La manovra di bilancio riapre lo scontro tra banche e Governo.
L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo richiama gli impegni assunti nel 2025 e chiede che il contributo ai conti pubblici non ricada sempre sugli stessi soggetti. Ma dietro la protesta si apre una questione più ampia: quanto valgono gli accordi tra Governo e sistema bancario?

Enrico Marro sul Corriere della Sera, Giorgio Migliore su Milano Finanza, Rosaria Amato su Repubblica, Laura Serafini sul Sole 24 Ore e Luca Monticelli sulla Stampa, tutti il 21 ottobre 2026, raccontano un intervento piuttosto insolito di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che dal Forum di Coldiretti ha deciso di rivolgere al Governo un richiamo pubblico sugli impegni assunti con le banche appena un anno fa.
Non capita frequentemente di ascoltare il numero uno della maggiore banca italiana quotata esprimere con tanta chiarezza il proprio disappunto nei confronti dell’Esecutivo, soprattutto quando si tratta di un manager che, anche in questa occasione, ha voluto riconoscere il lavoro svolto da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti per mantenere sotto controllo i conti pubblici.
Eppure, questa volta, Messina ha deciso di alzare la voce, perché il nuovo contributo richiesto al settore finanziario per finanziare la legge di Bilancio rischia, secondo il banchiere, di rimettere in discussione un’intesa che avrebbe dovuto garantire stabilità per tre anni.
«Io ci ho creduto»: il richiamo all’accordo del 2025
Il passaggio più significativo dell’intervento di Messina non riguarda tanto l’ammontare del nuovo contributo, quanto il principio che dovrebbe regolare i rapporti tra Governo e banche.
L’amministratore delegato di Intesa ha ricordato che nel 2025, su richiesta della presidente del Consiglio, il settore bancario aveva collaborato alla definizione di un accordo volontario triennale, sottoscritto con la partecipazione di rappresentanti del Governo e dell’ABI, proprio per evitare che ogni anno si riaprisse una trattativa sulle risorse da destinare al bilancio pubblico.
Secondo la ricostruzione fornita da Messina, le banche avrebbero inizialmente preferito un’intesa annuale, mentre sarebbe stato il Governo a chiedere un orizzonte di tre anni, così da garantire maggiore prevedibilità alle entrate dello Stato e alle decisioni degli istituti.
Da qui la frase che ha attirato maggiormente l’attenzione dei giornali:
«Io ci ho creduto».
Tre parole che, pronunciate da un amministratore delegato abituato a negoziare operazioni da decine di miliardi, assumono un significato particolare, perché sottintendono che un accordo raggiunto tra soggetti istituzionali dovrebbe rappresentare un impegno affidabile e non un punto di partenza da rinegoziare ogni dodici mesi.
Messina ha inoltre ribadito la disponibilità delle banche a collaborare con il Governo, ma ha chiesto che il rapporto sia fondato sul rispetto reciproco, osservando che non può esserci sempre una parte chiamata a contribuire e un’altra che continua a chiedere.
Cinquanta miliardi di utili e venticinque miliardi di imposte: attenzione ai numeri
Un altro passaggio centrale riguarda il peso fiscale del sistema bancario, che Messina ha voluto contrapporre alla rappresentazione di un settore capace di accumulare utili senza restituire abbastanza alla collettività.
Secondo i dati richiamati dal banchiere, a fronte di circa 50 miliardi di utili complessivi, il sistema contribuirebbe alle entrate pubbliche con circa 25 miliardi di imposte, una cifra che Messina considera la dimostrazione del ruolo già svolto dalle banche nel finanziamento della spesa pubblica.
È un’affermazione importante, ma sulla quale sarebbe utile disporre di una ricostruzione analitica, distinguendo gli utili netti, le imposte sul reddito, gli altri tributi e i diversi esercizi di riferimento, perché il rapporto tra i 50 miliardi di utili e i 25 miliardi di entrate fiscali non deve essere interpretato automaticamente come un’aliquota effettiva del 50%.
Resta comunque evidente il messaggio politico ed economico che Messina vuole trasmettere: le banche non intendono essere considerate una riserva permanente alla quale attingere ogni volta che occorrono nuove coperture finanziarie.
Il numero uno di Intesa ha anche sottolineato che altre grandi imprese stanno registrando incrementi degli utili superiori a quelli del settore bancario e ha suggerito di valutare un eventuale contributo più ampio, coinvolgendo anche aziende di altri comparti con profitti particolarmente elevati.
Il Governo cerca altri cinque miliardi dal settore finanziario
Il motivo dello scontro è il contributo di circa 5 miliardi di euro previsto per la prossima manovra, mentre secondo quanto riportato da Milano Finanza si discuterebbe anche di ulteriori 5,5 miliardi nel biennio successivo.
La richiesta arriva dopo l’accordo del 2025, che, secondo la ricostruzione della Stampa, prevedeva già un gettito complessivo di circa 10 miliardi nel triennio attraverso interventi sull’Irap, sulle imposte differite e sulle riserve accantonate.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto la possibilità per il settore di sostenere un ulteriore onere, ma anche la natura aggiuntiva delle nuove misure rispetto a quanto già concordato, con effetti che andranno valutati sulla base del testo definitivo della legge di Bilancio.
All’interno della maggioranza emergono sensibilità differenti e Antonio Tajani ha proposto di allargare il perimetro del contributo all’intero mondo finanziario, includendo eventualmente anche Cassa Depositi e Prestiti, anziché concentrarlo esclusivamente su banche e assicurazioni.
Un’ipotesi che presenta tuttavia alcune particolarità, considerando che il Ministero dell’Economia è l’azionista di maggioranza di Cdp e che un eventuale maggiore trasferimento di risorse allo Stato potrebbe incidere anche sui dividendi già destinati al Tesoro.
Nel dibattito sono circolate inoltre ipotesi riguardanti le casse di previdenza dei professionisti e il settore energetico, ma si tratta di possibilità sulle quali non risultano, dagli articoli esaminati, decisioni definitive.
Gros-Pietro rincara la dose: «Speriamo che i soci ci perdonino»

