non riesce più ad arrivare alla fine del mese.
USB ha capito qualcosa che altri rischiano di non vedere
Lo sciopero generale del 30 ottobre, proclamato dall’Unione Sindacale di Base, ha portato manifestazioni in decine di città italiane, coinvolgendo lavoratori, studenti, pensionati e realtà sociali differenti, unite dalla protesta contro il carovita, l’impoverimento dei salari, la precarietà, il peggioramento dei servizi pubblici e le politiche di riarmo.
Secondo le stime diffuse dalla stessa USB, oltre un milione di persone avrebbe partecipato alle mobilitazioni in più di sessanta città, un dato che va naturalmente considerato per quello che è, cioè una valutazione degli organizzatori e non una rilevazione indipendente.
Ma anche senza trasformare quei numeri in una verità assoluta, sarebbe un errore sottovalutare il significato politico e sociale delle immagini arrivate dalle piazze, soprattutto per la presenza di tanti giovani e di persone che non sembrano trovare risposte sufficienti nelle forme tradizionali della rappresentanza.
Naturalmente una manifestazione partecipata non equivale automaticamente a un’altrettanto elevata adesione allo sciopero nei luoghi di lavoro, così come non dimostra che centinaia di migliaia di iscritti stiano abbandonando i sindacati confederali per passare all’USB.
Ma il problema, secondo me, è un altro.
USB ha saputo proporre un messaggio immediatamente comprensibile a una parte della popolazione che soffre: salari più alti, pensioni dignitose, prezzi più bassi, casa, sanità, scuola e servizi pubblici.
Un messaggio che ha collegato le difficoltà quotidiane delle persone a una protesta collettiva, senza pretendere che chi scendeva in piazza dovesse prima conoscere le differenze tra i modelli contrattuali, i meccanismi della rappresentanza o le diverse concezioni delle relazioni industriali.
Non sto sostenendo che tutte le proposte dell’USB siano condivisibili, né che il sindacalismo di base disponga già delle strutture e della capacità negoziale necessarie per sostituire le Confederazioni, ma credo che sarebbe molto pericoloso liquidare quella mobilitazione come un episodio destinato a esaurirsi rapidamente.
Perché quando una parte della società trova qualcuno che interpreta il proprio disagio, mentre le organizzazioni tradizionali continuano a discutere sulle modalità della protesta, il rischio di uno spostamento della rappresentanza diventa reale.
E intanto CGIL, CISL e UIL continuano a dividersi
Proprio mentre le piazze del 30 ottobre mostravano una disponibilità alla mobilitazione che sarebbe stato opportuno comprendere e analizzare, le tre Confederazioni proseguivano lungo strade differenti sulla legge di Bilancio per il 2027.
La CGIL di Maurizio Landini ha confermato lo sciopero generale del 20 novembre, indicando tra le proprie priorità il recupero del potere d’acquisto di salari e pensioni, la progressività fiscale, il finanziamento della sanità pubblica, della scuola e delle politiche sociali, il contrasto alla precarietà e la difesa del diritto alla casa.
La CISL di Daniela Fumarola continua invece a privilegiare il confronto, rifiutando l’idea di uno sciopero generale proclamato prima della conclusione del percorso della manovra e preferendo costruire una propria mobilitazione attorno alla proposta di un nuovo patto sociale.
La UIL di Pierpaolo Bombardieri, almeno nelle dichiarazioni pubbliche più recenti, sembra mantenere una posizione più prudente, riconoscendo alcuni elementi positivi della manovra e contestandone altri, senza aver ancora costruito una risposta confederale comune con le altre organizzazioni.
Sono tre impostazioni differenti, ciascuna con motivazioni che possono essere discusse e valutate, ma che nel loro insieme producono un risultato difficilmente comprensibile per chi osserva il sindacato dall’esterno.
Possibile che davanti agli stessi problemi economici e sociali, davanti alla stessa legge di Bilancio e davanti alle stesse difficoltà di lavoratori e pensionati, le tre maggiori Confederazioni non riescano a trovare una piattaforma comune?
