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Mps, il ritorno del revenant: Lovaglio si riprende il Monte e ribalta il potere

Luigi Lovaglio in primo piano, segnato ma vittorioso, emerge simbolicamente da un paesaggio aspro e freddo, come un sopravvissuto che torna dopo essere stato dato per finito. Indossa abiti eleganti da banchiere ma con atmosfera epica da revenant moderno. Sul lato sinistro: sagome in ombra di Rocca Salimbeni e dell’assemblea appena conclusa, con schede di voto sparse e la scritta luminosa “49,95%”. Sul lato destro: in secondo piano, figure simboliche dei protagonisti sconfitti, più defilate e immobili, accanto a dossier chiusi con scritte “Lista CDA”, “Governance”, “Palermo”. Elemento centrale: una lunga traccia nella neve o in un terreno aspro che porta verso Rocca Salimbeni, simbolo del ritorno e della riconquista. Dettagli visivi: monitor con i nomi “Delfin”, “Banco Bpm”, “BlackRock”, “Norges”, grafici in rialzo, applausi dei dipendenti sullo sfondo, ispirazione da un post di Carlotta Scozzari, ideazione, prompt e immagine di ChatGPT,

Alla fine è successo davvero.
Il manager licenziato, escluso, disarcionato, dato per spacciato, è tornato. E non in punta di piedi, ma con una vittoria piena, politica e simbolica. Quella andata in scena a Siena non è stata solo un’assemblea bancaria: è stata una resa dei conti. E a vincerla è stato Luigi Lovaglio.

Le cronache di Andrea Rinaldi, Federico De Rosa, Daniela Polizzi, Andrea Greco, Giovanni Pons, Andrea Deugeni, Luca Gualtieri, Luca Davi, Giuliano Balestrieri, Gianluca Paolucci, insieme alle analisi di Walter Galbiati, Gaia Scacciavillani e Carlo Di Foggia, raccontano tutte la stessa scena finale: il Monte dei Paschi ha richiamato al comando il suo ex amministratore delegato, quello che il cda aveva prima escluso dalla propria lista, poi sfiduciato, poi licenziato per giusta causa.

Il verdetto è netto.


La lista presentata da Plt Holding con Luigi Lovaglio amministratore delegato e Cesare Bisoni (nella foto) presidente ha ottenuto il 49,95% dei voti, contro il 38,79% della lista del cda. Assogestioni si è fermata al 6,94%. Tradotto: non una vittoria di misura, non un pareggio, non un consiglio appeso. Un ribaltone vero.

Ed è proprio questo che rende il finale quasi cinematografico.

Per settimane il racconto prevalente era stato un altro. Il board uscente sembrava avere il sostegno dei proxy advisor, l’appoggio del gruppo Caltagirone, il favore di una parte consistente del mercato e il vantaggio politico di chi controllava l’apparato della transizione. Lovaglio, al contrario, veniva dipinto come il manager del passato, quello che aveva sì salvato la banca, ma che ormai doveva farsi da parte. Invece il passato si è ripresentato alla porta. E ha vinto.

La rivincita che Lovaglio nega, ma che tutti vedono

Luigi Lovaglio (nella foto durante la conferenza stampa con Tortora) dice che non è una rivincita. Che il suo unico obiettivo è portare avanti “un progetto innovativo” e mantenere le promesse fatte agli azionisti. Ma è difficile non vedere in questo esito anche una gigantesca rivincita personale.

Perché è stato lui il banchiere chiamato nel 2022 a salvare una banca che sembrava ancora sospesa tra commissariamento eterno e irrilevanza. È stato lui a portare in porto la ricapitalizzazione, a rilanciare il titolo, a conquistare Mediobanca. E infine è stato lui a essere scaricato proprio da quel consiglio che aveva approvato il suo piano. Il fatto che siano stati gli azionisti a richiamarlo in sella ha un peso che va oltre il diritto societario. È un giudizio sul lavoro fatto. E anche sul modo in cui è stato trattato.

Non a caso fuori dalla sala lo aspettavano i dipendenti. Non a caso in assemblea è partito il coro con il suo nome. Non a caso il titolo in Borsa ha festeggiato, insieme a Mediobanca.

