
Andrea Deugeni e Luca Gualtieri su MF-Milano Finanza, Luca Davi e Marigia Mangano sul Sole 24 Ore, Andrea Greco su Repubblica e Michele Chicco sulla Stampa raccontano oggi, 6 ottobre, da angolazioni diverse la stessa grande svolta nel risiko bancario italiano, perché la decisione di Delfin di aderire all’Opas di Intesa Sanpaolo non rappresenta soltanto la scelta del primo azionista di Monte dei Paschi, ma modifica profondamente gli equilibri in vista dell’assemblea del 29 ottobre e sembra avere convinto anche Piazza Affari che lo scenario costruito da Carlo Messina abbia oggi molte più possibilità di realizzarsi rispetto a quello alternativo proposto da Luigi Lovaglio.
Ieri avevamo raccontato la svolta determinata dal rilancio di Intesa e dalla scelta quasi immediata di Delfin (vedi Mps, Delfin sceglie Intesa. Il 29 ottobre cambia tutto e per Lovaglio la strada diventa strettissima 5 ottobre), mentre oggi, grazie ai numerosi approfondimenti pubblicati dai giornali, possiamo cominciare a misurarne concretamente gli effetti e soprattutto capire quanto si sia ristretta la strada che porta all’approvazione delle due Ops di Mps su Banco BPM e Banca Generali.
E quando si passa dalle dichiarazioni alla matematica assembleare, la situazione per Lovaglio diventa decisamente più complicata.
Delfin non ha soltanto scelto Intesa, ha cambiato strategia
Delfin possiede circa il 17,5-17,6% di Mps e ha deciso all’unanimità di impegnarsi ad aderire all’Opas di Intesa Sanpaolo, dopo che Ca’ de Sass ha aumentato da 1 a 1,25 euro per azione la componente in contanti dell’offerta, mantenendo invece invariato il rapporto di 1,6 azioni Intesa per ogni azione Mps.
Secondo le ricostruzioni di MF e del Sole 24 Ore, nella decisione avrebbe avuto un peso importante anche l’analisi realizzata da Lazard, advisor scelto dalla holding della famiglia Del Vecchio per mettere a confronto le alternative sul tavolo e valutarle soprattutto dal punto di vista finanziario, in modo da arrivare a una scelta fondata sull’interesse della società e non sugli schieramenti che si erano formati negli ultimi mesi attorno a Mps.
Per Delfin il risultato dell’operazione sarebbe tutt’altro che marginale, perché la holding incasserebbe, secondo le diverse stime pubblicate oggi, tra 655 e 670 milioni di euro in contanti e contemporaneamente trasformerebbe il proprio 17,5% di Mps in una partecipazione vicina al 4% di Intesa Sanpaolo, molto più liquida e inserita in un gruppo di dimensioni decisamente maggiori.
Ma dietro questa scelta sembra esserci anche qualcosa di più ampio, perché la decisione su Mps potrebbe segnare un’ulteriore evoluzione della strategia finanziaria della cassaforte della famiglia Del Vecchio, che dopo la stagione iniziata nel 2019 con il grande investimento in Mediobanca si ritroverebbe con partecipazioni importanti, ma meno ingombranti, nei principali gruppi finanziari italiani: circa il 4% di Intesa Sanpaolo, il 2,7-2,8% di UniCredit e intorno al 10% di Generali.
Si passerebbe quindi da partecipazioni capaci di incidere direttamente sugli equilibri delle singole società a un portafoglio maggiormente diversificato, nel quale Delfin potrebbe mantenere un ruolo importante come investitore finanziario senza dover necessariamente esercitare un peso altrettanto forte sulla governance.
Anche dal punto di vista economico, del resto, l’intera stagione iniziata con Mediobanca sembra avere prodotto risultati considerevoli: secondo MF, considerando il percorso compiuto dall’investimento iniziale, Delfin avrebbe moltiplicato per circa cinque volte il capitale impiegato.
Il problema per Lovaglio adesso è soprattutto matematico
La questione più importante che emerge dagli articoli di oggi riguarda però l’assemblea del 29 ottobre, perché per approvare le operazioni proposte dal consiglio di amministrazione di Mps sarà necessaria una maggioranza dei due terzi dei voti rappresentati in assemblea.
Delfin, con il suo 17,5%, ha ormai formalmente scelto il fronte contrario alle proposte di Lovaglio, mentre Francesco Gaetano Caltagirone possiede circa il 13,5% del capitale e viene indicato da diverse ricostruzioni giornalistiche come orientato nella stessa direzione. Su questo punto, tuttavia, è importante non anticipare gli eventi: Delfin ha assunto una decisione ufficiale, mentre Caltagirone, almeno sulla base degli articoli che stiamo esaminando, non l’ha ancora formalizzata.