Se l’intervento di Messina è stato deciso, quello del presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, (nella foto) è apparso persino più severo.
A margine di un evento a Milano, Gros-Pietro ha espresso l’auspicio che gli azionisti possano perdonare la banca per avere creduto in un accordo che, secondo la sua valutazione, non verrebbe rispettato, aggiungendo che difficilmente perdonerebbero una seconda scelta dello stesso genere.
È una dichiarazione che sposta la discussione dal confronto tra Governo e banche alla responsabilità degli amministratori nei confronti degli azionisti, perché suggerisce che l’affidabilità degli accordi istituzionali rappresenti un elemento rilevante anche nelle decisioni di gestione.
Naturalmente il Governo conserva la propria autonomia nel proporre misure fiscali e il Parlamento quella di approvarle, ma il richiamo dei vertici Intesa solleva una questione concreta: quale prevedibilità possono avere gli operatori economici se un’intesa pluriennale viene seguita, a distanza di un anno, da nuove richieste di contribuzione?
E intanto Messina difende l’operazione Mps
La giornata ha offerto anche l’occasione per tornare sull’Opas di Intesa Sanpaolo su Monte dei Paschi di Siena, proprio mentre ci avviciniamo all’assemblea del 29 ottobre.
Messina ha ribadito che l’operazione avrebbe anche una funzione di salvaguardia del risparmio e ha collegato il futuro di Mediobanca alla necessità di preservare l’indipendenza di Generali, confermando così l’importanza che il gruppo attribuisce agli equilibri del sistema finanziario italiano.
Quanto all’istruttoria dell’Antitrust e al possibile problema delle sovrapposizioni territoriali tra gli sportelli, il banchiere ha manifestato fiducia nell’operato dell’Autorità, evitando di anticiparne le conclusioni.
Anche questo passaggio merita attenzione, perché mentre Intesa chiede al Governo il rispetto degli impegni assunti, si trova contemporaneamente impegnata in un’operazione di consolidamento che richiede valutazioni e autorizzazioni da parte di diverse istituzioni pubbliche.
Sono due vicende distinte, che non vanno confuse, ma che dimostrano quanto siano stretti i rapporti tra grandi banche, autorità di vigilanza, politica economica e interessi generali del Paese.

Devo ammettere che questa volta Carlo Messina mi ha sorpreso, perché dopo mesi nei quali abbiamo visto l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo muoversi con grande determinazione sul risiko bancario, mantenendo rapporti istituzionali generalmente improntati alla collaborazione, sentirlo ricordare pubblicamente al Governo che esisteva un accordo triennale nel quale aveva creduto rappresenta una novità interessante.
In un primo momento mi è venuto in mente il celebre libro di Gino & Michele, Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano.
Ma considerare Carlo Messina una formica, per di più piccola, mi sembra davvero difficile, anzi impossibile. E allora potremmo adattare il titolo alla situazione: anche un uomo apparentemente mite come Messina, quando gli accordi non vengono rispettati, può arrabbiarsi. E parecchio.
E ancora più interessante è il fatto che a rincarare la dose sia stato Gian Maria Gros-Pietro, chiamando direttamente in causa gli azionisti e la responsabilità degli amministratori per avere fatto affidamento su un’intesa che, secondo i vertici della banca, rischia adesso di essere rimessa in discussione.
Sul principio credo che Messina sollevi una questione seria, perché gli accordi dovrebbero essere rispettati anche quando a sottoscriverli sono il Governo e le banche, e se cambiano le condizioni economiche o le necessità di bilancio sarebbe opportuno spiegare chiaramente perché occorrono nuove risorse, anziché dare l’impressione che ogni anno si possa ricominciare da capo.
Trovo invece meno convincente trasformare il confronto in una contrapposizione tra chi difende le banche e chi vorrebbe punirle, perché la vera domanda dovrebbe essere come distribuire equamente gli oneri della manovra e soprattutto come utilizzare le risorse raccolte, a cominciare dalla sanità, dai servizi pubblici e dal sostegno ai redditi.
Messina dice di aver creduto nella parola del Governo e oggi chiede che quella parola venga rispettata. Una richiesta comprensibile, ma che dovrebbe valere sempre, anche quando a chiedere il rispetto degli impegni sono i lavoratori, i pensionati o i cittadini.

Corriere della Sera, Enrico Marro, 21 ottobre 2026;
Milano Finanza, Giorgio Migliore, 21 ottobre 2026;
Repubblica, Rosaria Amato, 21 ottobre 2026;
Il Sole 24 Ore, Laura Serafini, 21 ottobre 2026;
La Stampa, Luca Monticelli, 21 ottobre 2026.
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