
La privatizzazione di BdM Banca, l’ex Popolare di Bari, si sta rivelando una partita decisamente più complessa di quanto si potesse immaginare soltanto poche settimane fa, quando sembrava che Mediocredito Centrale fosse ormai vicino a scegliere il futuro proprietario e che l’assegnazione dell’esclusiva rappresentasse poco più di un passaggio formale.

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Invece, come raccontano Luca Carrello e Luca Gualtieri (nella foto) nei due articoli pubblicati da MF-Milano Finanza, la trattativa si è trasformata in un confronto nel quale il prezzo, le garanzie occupazionali, il futuro della presenza bancaria nel Mezzogiorno e persino i contenziosi ereditati dalla vecchia Popolare di Bari stanno rendendo difficile trovare una soluzione capace di soddisfare contemporaneamente il venditore pubblico e i potenziali acquirenti.
La novità più significativa è che Mediocredito Centrale starebbe cercando di ottenere un miglioramento delle offerte presentate da Credem e dalla cordata Iccrea-Banca Popolare di Puglia e Basilicata, mentre UniCredit continua a rimanere sullo sfondo come possibile alternativa qualora le trattative con i due concorrenti principali non dovessero arrivare a una conclusione soddisfacente.
Nel frattempo, mentre si discute di centinaia di milioni di euro e del futuro assetto proprietario della banca, arriva anche una notizia che merita altrettanta attenzione: il confronto sul premio aziendale 2026 è iniziato, ma le posizioni tra azienda e organizzazioni sindacali risultano ancora molto distanti. Ed è proprio questa contemporaneità tra la ricerca di una maggiore valorizzazione economica di BdM e la difficoltà a riconoscere un premio ai lavoratori che, a mio avviso, rappresenta uno degli aspetti più interessanti dell’intera vicenda.
Credem offre circa 500 milioni, ma MCC vuole un rilancio
Secondo le indiscrezioni raccolte da MF, l’offerta economicamente più elevata sarebbe quella di Credem, che avrebbe messo sul tavolo circa 500 milioni di euro per acquisire BdM, una cifra superiore ai 450 milioni attorno ai quali si erano concentrate le prime valutazioni circolate durante la procedura.
Per l’istituto emiliano controllato dalla famiglia Maramotti, l’operazione avrebbe un significato industriale abbastanza preciso, perché consentirebbe di rafforzare sensibilmente la presenza nel Mezzogiorno attraverso l’acquisizione di una rete di quasi 220 filiali, concentrate soprattutto tra Puglia, Campania, Basilicata e Abruzzo, e di integrare una banca che negli ultimi anni è stata profondamente ristrutturata e che oggi presenta risultati economici decisamente diversi da quelli della Popolare di Bari entrata in crisi nel 2019.
Abbiamo già ricordato più volte come BdM, dopo il salvataggio del 2020 sostenuto da un intervento complessivo di circa 1,6 miliardi di euro, dei quali 1,2 miliardi provenienti dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, sia riuscita a tornare alla redditività e abbia chiuso il primo semestre del 2026 con 46,87 milioni di euro di utile netto, un risultato che rende comprensibile l’interesse degli acquirenti e che spiega anche perché MCC ritenga possibile ottenere condizioni economiche migliori rispetto alle offerte iniziali.
La questione, tuttavia, non riguarda soltanto il prezzo, perché una banca non può essere valutata esclusivamente sulla base del patrimonio e degli utili che produce, soprattutto quando la sua vendita coinvolge una proprietà pubblica e quando la rete degli sportelli rappresenta un presidio importante per territori nei quali la progressiva riduzione della presenza bancaria costituisce già da tempo un problema.
Iccrea-BPPB offre meno, ma propone una soluzione diversa per l’occupazione
La cordata formata da Iccrea e Banca Popolare di Puglia e Basilicata avrebbe presentato una proposta economicamente inferiore a quella di Credem, ma caratterizzata, secondo la ricostruzione di MF, da una maggiore attenzione alle conseguenze occupazionali e al mantenimento di una presenza bancaria radicata nei territori.
Il progetto prevederebbe una ripartizione delle filiali dell’ex Popolare di Bari tra i due soggetti, indicativamente un centinaio di sportelli ciascuno, mentre la direzione generale di BdM verrebbe trasferita alla Banca Popolare di Puglia e Basilicata, con l’obiettivo dichiarato di limitare il più possibile le uscite del personale e di utilizzare le strutture esistenti per realizzare l’integrazione.
È una proposta che presenta certamente elementi di interesse, anche se occorrerebbe conoscere meglio le modalità concrete della ripartizione della rete, le conseguenze sulle strutture centrali, le possibili sovrapposizioni territoriali e le garanzie che verrebbero offerte ai dipendenti, perché la dichiarazione di voler ridurre gli esuberi rappresenta un punto di partenza importante, ma non può sostituire un piano industriale dettagliato.
