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Ungheria, fine di un’era: Orbán cade e tremano i sovranisti. Lo “spiegoncino di Max”

Nello Spiegoncino del lunedì, che riprende dopo una settimana di pausa, non potevo non parlare delle elezioni in Ungheria.

Il risultato è stato chiaro fin dalla chiusura delle urne: Viktor Orbán (nella foto), dopo 16 anni di potere, è stato sconfitto.


Battuto e, politicamente, umiliato da Péter Magyar (nella foto), suo ex braccio destro, che ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, andando ben oltre le previsioni dei sondaggi.

Non voglio entrare in analisi troppo approfondite: i giornali sono pieni di commenti politici e anche di curiosità “di colore”.
Mi voglio soffermare su due aspetti:

  1. perché la sinistra italiana ha comunque esultato, nonostante i partiti di riferimento siano rimasti fuori dal Parlamento ungherese;
  2. chi ha perso davvero, oltre a Orbán.

Partiamo dalla prima domanda.

Sui social, molti esponenti della destra – politici, commentatori e una buona dose di “copiatori seriali” e bot indiani compresi – si sono chiesti: “Ma cosa ha da esultare la sinistra?”

Le risposte sono state le più varie: dal calcio (“se non vince la tua squadra, almeno non vince quella che odi”) ai paragoni culinari (“meglio un piatto d’insalata che niente”).

Ma la realtà è un’altra.
Il voto si è polarizzato su Magyar.
I dati dei sondaggisti parlano chiaro: il voto contro Orbán è arrivato soprattutto dai giovani, dagli europeisti, dagli ecologisti. In altre parole, si è scelto il candidato con più possibilità di vincere, evitando di disperdere il voto.
Ma non è solo questo.

In Italia si è esultato perché è stato sconfitto il “modello Orbán”: un modello che con la democrazia liberale ha sempre avuto un rapporto quantomeno problematico.

È stata bocciata la politica dei continui ricatti verso l’Unione Europea, fatta di veti e pressioni per ottenere più risorse (non dimentichiamolo: l’Ungheria riceve da Bruxelles molto più di quanto versa).

È stata sconfitta una visione sovranista che ha spesso isolato il Paese.

E, non da ultimo, è stato ridimensionato il ruolo di Péter Szijjártó, uno dei volti più controversi della politica estera ungherese, spesso accusato di eccessiva vicinanza a Mosca e di passare “in diretta” notizie ai russi durante le riunioni dei consigli europei.

È vero: Magyar è un uomo di centrodestra. Ma è anche un europeista convinto.

Per la sinistra – e anche per il Partito Popolare Europeo, come dimostrano le dichiarazioni di Antonio Tajani – questa è comunque una vittoria, o almeno una boccata d’ossigeno.
Perché, nel giro di pochi mesi, diversi leader sovranisti dati per favoriti stanno perdendo consenso e, soprattutto, elezioni.

E qui arriviamo al secondo punto: chi ha perso davvero.

Sul piano internazionale, gli sconfitti sono due nomi ben precisi: Donald Trump e Vladimir Putin.

Entrambi – per motivi diversi – avevano sostenuto Orbán, direttamente o indirettamente, sul piano politico, mediatico e, probabilmente, anche economico.

L’obiettivo era chiaro: rafforzare un fronte sovranista in Europa per indebolire l’Unione e ricreare, in qualche modo, nuove sfere di influenza. Il tentativo di riportare “Yalta”, cioè la divisione fra paesi amici americani e amici russi, è fallita miseramente.

Trump incassa una sconfitta indiretta.
Il suo vice, JD Vance, conferma una curiosa tendenza: i suoi endorsement sembrano trasformarsi spesso in boomerang (una dinamica che ricorda molto quella di Matteo Salvini).

Putin perde un alleato prezioso, e forse qualcosa di più.
Non è un caso che, nei video circolati in queste ore, molti giovani ungheresi abbiano gridato:
Ruszkik haza! Ruszkik haza!” – “Russi a casa!” – lo slogan della rivolta del 1956.

Un segnale simbolico, ma potente.

Hanno perso anche molti leader sovranisti europei: spagnoli, francesi, olandesi, austriaci, fino ai tedeschi dell’AfD, che erano andati in Ungheria a sostenere Orbán.

E in Italia?
Anche qui la sconfitta lascia il segno.
Giorgia Meloni e, soprattutto, Salvini escono indeboliti.

Meloni ha scritto sui social che lavorerà con il nuovo governo ungherese – e ci mancherebbe – ma dimentica di essere apparsa nei video insieme agli altri leader sovranisti a sostegno di Orbán.
Quanto a Salvini, la “legge non scritta” del “porto sfiga” sembra confermarsi: quando appoggia qualcuno, quel qualcuno perde.

Sui social circolano vignette impietose su questa “jella politica”.
Celebre è il racconto di una campionessa olimpica italiana che avrebbe evitato una telefonata di Salvini prima di una gara.
Coincidenze? Forse. Ma non credo.

Nei prossimi Consigli europei vedremo gli effetti concreti di questo cambiamento, che non è solo politico ma anche culturale.

Un ultimo dato, però, è chiaro: come nel referendum italiano, anche in Ungheria hanno vinto i giovani. C’è voglia di cambiamento.
Speriamo non sia solo un fuoco di paglia, ma l’inizio di una vera rivoluzione di pensiero.

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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)