Se però anche Caltagirone dovesse confermare l’orientamento che gli viene attribuito dalla stampa, i due maggiori azionisti contrari al progetto di Lovaglio arriverebbero insieme a rappresentare oltre il 31% dell’intero capitale di Mps, una percentuale che rende immediatamente evidente quanto sia diventato difficile raggiungere la maggioranza qualificata richiesta.
Nell’assemblea dello scorso aprile aveva partecipato circa il 65% del capitale e, se il 29 ottobre si registrasse un’affluenza analoga, il solo 17,5% di Delfin rappresenterebbe quasi il 27% dei voti presenti; se a questa quota si aggiungesse anche il 13,5% di Caltagirone, il fronte contrario arriverebbe vicino alla metà dell’intera assemblea.
Secondo i calcoli riportati da MF, qualora entrambi i grandi azionisti votassero contro le proposte del consiglio, per rendere matematicamente possibile il raggiungimento dei due terzi favorevoli sarebbe necessaria una partecipazione nell’ordine del 92-93% dell’intero capitale, alla quale dovrebbe accompagnarsi un sostegno quasi totale da parte di tutti gli altri azionisti presenti.
Non sarebbe impossibile in senso matematico, ma sarebbe evidentemente uno scenario molto lontano dalle normali percentuali di partecipazione alle assemblee di Mps e spiega perché diversi analisti citati oggi dalla stampa considerino ormai estremamente difficile l’approvazione delle due Ops.
A complicare ulteriormente i calcoli c’è poi il fatto che il Mef, titolare di circa il 4,86%, ha già annunciato che non parteciperà all’assemblea, mentre Banco BPM, che possiede circa il 3,7% di Mps ed è contemporaneamente destinatario di una delle due offerte, viene indicato come orientato a non partecipare alla votazione che lo riguarda.
Anche Piazza Affari ha cominciato a fare i propri conti
La matematica assembleare non è stata però l’unico elemento che ieri ha indicato un cambiamento di scenario, perché anche la reazione della Borsa è stata piuttosto significativa e sembra dimostrare che gli investitori attribuiscono oggi maggiori probabilità di successo all’operazione costruita da Intesa.
Intesa Sanpaolo ha guadagnato circa l’1,55%, Mps lo 0,8%, Unipol il 3,99% e Bper il 2,3%, mentre Mediobanca ha perso oltre il 5%.
Sono movimenti che, naturalmente, non possono essere interpretati come una sentenza definitiva sull’esito del risiko, ma che raccontano abbastanza bene le aspettative del mercato: Intesa viene premiata perché la sua posizione appare rafforzata, Mps si avvicina al valore implicito della nuova proposta di Ca’ de Sass, mentre Unipol e Bper beneficiano della prospettiva che, in caso di successo dell’Opas, diventi più concreto il trasferimento del perimetro di filiali Mps previsto dagli accordi.
Mediobanca, al contrario, viene penalizzata perché il mercato considera oggi meno probabile la fusione con Mps prevista dal progetto di Lovaglio e, più in generale, vede allontanarsi l’intera architettura sulla quale Siena aveva costruito la propria risposta all’offerta di Intesa.
Ai prezzi indicati da MF, la nuova proposta di Ca’ de Sass valorizzava ieri Mps intorno a 11,54 euro per azione, rispetto a una quotazione del Monte di circa 11,37 euro, riportando quindi l’Opas a un premio di mercato nell’ordine dell’1,5%.
Il mercato, insomma, non ha certamente già deciso il risultato dell’assemblea del 29 ottobre, ma ha cominciato a indicare con una certa chiarezza quale scenario considera in questo momento più probabile.
Lovaglio, però, non sembra intenzionato a fermarsi

La parte forse più interessante della giornata riguarda proprio Luigi Lovaglio (nella foto), perché nonostante la matematica sia diventata molto più difficile, le ricostruzioni dei principali giornali convergono sul fatto che l’amministratore delegato di Mps non sembri intenzionato ad arrendersi e stia invece valutando insieme ai propri advisor quali margini rimangano per reagire alla doppia mossa di Intesa e Delfin.
MF sostiene che Lovaglio voglia ancora arrivare alla conta del 29 ottobre, mentre Sole 24 Ore e Stampa riferiscono delle riflessioni in corso sulle possibili contromosse, compresa l’ipotesi di un rinvio dell’assemblea che consentirebbe a Siena di guadagnare tempo per rivedere la propria strategia, ma che contemporaneamente lascerebbe maggiore spazio all’avanzata dell’Opas di Intesa.
Tra le ipotesi allo studio ci sarebbe soprattutto quella di intervenire sulla distribuzione straordinaria da 4 miliardi, oggi prevista attraverso circa un miliardo in contanti e tre miliardi in azioni Generali, aumentando eventualmente la quantità di titoli del Leone destinata agli azionisti Mps.