Proprio per questo la partita rimane aperta, dal momento che Mediocredito Centrale e il Ministero dell’Economia, che controlla MCC attraverso Invitalia, devono cercare di conciliare due esigenze che non necessariamente coincidono: ottenere il massimo valore possibile dalla privatizzazione e garantire che il nuovo assetto proprietario non comprometta l’occupazione e la capacità della banca di continuare a finanziare famiglie e imprese del Mezzogiorno.
Il nodo dei contenziosi degli ex azionisti
C’è poi un elemento che, rispetto alle precedenti ricostruzioni, assume adesso un’importanza particolare e che rischia di incidere direttamente sul valore effettivo delle offerte: i contenziosi legali ancora aperti con gli ex azionisti della Popolare di Bari.
Secondo quanto riferiscono Carrello e Gualtieri, dopo il salvataggio numerosi ex soci hanno avviato azioni giudiziarie per ottenere il risarcimento dei danni subiti e il valore complessivo delle pretese potrebbe superare i 100 milioni di euro, una cifra che naturalmente non deve essere confusa con risarcimenti già accertati o definitivamente dovuti, ma che rappresenta comunque un rischio potenziale di cui gli acquirenti devono tenere conto.
Credem e Iccrea vorrebbero quindi ottenere una protezione rispetto a queste passività, attraverso una riduzione del prezzo oppure mediante una manleva, vale a dire una garanzia contrattuale che trasferisca al venditore, nei limiti e alle condizioni concordate, le conseguenze economiche di determinati contenziosi.
Il problema non è secondario, perché un’offerta nominalmente più elevata potrebbe diventare meno conveniente per MCC qualora fosse accompagnata da garanzie particolarmente onerose, mentre una proposta apparentemente inferiore potrebbe risultare più interessante se prevedesse una diversa ripartizione dei rischi.
In sostanza, non basta sapere che Credem avrebbe offerto 500 milioni: bisogna capire quanti di quei milioni rappresenterebbero il valore effettivo dell’operazione una volta considerate tutte le condizioni contrattuali, gli eventuali costi occupazionali e le responsabilità legali ancora aperte.
Anche le DTA diventano un elemento della trattativa
Un altro elemento evidenziato da MF riguarda le DTA, le attività fiscali differite, che BdM possiede per centinaia di milioni di euro e che possono rappresentare un valore importante per il futuro acquirente.
Si tratta, semplificando, di benefici fiscali che, nella misura in cui risultino utilizzabili secondo la normativa applicabile, consentono di ridurre le imposte da pagare negli esercizi futuri e che quindi possono contribuire alla redditività dell’investimento, anche se il loro valore economico effettivo dipende dalle condizioni di utilizzo e dalle prospettive di produzione di utili.
È un aspetto che avevamo già richiamato commentando i risultati semestrali di BdM (vedi post BdM cresce ancora: utili raddoppiati e il risiko bancario entra nella fase decisiva 5 agosto), quando avevamo osservato che il forte incremento dell’utile non dipendeva esclusivamente dalla crescita dell’attività bancaria, ma anche dal maggiore utilizzo delle attività fiscali differite.
Adesso quelle stesse DTA diventano un argomento della trattativa, perché MCC ritiene evidentemente che il loro potenziale beneficio debba essere adeguatamente considerato nella valorizzazione della banca, mentre gli acquirenti cercano di tenere conto dei rischi e degli impegni che dovranno assumere dopo l’acquisizione.
È quindi comprensibile che il confronto richieda più tempo del previsto, ma sarebbe utile che, una volta conclusa la procedura, venissero chiariti almeno i criteri generali utilizzati per individuare l’offerta ritenuta migliore, senza limitarsi a comunicare il nome del vincitore e il prezzo finale.
UniCredit resta alla finestra e la vendita slitta ancora
Nel frattempo UniCredit non sembra avere definitivamente abbandonato il dossier BdM, anche se la sua posizione rimane meno definita rispetto a quelle di Credem e Iccrea-BPPB, perché il gruppo guidato da Andrea Orcel avrebbe manifestato la disponibilità a presentare una proposta soltanto dopo ulteriori approfondimenti.
Secondo MF, qualora Mediocredito Centrale non riuscisse a trovare un accordo soddisfacente con i due concorrenti principali, il Tesoro potrebbe decidere di riaprire il confronto con UniCredit, allungando ulteriormente una procedura che inizialmente sembrava destinata a concludersi in tempi molto più rapidi.