È davvero così impossibile concordare almeno alcune richieste fondamentali, presentarle insieme al Governo e decidere successivamente, sulla base delle risposte ricevute, quali strumenti di mobilitazione utilizzare?
Oppure dobbiamo rassegnarci all’idea che ogni Confederazione debba necessariamente organizzare la propria iniziativa, difendere la propria strategia e dimostrare agli iscritti che la scelta compiuta dal proprio gruppo dirigente è migliore di quella degli altri?
Perché, se questa è la strada, temo che il prezzo non sarà pagato soltanto dalle organizzazioni sindacali, ma soprattutto da coloro che dovrebbero rappresentare.
La CISL incontra Forza Italia: il dialogo è giusto, ma con quali risultati?
Il 2 novembre Daniela Fumarola ha incontrato, nella sede di Forza Italia, Antonio Tajani e i capigruppo parlamentari Stefania Craxi ed Enrico Costa, per discutere della manovra economica e delle modifiche che la CISL ritiene necessarie.
La segretaria generale ha giudicato positivamente alcune misure fiscali, tra cui la riduzione dell’aliquota Irpef al 33 per cento per i redditi interessati fino a 55 mila euro e gli interventi sulla detassazione dei premi di risultato, chiedendo contemporaneamente correzioni su pensioni, scuola e sanità.
Non ho alcuna difficoltà a riconoscere che un sindacato debba parlare con tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, perché l’autonomia sindacale si esercita anche attraverso la capacità di confrontarsi con chiunque possa contribuire a modificare concretamente una legge.
Ma, osservando la frequenza e soprattutto il tono di certe interlocuzioni, comincio a domandarmi se Forza Italia non stia diventando, almeno in questa fase, uno degli interlocutori politici privilegiati della CISL.
È una mia valutazione, naturalmente, e non significa sostenere che esista un rapporto organico tra il partito e la Confederazione, ma credo sia legittimo interrogarsi su quanto questa impostazione possa essere compresa da lavoratori e pensionati che chiedono risposte immediate.
Perché il problema non è incontrare Tajani, così come non sarebbe un problema incontrare Schlein, Conte o gli esponenti di qualsiasi altra forza politica. Il problema è capire che cosa si riesca a ottenere da questi incontri.
Fumarola parla di un confronto costruttivo e della disponibilità ad affrontare alcune questioni, ma io vorrei sapere quali risultati concreti arriveranno sul potere d’acquisto delle pensioni, sul finanziamento della sanità, sulla scuola e sulle condizioni economiche delle famiglie.
Il dialogo è uno strumento, non un risultato.
E se alla fine di una lunga stagione di incontri, dichiarazioni e disponibilità le condizioni di vita delle persone non migliorano, diventa difficile spiegare perché quella strategia debba essere considerata necessariamente più efficace della mobilitazione.
La UIL tra apprezzamenti e critiche: ma quando si decide?
Anche la posizione della UIL merita una riflessione severa, forse ancora più severa proprio perché conosco bene la storia di questa organizzazione e il ruolo che ha saputo svolgere nella costruzione dell’unità sindacale.
Pierpaolo Bombardieri, commentando le prime indicazioni sulla manovra, ha espresso apprezzamento per la detassazione degli aumenti contrattuali e dei premi di risultato, riconoscendo che si tratta di interventi coerenti con alcune richieste avanzate dalla stessa UIL.
Contemporaneamente ha criticato altre misure, a cominciare dall’ampliamento della flat tax, ritenuto penalizzante rispetto al principio costituzionale della progressività fiscale, e ha espresso una netta contrarietà ai tagli previsti per la scuola pubblica.
Sono valutazioni che possono essere condivise e che dimostrano come la UIL non sia affatto priva di una propria posizione sulla manovra.
Ma quello che continuo a non comprendere è quale conseguenza sindacale debba derivare da queste valutazioni.
Perché se una manovra contiene alcune misure positive e contemporaneamente interventi che rischiano di aggravare le condizioni economiche e sociali di una parte importante della popolazione, non basta limitarsi a registrare ciò che va bene e ciò che va male.
