Pubblicità

Il diritto non è un ventriloquo del potere

di Giovanni Gazzo

www.pensierieriflessioni.it, su X https://twitter.com/giovanni_gazzo e Facebook https://www.facebook.com/profile.php?id=61577554015414

Non si governa inseguendo e strumentalizzando i fatti di cronaca
In uno Stato di diritto ogni istituzione sa ciò che deve fare e ciò che non può fare. Le istituzioni, la polizia e la magistratura sono al servizio dei cittadini: tutti uguali davanti alla legge.
La Costituzione non è un ostacolo da aggirare, ma il fondamento della convivenza democratica. Quando la politica tenta di forzare i confini che essa stabilisce, si indeboliscono la fiducia reciproca e la tenuta civile del Paese.
Chi arruola i servitori dello Stato sotto le insegne di una parte politica si colloca fuori dalla cultura costituzionale. La divisa va rispettata per ciò che rappresenta, così come l’autonomia della magistratura va difesa perché garantisce i diritti di tutti. In ogni struttura pubblica o privata ci sono “persone che sbagliano”, ma l’eccezione non può diventare il criterio con cui giudicare un’intera istituzione.
Le istituzioni repubblicane non hanno colore politico, non rispondono alla logica dei sondaggi e dei cosiddetti social.
Esiste una differenza radicale tra il dovere di governare e la pretesa di comandare.
Si governa e si amministra nell’interesse generale, anche di coloro che la pensano diversamente. Chi pretende di comandare tende invece a sostituirsi a funzioni che la Costituzione ha affidato ad autorità autonome e distinte proprio a tutela delle libertà di tutti.
Quando non si rispettano più i limiti del proprio mandato, il diritto concepito come scudo dei cittadini rischia di diventare uno strumento di parte da utilizzare secondo le convenienze del momento.
È assurdo sostenere che la polizia è “di destra” e la magistratura “di sinistra“. Significa delegittimarle entrambe ed esporle alla contrapposizione faziosa. Difendere la polizia significa rispettarne la funzione costituzionale, non appropriarsene politicamente senza peraltro riuscire a garantire organici adeguati e formazione appropriata a chi opera in prima linea.
La giustizia non si convoca a comando
La strumentalizzazione appare evidente soprattutto nei casi giudiziari ad alto impatto emotivo, trasformati in strumenti di propaganda politica.
Il caso di Mario Roggero è emblematico. Nessuno contesta la legittimità di discutere il principio della proporzionalità della pena. Il problema nasce quando tale principio viene invocato in modo selettivo, solo per alcuni casi e per alcuni imputati.
La richiesta di grazia è stata avanzata dopo tre gradi di giudizio, Cassazione compresa, che avevano accertato le responsabilità dell’imputato, al quale sono state concesse le attenuanti previste dalla legge.
Le sentenze sono state emesse da un sistema che, attraverso le Corti d’Assise con giurie popolari, le quali, va ricordato, sono disciplinate dalla Legge 10 aprile 1951, n. 287, voluta dal governo De Gasperi in attuazione dell’articolo 102 della Costituzione. Sono il massimo di garanzie che il nostro ordinamento offre.
Se il principio della proporzionalità della pena vale, deve valere sempre e per tutti. Se viene invocato soltanto quando un caso si presta a diventare una bandiera identitaria, allora non siamo più di fronte a un principio ma a un uso politico della giustizia.
Nulla a che vedere con la lezione sempre attuale Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, grande antesignano della Abolizione della tortura e della pena di morte, nonché della Certezza e proporzionalità della pena e della Presunzione di innocenza.
Nessuno mette in discussione il diritto e perfino il dovere morale alla legittima difesa. Lo Stato deve stare dalla parte di chi subisce violenza, minacce o furti. Ma la legittima difesa non può essere confusa con una sorta di “nulla osta” alla vendetta privata.
Inseguire e uccidere uomini in fuga e infierire su un corpo ormai inerme non appartiene alla cultura giuridica di una democrazia costituzionale. Lo Stato di diritto esiste proprio per impedire che la giustizia venga sostituita dalla rappresaglia.
Bologna e la dignità della verità
Mentre si alimentano conflitti “identitari”, tragedie umane che richiederebbero rigore e rispetto vengono immediatamente assorbite dalla propaganda.
È impossibile non rivolgere un pensiero ad Abderrahim Fakir, il quarantatreenne morto a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine. La sua famiglia non chiede vendetta ma verità e giustizia: ciò che qualunque cittadino chiederebbe per una persona cara.
Difendere l’onorabilità della polizia significa pretendere un accertamento completo e imparziale dei fatti. Chi cerca d’impedirlo utilizzando la polizia come scudo politico non difende le forze dell’ordine: le strumentalizza.
Come ha ricordato il giurista Tommaso Greco sul quotidiano Avvenire, il diritto non può ridursi a uno strumento nelle mani del potere. Quando la parola “giustizia” viene adattata alle convenienze elettorali del momento, si mina il carattere universale delle regole democratiche.
Si creano problemi che non esistono, non si affrontano adeguatamente quelli veri.
Intanto chi si occupa delle persone che vivono di salario, pensione o sussidi, mentre il costo della vita continua a eroderne il potere d’acquisto?
Inevitabile chiedersi perché si investono tante energie nei conflitti identitari e così poche nelle condizioni materiali di milioni di famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese, rinunciano a consumi essenziali o rinviano cure necessarie.
Dividere il Paese su una grazia maldestramente e intempestivamente “pretesa” o su un episodio di cronaca è tanto facile quanto distruttivo. Affrontare i problemi veri, come la questione salariale richiede invece competenza, confronto e capacità relazionali per tenere insieme la società tramite il pilastro del lavoro.
Il tempo passa, eppure i salari reali italiani restano un’anomalia nel panorama delle economie avanzate. La proposta unitaria di CGIL CISL UIL per un Accordo quadro che potrebbe rafforzare la contrattazione collettiva e rappresentanza e stroncare i contratti pirata, meriterebbe ben altra attenzione.
L’agenda sociale richiede pazienza e responsabilità. La propaganda, al contrario, ha bisogno di un nemico nuovo ogni giorno.
La civiltà della regola contro la politica del rancore
La democrazia non si misura dalla quantità di rabbia che una maggioranza parlamentare riesce a mobilitare contro una minoranza, né dalla capacità del potere politico di influenzare i giudici.
Si misura dalla solidità delle regole, dal rispetto delle sentenze anche quando non piacciono e dalla capacità di riconoscere la dignità umana perfino in chi ha sbagliato.
Finché confonderemo la giustizia con la vendetta, il governo con il comando e la sicurezza con la delega alla violenza privata, resteremo prigionieri di uno scontro permanente.
Il diritto non è uno strumento nelle mani del principe. È la casa comune che protegge tutti dall’arbitrio del potere. È la nostra civiltà.
Ricordarlo oggi, davanti a sentenze contestate per convenienza politica e alle grida soffocate di un uomo morto sull’asfalto, non è un esercizio di moralismo. È un atto di fedeltà alla democrazia costituzionale: quella che non concede sconti alla violenza e ai violenti, ma non rinuncia mai alla propria umanità.

📢 Ti è piaciuto questo articolo?

Seguimi sui miei canali WhatsApp e Telegram per ricevere in tempo reale i nuovi post del blog, gli approfondimenti sul mondo bancario, assicurativo, sindacale, tecnologico e le recensioni di libri.

📱 Seguimi su WhatsApp

📢 Seguimi su Telegram

Pubblicità

Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.