Il problema è che questa strada contiene una contraddizione che non può essere ignorata, perché più azioni Generali vengono distribuite agli azionisti per rendere appetibile la proposta di Mps, meno Generali rimane all’interno del futuro perimetro della banca senese e minore diventa quindi il contributo della partecipazione assicurativa al progetto industriale che Lovaglio ha presentato nelle ultime settimane.
È proprio su questo punto che Intesa contesta la logica della maxi-distribuzione, sostenendo che non si tratterebbe di nuova ricchezza creata dall’operazione, ma della redistribuzione agli azionisti di un valore che già appartiene al gruppo e che, una volta distribuito, naturalmente non rimarrebbe più dentro Mps.
Sono due letture profondamente diverse e, qualora si arrivasse davvero al voto del 29 ottobre, toccherebbe agli azionisti stabilire quale delle due considerare più convincente.
Anche alcuni vecchi alleati cominciano a rifare i conti
C’è poi un altro elemento, riportato dalla Stampa, che merita attenzione proprio perché dimostra quanto l’aut-aut di Intesa abbia modificato gli schieramenti costruiti nei mesi precedenti.
Secondo il giornale, anche PLT Holding di Pierluigi Tortora, che era stata protagonista della lista capace in primavera di contribuire alla conferma di Lovaglio alla guida di Mps, starebbe riflettendo sulla possibilità di aderire all’offerta di Carlo Messina con la propria partecipazione.
Non esiste ancora una decisione e sarebbe quindi sbagliato trasformare una valutazione in corso in una scelta già compiuta, ma il fatto stesso che se ne discuta è significativo, perché dimostra che l’assemblea di aprile e quella del prossimo 29 ottobre sono ormai due partite completamente differenti.
Gli azionisti che pochi mesi fa avevano sostenuto Lovaglio non sono necessariamente obbligati a sostenere oggi anche le sue operazioni, così come chi allora aveva votato contro il management non è automaticamente destinato a votare contro ogni proposta presentata dal consiglio.
Il rilancio di Intesa e soprattutto la condizione posta da Messina — se passa anche una delle operazioni considerate incompatibili con l’Opas, Intesa ritira la propria offerta — hanno costretto ciascun azionista a tornare a valutare esclusivamente quale alternativa ritenga più conveniente.
Ed era esattamente questo il risultato che avevamo immaginato nel commento di ieri.
Il vero bivio di Lovaglio
Pochi giorni fa Lovaglio aveva detto di non avere un «piano B». Dopo quello che è accaduto nell’ultimo fine settimana, potrebbe essere costretto almeno a chiedersi se sia arrivato il momento di costruirne uno.

Negli ultimi post dedicati alla vicenda Intesa-Mps avevamo scritto che l’aut-aut di Intesa avrebbe costretto i grandi soci a uscire dall’ambiguità e a scegliere. Non abbiamo dovuto aspettare molto: Delfin ha scelto. E ha scelto Intesa. E altri stanno riflettendo.
E se davvero la partita sta prendendo la direzione che oggi indicano quasi tutti i giornali e che ieri Piazza Affari sembra avere anticipato, allora è proprio adesso che Intesa, Unipol e Bper dovrebbero mettere sul tavolo un progetto dettagliato anche per l’occupazione, senza aspettare che l’operazione sia conclusa e che le decisioni siano ormai state prese.
Su questo aspetto continuo ad aspettare i numeri. E, proprio perché la strada verso Intesa sembra oggi molto più larga di ieri, adesso li aspetto ancora di più, possibilmente prima del 29 ottobre.

MF-Milano Finanza, 6 ottobre 2026 — Andrea Deugeni e Luca Gualtieri, In Borsa l’Opas di Intesa torna a premio dell’1,5%; Ma Lovaglio va in assemblea; Perché Delfin sta con Intesa.
la Repubblica, 6 ottobre 2026 — A. Gr., Il mercato premia Intesa, salgono i titoli legati all’offerta di Messina; Andrea Greco, Lovaglio nell’angolo, tempi e numeri gli sono contrari.
Il Sole 24 Ore, 6 ottobre 2026 — Marigia Mangano, Delfin verso una quota del 4% di Ca’ de Sass in caso di successo; Luca Davi, Intesa Sanpaolo, Piazza Affari scommette sulla presa di Mps; L. D., Siena soppesa le ultime contromosse; Unipol tra i titoli migliori di Piazza Affari.
La Stampa, 6 ottobre 2026 — Michele Chicco, La Borsa punta su Messina. Lovaglio tenta una difesa “Ipotesi rinvio dell’assemblea”; Mi. Chi., Una torta da 31,4 miliardi. Al Mef 175 milioni e l’1% di Intesa.
Corriere della Sera, 6 ottobre 2026 — Daniela Polizzi e Andrea Rinaldi, approfondimento sulla scelta di Delfin e sulla nuova configurazione delle sue partecipazioni finanziarie.
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