A un certo punto bisogna decidere quali sono le priorità, quali modifiche si intendono ottenere e soprattutto che cosa si è disposti a fare se quelle modifiche non arrivano.
La UIL non può continuare a essere soltanto il sindacato che valuta, distingue, critica e apprezza: deve tornare a essere anche il sindacato che propone una strategia riconoscibile e, quando necessario, costruisce una mobilitazione.
E soprattutto dovrebbe chiedersi se, davanti alle divisioni sempre più profonde tra CGIL e CISL, non sia arrivato il momento di assumere un’iniziativa autonoma per tentare di ricostruire almeno una piattaforma comune sulle questioni fondamentali.
Non per schierarsi con Landini contro Fumarola o viceversa, ma per impedire che l’intero sindacato confederale finisca paralizzato dalle proprie differenze.
Barbagallo e i pensionati: quando i numeri parlano più delle dichiarazioni
C’è poi una vicenda che rende ancora più evidente la difficoltà della UIL nel trasformare le singole rivendicazioni in una strategia confederale complessiva.

La UIL Pensionati, guidata da Carmelo Barbagallo (nella foto), ha diffuso il 2 novembre alcune simulazioni sugli effetti delle modifiche alla rivalutazione delle pensioni previste dalla manovra, denunciando perdite che, nell’ipotesi di un’inflazione del 3 per cento, potrebbero andare da circa 144 euro fino a oltre 1.300 euro annui per gli assegni interessati.
Si tratta di calcoli elaborati dall’organizzazione sulla base di specifiche ipotesi e non di somme già sottratte ai pensionati, ma il problema che sollevano è assolutamente concreto: il rischio che il meccanismo di rivalutazione non garantisca un recupero adeguato dell’inflazione per determinate fasce pensionistiche.
Barbagallo ha espresso una condanna durissima di questi interventi, chiedendo di non ridurre la rivalutazione e di intervenire invece sulla pressione fiscale che grava sui pensionati.
E qui vorrei porre una domanda molto semplice a Bombardieri.
Se la categoria dei pensionati della UIL considera inaccettabile una parte così importante della manovra, quale risposta intende dare l’intera Confederazione?
Naturalmente non pretendo che tutte le categorie abbiano sempre le stesse valutazioni, perché i loro interessi e le loro priorità possono essere differenti – anzi, il silenzio di molte categorie, rafforza questo pensiero -, ma sembra difficile sostenere che una questione come la tutela del potere d’acquisto delle pensioni riguardi soltanto la UIL Pensionati.
Riguarda l’intero sindacato, perché i pensionati di oggi sono i lavoratori di ieri.
E soprattutto riguarda un principio fondamentale: la difesa del reddito dall’inflazione non può essere considerata una rivendicazione settoriale.
La scuola ci sta dando una lezione di unità sindacale
Ma forse la notizia più interessante di questi giorni arriva proprio dal mondo della scuola, dove le organizzazioni sindacali stanno valutando la possibilità di una mobilitazione unitaria contro i tagli agli organici previsti dalla legge di Bilancio.
Secondo le ricostruzioni diffuse il 2 novembre, la manovra prevede una riduzione di 4.925 posti per i docenti e di 2.049 per il personale ATA, una prospettiva che ha provocato reazioni molto dure da parte delle diverse organizzazioni di categoria.
La FLC CGIL ha già annunciato la partecipazione allo sciopero generale del 20 novembre, mentre la CISL Scuola, attraverso Ivana Barbacci, ha definito inaccettabili i tagli e si è dichiarata pronta alla mobilitazione, così come altre organizzazioni sindacali.
Anche Bombardieri e il segretario della UIL Scuola Giuseppe D’Aprile hanno chiesto di cancellare le riduzioni di organico, sottolineando che il calo demografico dovrebbe essere utilizzato per migliorare la qualità dell’istruzione e ridurre il numero degli alunni per classe, non per diminuire ulteriormente il personale.
Al momento non risulta ancora proclamato uno sciopero unitario della scuola, ma le organizzazioni stanno valutando insieme le iniziative da assumere. Ed è proprio questo il punto interessante.