La scelta dell’acquirente, che secondo le precedenti indiscrezioni avrebbe dovuto arrivare già nei giorni scorsi, potrebbe quindi slittare di una o due settimane, mentre rimarrebbe l’obiettivo di completare la privatizzazione entro la fine del 2026.
Anche questa previsione, naturalmente, deve essere considerata indicativa, perché ormai abbiamo imparato che nel dossier BdM le scadenze possono cambiare rapidamente e che le notizie provenienti dalle fonti finanziarie non sempre trovano immediata conferma nelle comunicazioni ufficiali.
Orvieto, Banco Desio e UniCredit si contendono l’altra banca di MCC
Parallelamente continua anche la procedura di vendita della Cassa di Risparmio di Orvieto, l’altra banca controllata da Mediocredito Centrale, rimessa sul mercato dopo il mancato perfezionamento della precedente operazione con Banca del Fucino.
Secondo MF, la competizione si starebbe concentrando soprattutto su Banco Desio e UniCredit, con quest’ultima che avrebbe presentato un’offerta di circa 110 milioni di euro, mentre Banco Desio potrebbe contare su un progetto particolarmente attento al mantenimento del marchio, dell’autonomia e dell’occupazione, oltre che sulla conoscenza del territorio umbro maturata attraverso la precedente operazione sulla Popolare di Spoleto.
Anche in questo caso il prezzo non sembra quindi essere l’unico elemento destinato a determinare la scelta, e il parallelismo con BdM è interessante perché dimostra come, almeno nelle intenzioni dichiarate e nelle indiscrezioni che accompagnano le due procedure, la proprietà pubblica debba confrontarsi non soltanto con la valorizzazione economica degli istituti, ma anche con le conseguenze industriali e territoriali delle rispettive cessioni.
Intanto il premio aziendale 2026 è già in stallo
Ed eccoci all’altra notizia che considero particolarmente importante e che rischia di passare in secondo piano rispetto alle continue indiscrezioni sulla vendita.
Le Segreterie OdC di First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin hanno comunicato che il confronto sul Premio Aziendale 2026 è iniziato, ma che le posizioni tra azienda e organizzazioni sindacali risultano ancora significativamente distanti, nonostante la richiesta sindacale sia stata costruita proprio sulla valutazione dei risultati conseguiti da BdM e dei sacrifici sostenuti dal personale durante gli anni del risanamento.
Il comunicato sottolinea come, dopo un lungo periodo caratterizzato da rinunce, riorganizzazioni e senso di responsabilità, sia necessario arrivare a un riconoscimento economico adeguato, capace di valorizzare concretamente il contributo dei lavoratori alla trasformazione della banca, soprattutto considerando che la vendita potrebbe interrompere definitivamente il percorso aziendale compiuto sotto l’attuale proprietà.
La posizione sindacale si collega direttamente a quanto First, Fisac, Uilca e Unisin avevano già denunciato nel precedente comunicato “Termini scaduti” (vedi post BdM, Credem prova lo scatto finale. Ma i sindacati avvertono: la banca non è soltanto un prezzo 30 settembre), quando avevano criticato la mancanza di informazioni sulla privatizzazione e richiamato le conseguenze della riorganizzazione sugli organici, sugli inquadramenti, sulle condizioni di lavoro e sulle prospettive professionali del personale.
Adesso il confronto si sposta anche sul terreno economico e la richiesta diventa particolarmente significativa proprio perché BdM, mentre viene valutata centinaia di milioni di euro dai potenziali acquirenti, continua a produrre risultati positivi che sono stati resi possibili non soltanto dalle scelte del management e dagli interventi patrimoniali, ma anche dall’impegno quotidiano di chi ha lavorato durante gli anni più difficili.
Non conosciamo ancora gli importi delle richieste sindacali né quelli eventualmente proposti dall’azienda e sarebbe quindi sbagliato formulare giudizi sulla distanza economica tra le parti, ma il principio posto dalle organizzazioni sindacali è chiaro: il risanamento ha creato valore e una parte di quel valore deve essere riconosciuta a chi ha contribuito a realizzarlo.

500 milioni per comprare BdM, ma quanto vale il lavoro di chi l’ha risanata?
Devo dire che, mettendo insieme le notizie di MF e il comunicato delle organizzazioni sindacali, emerge una contraddizione che merita una riflessione più approfondita, perché da una parte abbiamo una proprietà pubblica che cerca legittimamente di ottenere il massimo possibile dalla vendita di una banca risanata, chiedendo ai concorrenti di migliorare le offerte e valorizzando anche le attività fiscali differite, mentre dall’altra abbiamo lavoratrici e lavoratori che, dopo avere attraversato anni di sacrifici, stanno incontrando difficoltà a ottenere un premio aziendale che rappresenti un riconoscimento concreto del contributo dato al risanamento.
