

Caro Massimo, Chi la dura la vince.
In finanza come in politica quando la tenacia è sostenuta dai numeri e da una logica industriale, prima o poi tende ad avere ragione dei muri ideologici.
E la vicenda UniCredit-Commerzbank sembra ormai dimostrarlo.
La tua lucidissima analisi fotografa bene il momento: dopo il via libera procedurale della BaFin e le indiscrezioni sul documento della Vigilanza BCE, che non individuerebbe «motivi di obiezione» e giudicherebbe l’operazione sostenibile sotto il profilo prudenziale, la partita ha cambiato natura.
Andrea Orcel voleva Commerzbank, ha costruito sul mercato una partecipazione che sfiora la metà dell’istituto di Francoforte e, salvo sorprese, si avvia a portare a casa il risultato.
Naturalmente, come osservi, la parte più difficile comincia adesso.
Comprare quasi il 50% di una banca è un’operazione finanziaria.
Trasformare quella partecipazione in una Banca europea efficiente è un’altra storia.
Il confronto fra Orcel e Bettina Orlopp è appena cominciato. E sarà probabilmente molto più complicato della scalata.
Ma intanto bisogna prendere atto di un fatto: le barricate tedesche non hanno fermato il mercato.
La BaFin ha sollevato riserve sulla governance e sui sistemi di controllo, il Governo Federale ha difeso il proprio ruolo, i Sindacati hanno fatto il loro mestiere, il management di Commerzbank si è arroccato a difesa della propria autonomia.
Tutto comprensibile.
O, almeno, comprensibile dal punto di vista tedesco.
Perché la Germania ha fatto quello che ci si poteva aspettare dalla Germania: ha cercato di difendere una Banca che considera strategica per il proprio sistema economico, per Francoforte, per il Mittelstand e per l’occupazione.
Si può discutere se sia moderno, europeista o lungimirante.
Ma almeno una logica c’è.
Per dirla con Dante, «poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno»: quando il capitale, i numeri e il Regolatore europeo hanno cominciato a parlare con voce più forte della politica, anche le barricate più robuste hanno cominciato a perdere mattoni.
E qui arriviamo al punto che trovo più interessante.
Perché è guardando a casa nostra che la vicenda assume contorni quasi surreali.
In Germania hanno cercato di impedire a una banca straniera di comprare una banca tedesca.
In Italia siamo riusciti ad impedire ad una Banca italiana di comprare un’altra Banca italiana.
Ecco il nostro piccolo capolavoro di sovranismo bancario.
Per anni ci siamo lamentati perché l’Italia non aveva grandi gruppi industriali e finanziari capaci di competere sui mercati internazionali.
Abbiamo invocato campioni nazionali, dimensioni adeguate, internazionalizzazione, aggregazioni, competitività.
Poi finalmente una Banca italiana diventa un grande gruppo europeo, costruisce una posizione importante in Germania, entra nel cuore del sistema finanziario continentale e decide di fare quello che fanno i grandi gruppi europei.
E noi?
Ci siamo domandati se fosse abbastanza italiana.
È curioso il nostro concetto di interesse nazionale.
Una banca italiana che compra all’estero, aumenta la propria dimensione, rafforza il proprio capitale e costruisce un grande gruppo europeo dovrebbe essere, in teoria, una buona notizia.
Da noi è diventata invece quasi un problema di ordine pubblico.
UniCredit è stata trattata a un certo punto come se fosse una banca straniera, quasi un corpo estraneo da tenere sotto osservazione. È comparso perfino il Golden Power.
Una trovata che, a mio avviso, finirà nei libri di economia, non necessariamente nella pagina dedicata agli esempi virtuosi.
Il paradosso è straordinario: il sovranismo bancario italiano è diventato sovranismo contro una Banca italiana.
Non abbiamo dovuto difendere una Banca italiana dall’assalto di una Banca straniera.
Abbiamo cercato di frenare una Banca italiana mentre conquistava una Banca italiana.
Una sorta di sovranismo al contrario: il confine nazionale non serve più a proteggere l’Italia dal mondo, ma a proteggere l’Italia da se stessa.
E mentre Orcel ragionava in termini di Francoforte, Berlino, Vienna, Varsavia, capitale, redditività e dimensione europea, Roma sembrava impegnata in un’altra partita.
Quella del Risiko bancario domestico.
Banco BPM, MPS, il mitologico «terzo polo tosco-padano», gli equilibri territoriali, le caselle da preservare, le geometrie politiche.
Insomma, mentre qualcuno provava a costruire una Banca europea, noi cercavamo di costruire il nostro piccolo Sacro Romano Impero bancario.
Milano da una parte, Siena dall’altra, qualche territorio da salvaguardare e, naturalmente, l’interesse nazionale sullo sfondo, mescolato però a concetti quali la senesità, che hanno un po’ il sapore del Medioevo.
Peccato che nel frattempo il resto del mondo bancario non abbia avuto la cortesia di fermarsi ad aspettarci.