Quando si passa dalle dichiarazioni generali ai problemi concreti, l’unità sindacale torna improvvisamente possibile.
Perché i lavoratori della scuola, indipendentemente dalla Confederazione alla quale appartengono, si trovano davanti alla stessa prospettiva di riduzione degli organici, agli stessi problemi retributivi e alle stesse difficoltà nell’organizzazione del lavoro.
E allora mi domando perché quello che sembra possibile nella scuola non debba esserlo anche sul piano confederale, quando si affrontano questioni come salari, pensioni, sanità, fisco e costo della vita.
Forse le categorie, proprio perché vivono più direttamente i problemi dei lavoratori che rappresentano, riescono ancora a individuare un terreno comune che i vertici confederali sembrano avere sempre maggiore difficoltà a trovare.
Se così fosse, sarebbe una lezione che CGIL, CISL e UIL dovrebbero ascoltare con molta attenzione.
Il sindacato confederale rischia di perdere il contatto con chi soffre di più
Torno allora alla domanda iniziale e alla conversazione avuta con Umberto Baldo.
La mobilitazione dell’USB può davvero rappresentare l’inizio di uno spostamento della rappresentanza sindacale verso le organizzazioni di base?
Non abbiamo ancora elementi sufficienti per affermarlo con certezza, perché per comprendere se sia in corso un cambiamento strutturale servirebbero dati sulle adesioni agli scioperi, sull’evoluzione degli iscritti, sulla rappresentanza nei luoghi di lavoro e sulla capacità delle diverse organizzazioni di ottenere risultati contrattuali.
Ma credo che sarebbe altrettanto sbagliato aspettare che tutti questi indicatori confermino una perdita di rappresentanza prima di cominciare a preoccuparsi.
Perché il declino di un’organizzazione non comincia necessariamente quando diminuiscono gli iscritti, ma quando una parte crescente delle persone alle quali dovrebbe rivolgersi smette di considerarla utile.
E questo rischio riguarda soprattutto i giovani, i precari, i lavoratori delle piccole imprese, quelli delle piattaforme digitali, chi ha redditi bassi e chi vive in territori nei quali il sindacato tradizionale è meno presente.
Persone che spesso non partecipano alle assemblee sindacali, non conoscono i gruppi dirigenti delle Confederazioni e non seguono i comunicati sulle relazioni industriali, ma che comprendono perfettamente quando lo stipendio non basta, quando l’affitto diventa insostenibile o quando una visita medica richiede mesi di attesa.
Se un’organizzazione riesce a parlare a queste persone con un linguaggio comprensibile e a offrire loro un’occasione di partecipazione, può diventare un punto di riferimento anche senza disporre della storia e delle strutture delle grandi Confederazioni.
E non credo che CGIL, CISL e UIL possano permettersi di sottovalutare questa possibilità.
Non vorrei che stessimo assistendo all’autunno del sindacato confederale
Qualche settimana fa avevo scritto un articolo nel quale mi domandavo se fossimo entrati nell’autunno del sindacato confederale (vedi post Dall’“autunno caldo” all’“autunno del sindacato confederale”? CGIL, CISL e UIL devono svegliarsi del 5 ottobre), utilizzando volutamente un’espressione che richiamava la grande stagione dell’autunno caldo, ma con un significato profondamente diverso.
Non più l’autunno come stagione della mobilitazione e delle conquiste sociali, ma l’autunno come fase della vita nella quale si comincia a perdere energia, capacità di iniziativa e soprattutto la fiducia di chi dovrebbe riconoscersi nella propria azione.
Non era una provocazione fine a sé stessa e non voleva essere una requisitoria contro il sindacato, perché continuo a considerare la rappresentanza collettiva uno degli strumenti fondamentali per difendere il lavoro e garantire un equilibrio tra interessi economici e sociali.
Ma proprio perché credo nel sindacato, non riesco a osservare con indifferenza quello che sta accadendo.
La CGIL proclama uno sciopero generale, la CISL organizza le proprie manifestazioni e cerca interlocutori politici per modificare la manovra, la UIL continua a distinguere tra provvedimenti positivi e negativi, mentre alcune categorie tentano di ricostruire un’unità che sul piano confederale appare sempre più difficile.
