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Gros-Pietro e Padoan: servono banche più grandi per difendere l’Europa. Ma torna lo scontro con il Governo

Al Festival Internazionale dell’Economia di Torino, Gian Maria Gros-Pietro e Pier Carlo Padoan, presidenti rispettivamente di Intesa Sanpaolo e UniCredit, hanno affrontato una questione che va ben oltre il futuro delle due maggiori banche italiane, perché riguarda la capacità dell’Europa di competere con le grandi economie mondiali, di finanziare il proprio sviluppo e, soprattutto, di mantenere il controllo del risparmio e delle tecnologie dalle quali dipenderà una parte sempre più importante della crescita economica.
Il messaggio emerso dal confronto è sostanzialmente condiviso: l’Europa ha bisogno di banche più grandi, di un mercato finanziario realmente integrato e di una maggiore capacità di trattenere e investire al proprio interno il risparmio prodotto dai cittadini europei, evitando che una parte significativa di queste risorse continui a finanziare soprattutto l’economia statunitense.
Ma l’incontro torinese ha offerto anche l’occasione per riaprire un altro fronte, quello dei rapporti tra banche e Governo, sul quale Gros-Pietro ha utilizzato parole insolitamente dure, accusando l’esecutivo di non aver rispettato gli accordi raggiunti lo scorso anno in materia di contributi del settore bancario alla finanza pubblica.
Due questioni apparentemente distinte che, in realtà, finiscono per incontrarsi in un punto fondamentale: quale deve essere il ruolo delle banche in un’economia moderna e fino a che punto la loro solidità finanziaria deve tradursi in benefici per gli azionisti, per i clienti e per l’intera collettività?

La dimensione europea non è più una scelta rinviabile

Come racconta Fabrizio Goria (nella foto) su La Stampa del 25 ottobre, Gros-Pietro e Padoan hanno insistito sulla necessità di superare la frammentazione del sistema bancario europeo, che continua a essere organizzato prevalentemente su basi nazionali nonostante l’esistenza di un mercato unico e di una moneta comune.
Per il presidente di Intesa Sanpaolo, la trasformazione economica e tecnologica richiede strutture finanziarie solide, capaci di mobilitare capitali ingenti e di sostenere investimenti che ormai superano le possibilità dei singoli Paesi, mentre Padoan ha sottolineato come le aggregazioni bancarie rappresentino uno strumento indispensabile per sfruttare le economie di scala e rendere più competitivo il sistema europeo.
Il ragionamento è comprensibile, soprattutto se si considera che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, delle infrastrutture digitali, della cybersecurity e delle nuove tecnologie richiede investimenti enormi, difficilmente sostenibili da operatori di dimensioni limitate e da mercati finanziari ancora separati da ostacoli normativi e regolamentari.
Non si tratta, quindi, soltanto di costruire banche più grandi per migliorare la redditività o aumentare il valore delle azioni, ma di creare intermediari capaci di accompagnare le imprese europee nella competizione internazionale, offrendo finanziamenti, servizi e competenze adeguati alle dimensioni delle sfide che le attendono.
Naturalmente resta aperta una questione che abbiamo affrontato più volte: la crescita dimensionale può rappresentare un vantaggio competitivo, ma non garantisce automaticamente maggiore efficienza, migliori servizi o una più forte capacità di sostenere l’economia reale, perché molto dipende dalla qualità dei progetti industriali e dalla capacità di integrare organizzazioni, persone e culture aziendali differenti.

Il risparmio europeo che finisce negli Stati Uniti

Uno degli aspetti più interessanti del confronto riguarda il destino del risparmio prodotto dalle famiglie europee, che troppo spesso non trova nel continente opportunità di investimento sufficientemente attrattive e finisce per alimentare i mercati finanziari statunitensi.
Padoan ha richiamato proprio questa contraddizione, osservando che l’Europa dispone di una grande quantità di risparmio, ma non riesce a trasformarlo con la stessa efficacia degli Stati Uniti in capitale destinato alla crescita delle imprese, all’innovazione e allo sviluppo tecnologico.
La frammentazione dei mercati finanziari europei rappresenta uno degli ostacoli principali, perché limita le economie di scala, rende più difficile la circolazione dei capitali e impedisce la formazione di un sistema realmente integrato, nel quale il risparmio possa essere indirizzato verso gli investimenti produttivi senza incontrare barriere nazionali.
È un problema sul quale si sono soffermati anche i rapporti di Enrico Letta e Mario Draghi, richiamati nel dibattito torinese, che hanno individuato nell’integrazione dei mercati e nel rafforzamento della competitività due condizioni fondamentali per il futuro economico dell’Unione europea.
Il problema, però, non si risolve semplicemente invitando i cittadini a investire maggiormente, perché per mobilitare il risparmio occorrono mercati trasparenti, prodotti comprensibili, adeguate tutele e soprattutto la capacità di offrire opportunità di investimento credibili, senza trasformare la necessità di finanziare lo sviluppo in un nuovo terreno di pressione commerciale sulla clientela bancaria.