La differenza con la Germania, dunque, è meno banale di quanto possa sembrare.
I tedeschi hanno difeso Commerzbank per un senso, discutibile ma comprensibile, di sovranità industriale.
La politica italiana ha ostacolato UniCredit per una miscela assai meno nobile di interessi domestici, equilibri politici ,e paura di perdere il controllo del Risiko bancario nazionale.
Berlino ha difeso il proprio campanile.
Roma alla fine rischia di aver ha difeso il campanile degli altri, visto come si sta muovendo Credit Agricole su Bpm.
Ed è una differenza che dice parecchio sulla qualità del nostro dibattito economico.
Perché la vera questione non è stabilire se UniCredit sia «italiana» abbastanza.
La domanda seria dovrebbe essere un’altra: è una Banca solida, competitiva e capace di creare valore?
La BCE sembra ragionare esattamente così.
Se il capitale è sufficiente, se l’operazione non mette a rischio la stabilità finanziaria, se il nuovo gruppo può essere gestito e se l’integrazione può produrre maggiore efficienza, non ci sono motivi prudenziali per bloccarla.
È la logica del mercato unico; ed è precisamente quella che l’Europa ripete da decenni.
Perché c’è una curiosa contraddizione nell’Unione europea.
Tutti dicono di volere grandi gruppi bancari continentali capaci di competere con i giganti americani e asiatici.
Poi, quando qualcuno prova davvero a costruirne uno attraversando i confini nazionali, improvvisamente scopriamo che quei confini sono ancora lì, robusti come muri medievali.
La Germania dice: «Commerzbank è tedesca».
L’Italia dice: «UniCredit non è abbastanza italiana».
Bruxelles e Francoforte rispondono: «Ragazzi, ma non avevamo deciso di fare un mercato unico?».
E così siamo arrivati all’assurdo di una banca italiana che sta diventando europea nonostante una parte della politica italiana.
Forse è questa la vera novità della vicenda.
UniCredit rappresenta, piaccia o non piaccia, uno dei pochi casi in cui un gruppo finanziario nato in Italia ha assunto una dimensione realmente continentale.
E proprio per questo la sua eventuale acquisizione di Commerzbank sarebbe qualcosa di più di una semplice operazione bancaria.
Sarebbe una dimostrazione concreta che il mercato bancario europeo può finalmente cominciare a superare i confini nazionali.
Naturalmente la strada è ancora lunga.
Orcel dovrà convincere il management tedesco, i dipendenti, i sindacati, la politica e soprattutto dovrà dimostrare che le sinergie che sulla carta sembrano bellissime possono diventare realtà.
Come sottolinei giustamente, chi ha vissuto fusioni bancarie sa perfettamente che nei piani industriali le sinergie arrivano sempre puntuali, ma nella vita reale, invece, spesso prendono il treno successivo.
Mettere insieme due banche significa mettere insieme sistemi informatici, organizzazioni, culture aziendali, management, procedure, e soprattutto persone.
E questa è una faccenda assai più difficile che comprare azioni sul mercato.
Ma proprio qui sta la vera sfida.
Comprare Commerzbank è stata una grande operazione finanziaria. Trasformarla in una componente di una vera banca europea sarà molto più difficile.
E se Orcel riuscirà nell’impresa, ci troveremo davanti a qualcosa di interessante anche dal punto di vista italiano.
UniCredit sarà ancora più europea e, paradossalmente, relativamente meno italiana.
Italia, Germania, Austria ed Europa centro-orientale diventeranno le grandi gambe di un gruppo che non potrà più essere letto secondo la vecchia geografia bancaria nazionale.
Ed è forse proprio questo che la politica italiana fatica a comprendere.
Il mondo economico è già andato oltre i confini nazionali.
La politica, invece, continua spesso a muoversi con la cartina geografica degli anni Ottanta.
Orcel guarda a Francoforte.
Noi guardiamo ancora a Siena.
Lui ragiona in termini di Europa.
Noi discutiamo di quale Banca debba essere più italiana delle altre.
Lui cerca dimensione.
Noi cerchiamo equilibri.
Lui cerca redditività.
Noi cerchiamo caselle.
E alla fine c’è qualcosa di quasi comico in tutto questo.
La Germania sta cercando di capire come difendere la propria economia dentro l’Europa. Noi continuiamo a cercare il modo di difendere l’Italia dall’Europa.
Forse è questa la vera differenza.
E forse, caro Massimo, è anche la lezione più importante che possiamo ricavare dalla vicenda UniCredit-Commerzbank.
Il mercato europeo non aspetta la politica italiana, e nemmeno quella tedesca.
Quando i numeri diventano abbastanza grandi, i confini politici cominciano semplicemente a sembrare quello che sono: linee tracciate sulle mappe.
Poi, naturalmente, restano i politici.
Che quelle linee continuano a difenderle, anche quando il capitale le ha già attraversate.
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