Delfin e Banco Bpm: i due voti che hanno cambiato tutto

Ma nessun revenant torna da solo. E infatti questa vittoria ha due nomi chiave: Delfin e Banco Bpm.

Il primo colpo lo ha dato la holding della famiglia Del Vecchio. Fino all’ultimo il mercato l’aveva immaginata prudente, neutrale, forse astenuta. Invece il suo 17,5% si è schierato con Lovaglio, rompendo l’asse storico con Caltagirone e cambiando il corso della partita. Il secondo colpo è arrivato da Banco Bpm, con il suo 3,7%, altra scelta tenuta coperta fino all’ultimo e poi rivelatasi decisiva.

A questi si sono aggiunti BlackRock, Norges, Girondi, la stessa Fondazione Mps e una parte di mercato che evidentemente ha deciso di non seguire il copione scritto nei giorni precedenti.

Il dato più interessante è che la vittoria di Lovaglio non nasce solo dall’appoggio di due grandi soci forti. Nasce anche dal fatto che una parte del mercato ha considerato più convincente la sua linea rispetto a quella del cda. E cioè: continuità sul piano, continuità sull’integrazione con Mediobanca, continuità sulla promessa di valore.

Il grande sconfitto è Caltagirone

Se Lovaglio è il vincitore personale e politico, il grande sconfitto della giornata è chiaramente Francesco Gaetano Caltagirone (nella foto).

Aveva investito di più, aveva sponsorizzato la lista del cda, aveva imposto il nome di Palermo come nuovo amministratore delegato e sembrava a un passo dal diventare il vero uomo forte del nuovo polo Mps-Mediobanca-Generali. Invece si ritrova con una lista battuta, una governance uscita dall’assemblea senza il controllo pieno, e soprattutto con la rottura dell’asse con Delfin.

Questa forse è la notizia più pesante della giornata, anche oltre Mps. Perché la battaglia senese ha mostrato che il fronte che aveva conquistato il Monte e poi Mediobanca non era affatto compatto come sembrava. E che sul futuro di Generali, di Mediobanca e persino del risiko bancario italiano le strade si sono improvvisamente divise.

Mediobanca e Generali restano il vero centro del racconto

Nel dopovoto Lovaglio ha confermato il piano, ha ribadito la volontà di andare avanti con il progetto industriale e ha lasciato intatto anche il messaggio su Generali: la quota resta un “nice to have”. Cioè: bella da avere, utile, importante, ma non totemica.

E qui torna il cuore strategico di tutta la vicenda. La frattura tra Lovaglio e parte dei soci forti non nasceva solo da questioni personali o di governance. Nasceva da una diversa idea di che cosa fare di Mediobanca e del 13,2% di Generali. Lovaglio vedeva quegli asset come strumenti per costruire un polo nuovo e flessibile. Caltagirone e altri avevano in mente un altro disegno, più di potere, più di controllo, più di influenza diretta.

L’assemblea di ieri non chiude questa partita. La sposta. E la rimette nelle mani del manager che era stato cacciato proprio perché, su quella partita, non si era piegato.

Un consiglio spaccato e una fase tutta da costruire

Naturalmente non sarà una passeggiata. Il nuovo consiglio nasce già diviso: otto consiglieri alla lista Plt, sei a quella del cda, uno ad Assogestioni. Formalmente è una maggioranza. Politicamente è un equilibrio complesso. E in più resta l’esame del fit and proper della BCE, che dovrà valutare anche il profilo di un amministratore delegato ancora indagato insieme a Caltagirone e Milleri per la scalata su Mediobanca.

Ma, al netto di tutte le complessità, il punto di fondo resta questo: da oggi il progetto torna nelle mani di chi lo aveva immaginato e costruito.

E allora sì, l’immagine giusta è proprio quella del revenant.
L’uomo dato per morto che si rialza. Ferito, colpito, umiliato, ma ancora in piedi. E alla fine, incredibilmente, vincente.

A Siena non ha vinto solo una lista.
Ha vinto il ritorno.

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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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