
UIL, da Landini a Meloni? I tre indizi che raccontano la svolta di Bombardieri
Nelle migliori inchieste poliziesche si dice che tre indizi fanno una prova.
A Garlasco, probabilmente, anche meno.
Ed è difficile non pensarlo osservando il progressivo avvicinamento della UIL di PierPaolo Bombardieri al governo Meloni. Un avvicinamento graduale, quasi carsico all’inizio, ma che negli ultimi mesi è diventato sempre più evidente, fino ad arrivare agli elogi pubblici del decreto sul lavoro da parte del segretario UIL e ai complimenti ufficiali rilanciati addirittura dai canali social di Fratelli d’Italia.
Non stiamo parlando di un dettaglio marginale.
Perché fino al 2024 la UIL era stata una delle opposizioni sindacali più dure nei confronti del governo di destra-destra. Scioperi generali insieme alla CGIL, toni spesso molto aspri contro Giorgia Meloni, polemiche pubbliche e rotture evidenti nei tavoli con Palazzo Chigi. In quella fase Bombardieri e Landini sembravano quasi una coppia sindacale stabile, mentre la CISL sceglieva la linea del dialogo permanente con il governo, ricevendo in premio un posto di Sottosegretario all’ex segretario generale Sbarra.
Poi qualcosa è cambiato.
Primo indizio: il mancato sciopero contro la manovra
La svolta più evidente arriva nel 2025.
La UIL decide di non aderire allo sciopero generale contro la legge di Bilancio, rompendo il fronte unitario con la CGIL.

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Non fu una scelta tecnica, ma profondamente politica.
La UIL preferì organizzare una propria manifestazione “al chiuso”, al Teatro Brancaccio di Roma, evitando la mobilitazione di piazza insieme alla CGIL e ai sindacati di base.
Già allora scrissi che quel passaggio rappresentava qualcosa di molto più grande di una semplice divergenza tattica. Era il segnale di una trasformazione del sindacalismo confederale italiano e dell’inizio della frattura definitiva tra CGIL e UIL.
Perché uno sciopero generale non è solo uno strumento sindacale: è soprattutto una scelta di campo.
Secondo indizio: il referendum sulla magistratura
Il secondo passaggio arriva con il referendum sulla riforma della magistratura voluta dal governo Meloni-Nordio-Tajani.
Anche in quel caso la UIL sceglie una posizione defilata.
Nessuna mobilitazione significativa, nessuna presa di posizione forte, nessuna campagna visibile. Una scelta che pesa soprattutto perché arriva in un momento in cui la CGIL prova invece a mantenere una postura fortemente antagonista rispetto al governo. Forse la forte “anima berlusconiana” all’interno della UIL impose questa scelta?

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Il silenzio della UIL diventa quindi politico.
E ancora più significativo appare il clima del Primo Maggio 2026, quando le differenze tra le confederazioni esplodono apertamente. Mentre Landini attacca frontalmente il governo, Bombardieri rivendica i risultati ottenuti nel decreto lavoro e difende il principio del cosiddetto “salario giusto”.

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Una distanza ormai evidente.
Terzo indizio: gli attacchi al PD e gli applausi della destra
Ed eccoci agli ultimi episodi, probabilmente i più clamorosi.
Prima il duro attacco di Bombardieri al presidente della Toscana Eugenio Giani durante il congresso UIL regionale. Un attacco politico senza particolari precedenti recenti nei confronti di un esponente del centrosinistra, accusato di gare al massimo ribasso, scarso controllo sul caporalato e aumento dell’Irpef regionale senza confronto con il sindacato. (articolo del Corriere Fiorentino)
Poi arriva il salto definitivo.
Bombardieri elogia il decreto Primo Maggio del governo Meloni e attacca apertamente il PD:
“Smettete di fare propaganda”.
Una frase che Fratelli d’Italia rilancia immediatamente sui social trasformandola in un manifesto politico.
Ed è qui che si comprende quanto la situazione sia cambiata.

Per anni la destra ha considerato CGIL e UIL come un blocco unico di opposizione sindacale. Oggi invece il partito della premier utilizza le parole del leader UIL contro il Partito Democratico e contro Landini.
Politicamente è un fatto enorme.
La nuova geografia sindacale
L’articolo del giornale di destra di Libero del 15 maggio fotografa perfettamente il nuovo scenario: CGIL isolata sul terreno del conflitto sociale, mentre CISL e UIL si muovono sempre più su un modello concertativo e dialogante con il governo, con questo governo.
Non è un caso che il punto centrale del confronto sia il tema dei contratti collettivi e del “salario giusto”. Il governo Meloni ha scelto di riconoscere come riferimento i contratti firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi, cioè CGIL, CISL e UIL. Una scelta che la UIL rivendica come una propria vittoria storica.
E che la CGIL considera invece insufficiente e propagandistica.
Ma anche la Uil non era per il “salario minimo”?
I commentatori meno accorti potrebbero affermare che dietro questa divergenza si nasconde una questione molto più profonda: il sindacato deve fare opposizione politica o ottenere risultati concreti anche dialogando con governi lontani culturalmente? Qui si tratta di posizionamento politico perchè la realtà dei fatti è ben diversa da quella prospettata.
La risposta della UIL sembra ormai chiara, purtroppo.
Fine del sindacato unitario?
Per decenni CGIL, CISL e UIL hanno litigato duramente mantenendo però una cornice comune. Oggi quella cornice sembra saltata.
La CGIL continua a interpretare il conflitto sociale come elemento centrale della propria identità. CISL e UIL sembrano invece puntare sempre di più sulla trattativa e sul rapporto diretto con il governo, qualunque esso sia.
Il risultato è una progressiva frammentazione del fronte sindacale italiano.
Una “balcanizzazione” che ricorda sempre più i modelli francese e spagnolo, dove le sigle sindacali si muovono separatamente e spesso in competizione reciproca.
E in tutto questo, la politica osserva e incassa. E la destra gongola.
Perché un sindacato diviso è inevitabilmente un sindacato più debole.