Naturalmente le due questioni appartengono a piani differenti e non sarebbe corretto sostenere che un aumento del prezzo di vendita debba automaticamente tradursi in un aumento del premio aziendale, perché la cessione riguarda il valore patrimoniale e industriale della banca mentre il premio è materia di contrattazione collettiva e deve essere definito sulla base di criteri, risultati e accordi specifici. Tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato fingere che tra le due vicende non esista alcun collegamento, perché il valore che oggi Credem, Iccrea e forse UniCredit sono disposti a riconoscere a BdM è anche il risultato di un percorso di risanamento nel quale il personale ha avuto un ruolo fondamentale.
Quando nel 2020 si parlava della Popolare di Bari, il problema era evitare che una crisi bancaria producesse conseguenze ancora più pesanti sui risparmiatori, sui lavoratori e sull’economia del territorio; oggi, sei anni dopo, si discute di un’offerta da circa 500 milioni, di un istituto tornato redditizio e di una rete di filiali che può diventare uno strumento di espansione per altri gruppi bancari. È un cambiamento enorme, che dimostra quanto sia stato importante il lavoro di risanamento, ma proprio per questo sarebbe difficile comprendere una conclusione nella quale il valore economico costruito in questi anni venisse riconosciuto a tutti, tranne che a chi ha contribuito quotidianamente a produrlo.
C’è poi un altro aspetto che mi sembra necessario sottolineare: la tutela dell’occupazione non può diventare una semplice variabile da compensare con qualche milione in più sul prezzo, perché scegliere un acquirente che offre una cifra superiore ma prevede un ridimensionamento significativo della rete e degli organici potrebbe produrre conseguenze che andrebbero ben oltre il risultato immediato della privatizzazione. Allo stesso modo, una proposta che promette maggiore attenzione al territorio deve essere valutata sulla base di impegni verificabili e non soltanto di dichiarazioni di principio, perché sappiamo bene che anche le aggregazioni presentate come operazioni di rafforzamento possono successivamente tradursi in razionalizzazioni, accorpamenti e riduzioni della presenza bancaria.
Non ho elementi sufficienti per sostenere che Credem rappresenti una soluzione migliore o peggiore rispetto a Iccrea-BPPB e non credo che sarebbe serio esprimere oggi una preferenza senza conoscere i rispettivi piani industriali, ma penso che Mediocredito Centrale e il Ministero dell’Economia abbiano una responsabilità particolare, proprio perché non stanno vendendo una banca qualsiasi, bensì un istituto salvato attraverso un intervento straordinario e ricostruito dopo una crisi che ha lasciato conseguenze pesanti anche per gli ex azionisti.
A questo proposito, il nodo delle cause risarcitorie e delle manleve dimostra che la storia della Popolare di Bari non è ancora definitivamente chiusa e che la privatizzazione, pur rappresentando una nuova fase industriale, non cancellerà automaticamente tutte le responsabilità e le questioni lasciate aperte dal passato.
Infine, tornando al premio aziendale, ritengo che la trattativa appena avviata rappresenti un banco di prova importante anche per le relazioni industriali di BdM, perché se davvero siamo arrivati all’ultimo negoziato sotto l’attuale proprietà sarebbe auspicabile che questa fase si concludesse con un accordo capace di riconoscere il contributo dei lavoratori e di accompagnare il passaggio al nuovo assetto proprietario senza lasciare dietro di sé un ulteriore motivo di amarezza.
MCC cerca un rilancio delle offerte, Credem prova a conservare il vantaggio, Iccrea-BPPB punta sulle garanzie occupazionali e UniCredit continua a osservare la partita, ma nel frattempo sarebbe opportuno che qualcuno si ricordasse che BdM non è soltanto un patrimonio da vendere e un prezzo da incassare, bensì una banca che ha ritrovato valore grazie anche alle persone che ci lavorano.
E se il nuovo proprietario dovrà essere scelto valutando prezzo, occupazione e futuro del territorio, mi auguro che gli stessi criteri di equilibrio e riconoscimento vengano applicati anche al confronto sul premio aziendale, perché sarebbe davvero singolare concludere una privatizzazione celebrando il successo del risanamento e lasciare irrisolta proprio la questione del riconoscimento economico a chi quel risanamento ha contribuito a renderlo possibile.

Luca Carrello e Luca Gualtieri, MF-Milano Finanza, articoli “Mcc cerca il rilancio da Credem e Iccrea per BdM” e “BdM, la vendita si allunga. In gara c’è anche UniCredit”.
Comunicato unitario delle Segreterie OdC First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin di BdM Banca-Gruppo MCC, “BdM Banca: premio aziendale 2026, è stallo”.
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