E intanto altri soggetti sindacali riescono a portare in piazza persone che chiedono soprattutto di essere ascoltate.
Non è detto che tutto questo determini necessariamente il declino delle Confederazioni, ma certamente rappresenta un campanello d’allarme che sarebbe irresponsabile ignorare.
Se non ora, quando?
E allora voglio concludere con una domanda rivolta soprattutto a Daniela Fumarola e Pierpaolo Bombardieri, senza naturalmente esonerare Maurizio Landini dalle proprie responsabilità.
Se non ora, quando pensate di ricostruire una vera unità d’azione sui problemi fondamentali del Paese?
Quando i salari avranno perso ancora potere d’acquisto, quando le pensioni saranno ulteriormente penalizzate, quando la sanità pubblica sarà ancora più in difficoltà oppure quando una parte crescente dei giovani avrà definitivamente smesso di riconoscersi nelle organizzazioni sindacali tradizionali?
E a tutte e tre vorrei ricordare una cosa che dovrebbe essere evidente: i cittadini non sono interessati alle rivalità tra i gruppi dirigenti sindacali, ma ai risultati che il sindacato riesce a ottenere per migliorare concretamente le loro condizioni di vita.
La manifestazione dell’USB del 30 ottobre, qualunque sia la valutazione che ciascuno vuole darne, ha dimostrato che nel Paese esiste una disponibilità alla mobilitazione che non può essere ignorata.
La manovra economica sta mettendo sul tavolo questioni che riguardano direttamente milioni di persone.
E allora che cosa aspettano CGIL, CISL e UIL?
Non vorrei che un giorno, magari tra qualche anno, ci ritrovassimo a discutere di come sia stato possibile che organizzazioni con milioni di iscritti, una storia straordinaria e una presenza capillare nel mondo del lavoro abbiano progressivamente perso il contatto con una parte importante della società.
Perché il rischio non è soltanto che crescano i sindacati di base, una prospettiva che di per sé non rappresenta certo un problema per la democrazia sindacale.
Il rischio vero è che i sindacati confederali perdano la capacità di rappresentare proprio coloro che avrebbero maggiormente bisogno di una tutela collettiva.
E sarebbe davvero paradossale se, mentre CGIL, CISL e UIL continuano a discutere su chi abbia ragione, fossero altri a comprendere per primi che cosa stanno chiedendo i cittadini.
La piazza ha parlato. I lavoratori e i pensionati continuano a chiedere risposte. I giovani stanno cercando qualcuno che li rappresenti.
CGIL, CISL e UIL: se non ora, quando?

Fonti e approfondimenti
Umberto Baldo – Blog di Massimo Masi, 31 ottobre 2026. La piazza c’è. Ma chi rappresenta questi ragazzi? – La riflessione sulla partecipazione giovanile e sulla crisi della rappresentanza da cui prende spunto questo editoriale
Unione Sindacale di Base, 26 ottobre 2026. 30 ottobre, sciopero generale in tutta Italia: decine di piazze contro economia di guerra e carovita – Le ragioni della mobilitazione e le iniziative territoriali.
CISL, 2 novembre 2026. Fumarola incontra Tajani e i capigruppo di Forza Italia – Il comunicato ufficiale sulle valutazioni della manovra e sulle richieste di modifica riguardanti pensioni, scuola e sanità.
UIL, 30 ottobre 2026. Bombardieri: Manovra, bene detassazione aumenti contrattuali – Le valutazioni del segretario generale della UIL sulle misure fiscali, sulla previdenza e sulla precarietà.
ANSA, 2 novembre 2026. UILP, dal taglio alla rivalutazione delle pensioni calo fino a 1.314 euro – Le simulazioni della UIL Pensionati e le dichiarazioni di Carmelo Barbagallo.
Valentina Roncati – ANSA, 2 novembre 2026. Tagli alla scuola, sindacati pronti alla mobilitazione – Le posizioni di FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola e delle altre organizzazioni sui tagli agli organici.
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