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Bologna capitale dello smart working. Ma Unipol resta al palo

skyline di Bologna divisa in due parti. Sul lato sinistro: lavoratori da casa con laptop, ambienti luminosi e rete digitale attiva (smart working diffuso). Sul lato destro: edificio aziendale con lavoratori bloccati nel traffico, atmosfera più grigia. Elemento simbolico: percentuale “47,2%” sospesa sopra la città, ideazione e prompt di ChatGPT, immagine di Gemini

Nei giorni scorsi abbiamo parlato di smart working in Unipol, tra silenzi aziendali, comunicati sindacali deboli e una sensazione generale di immobilismo su una questione che, invece, dovrebbe essere di semplice buon senso.


👉 Smart working di guerra: quando il lavoro torna a casa (ma non per scelta). E Unipol che farà? 7 aprile
👉 Smart working subito: i sindacati spingono (ma non tutti allo stesso modo), vedi il caso Unipol 8 aprile
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Oggi arriva un dato che cambia completamente il quadro.
Come racconta Il Resto del Carlino, Bologna è la città italiana con la più alta diffusione di smart working, con il 47,2% dei dipendenti che lavora da remoto almeno un giorno a settimana.

Non una sperimentazione. Non una misura emergenziale. Ma un modello organizzativo ormai strutturale che funziona benissimo.


Una città che va avanti

Il dato è interessante non solo per la percentuale, ma per quello che rappresenta. Bologna non è una città che “usa” lo smart working quando serve. È una città che lo ha integrato stabilmente: un giorno a settimana per molti lavoratori, pacchetti aggiuntivi di lavoro agile e continuità anche dopo la fase pandemica.
In altre parole: lo smart working non è più un’eccezione. È diventato parte dell’organizzazione del lavoro di molte ditte.


E poi c’è il caso Unipol

Ed è qui che torna il tema dei giorni scorsi. Perché proprio a Bologna, città simbolo del lavoro agile, esiste una realtà – grande, strutturata, con migliaia di dipendenti – che su questo tema si muove in controtendenza al resto del sistema produttivo bolognese. In questi mesi abbiamo assistito a un’azienda che utilizza lo smart working solo per proprie necessità, un sindacato tradizionale silente e una richiesta (quella del sindacato USB) che, pur presente, non cambia gli equilibri.

Il tutto mentre le istituzioni locali invitano esplicitamente a utilizzare lo smart working per gestire eventi e criticità, come nel caso del Cosmoprof.


👉 Cosmoprof, traffico e smart working: qualcuno in Unipol se n’è accorto? 25 marzo
👉 Unipol, Cosmoprof e smart working: parla il sindacato USB, gli altri ancora no 26 marzo


Il paradosso

Il risultato è un paradosso evidente. Bologna è la capitale dello smart working, ma non tutti, a Bologna, possono davvero lavorare in smart working.

E non per mancanza di strumenti, tecnologie o modelli organizzativi. Quelli esistono già. Sono stati testati. Funzionano. Manca, semmai, la decisione.


Non è più un tema “di moda”

A questo punto è chiaro che lo smart working non è più un tema “innovativo” o “di tendenza”. È un tema di organizzazione del lavoro, di responsabilità e, in ultima analisi, rispetto del tempo delle persone.

Perché se quasi metà dei lavoratori di una città utilizza già il lavoro agile, allora il problema non è più “se si può fare”. Il problema è perché qualcuno continua a non farlo.


Conclusione

Il dato del Resto del Carlino non è solo una statistica. È uno specchio.
E nello specchio si vede una città che va avanti e, accanto, realtà che restano ferme.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: Unipol vuole stare nella Bologna del futuro o in quella del passato?

Lo stesso prompt visto da ChatGPT
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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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