La vera sfida è il controllo delle informazioni

Il ragionamento di Gros-Pietro si è poi spostato su un terreno ancora più delicato, quello della sovranità tecnologica europea, perché nell’economia contemporanea il potere finanziario è sempre più legato alla capacità di raccogliere, elaborare e utilizzare informazioni.
Il presidente di Intesa ha sottolineato che chi controlla la circolazione delle informazioni dispone di un potere crescente anche sulla finanza, mentre l’Europa si trova in una posizione di debolezza rispetto ai grandi gruppi tecnologici statunitensi, dai quali dipende per numerose infrastrutture e servizi digitali.
È un’affermazione che merita attenzione, soprattutto pensando all’intelligenza artificiale e alla crescente concentrazione delle risorse necessarie per svilupparla nelle mani di pochi operatori globali.

Come osserva Rosaria Amato (nella foto) su Repubblica, anche Padoan ha affrontato il problema dal punto di vista della sopravvivenza stessa delle banche tradizionali, perché le Big Tech dispongono di una capacità di raccolta e analisi delle informazioni che potrebbe consentire loro di sviluppare modelli di servizio finanziario più efficienti e competitivi rispetto a quelli degli intermediari tradizionali.
Il presidente di UniCredit ha inoltre evidenziato una possibile asimmetria regolamentare, ricordando che le banche sono sottoposte a un sistema di controlli e obblighi particolarmente articolato, mentre altri operatori tecnologici possono intervenire in alcune attività finanziarie attraverso modelli e regole differenti.
La questione non è secondaria, perché la concorrenza tra banche e piattaforme tecnologiche potrebbe diventare uno degli elementi più importanti della trasformazione del settore nei prossimi anni, soprattutto nei pagamenti, nella gestione dei dati e nei servizi digitali rivolti a famiglie e imprese.
Per questo, quando Gros-Pietro e Padoan chiedono banche europee più grandi, non stanno pensando soltanto alla concorrenza tra Intesa, UniCredit, BNP Paribas o Santander, ma anche alla necessità di confrontarsi con operatori tecnologici che dispongono di dimensioni e capacità finanziarie enormi.

Le banche e il loro ruolo sociale

Nel corso del dibattito è emersa anche una riflessione sul ruolo sociale degli istituti di credito, che Gros-Pietro ha sintetizzato ricordando come l’essenza dell’attività bancaria consista nel trasferire il risparmio disponibile verso chi possiede opportunità di investimento e necessita delle risorse per realizzarle.
È un concetto tradizionale, ma particolarmente attuale in una fase nella quale una parte consistente delle risorse finanziarie resta inutilizzata oppure viene indirizzata verso strumenti che non sempre producono benefici diretti per l’economia reale.
Secondo il presidente di Intesa, non far circolare il denaro rappresenta addirittura un grave peccato sociale, perché impedisce di trasformare il risparmio in investimenti, innovazione, produzione e occupazione.
Su questo principio è difficile non essere d’accordo, anche se credo sia necessario aggiungere che il compito delle banche non può limitarsi a convincere i risparmiatori a spostare le proprie disponibilità verso prodotti finanziari più remunerativi, perché la funzione sociale del credito comprende anche il sostegno alle piccole e medie imprese, l’accessibilità dei servizi, la tutela del risparmio e la presenza nei territori.
La qualità del sistema bancario, quindi, non dovrebbe essere misurata soltanto attraverso la redditività, la capitalizzazione o la quantità di masse gestite, ma anche attraverso la capacità di contribuire concretamente alla crescita economica e al benessere collettivo.

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Gros-Pietro riapre lo scontro con il Governo

Accanto alle riflessioni sul futuro dell’Europa, il Festival di Torino ha registrato anche una presa di posizione particolarmente netta di Gian Maria Gros-Pietro nei confronti del Governo, in relazione alla nuova richiesta di contributo del settore bancario alla legge di Bilancio.
Come riferisce Rosaria Amato su Repubblica, il presidente di Intesa ha ricordato che lo scorso anno le banche avrebbero preferito assumere un impegno limitato a un solo esercizio, mentre il Governo aveva insistito per un accordo triennale, che secondo la ricostruzione del banchiere sarebbe stato rimesso in discussione già dopo il primo anno.
Il punto sollevato da Gros-Pietro non riguarda soltanto l’entità economica del contributo richiesto, ma soprattutto il rispetto degli impegni assunti e la responsabilità degli amministratori nei confronti degli azionisti, ai quali appartengono gli utili prodotti dalle società.
Il presidente di Intesa ha anche evocato il rischio di possibili iniziative legali da parte degli azionisti qualora gli amministratori accettassero nuovamente un’intesa priva, a suo giudizio, di sufficienti garanzie sulla sua durata e applicazione.
Anche Il Sole 24 Ore del 25 ottobre ha dato rilievo a queste dichiarazioni, sottolineando come Gros-Pietro abbia ribadito la disponibilità del sistema bancario a contribuire alla soluzione dei problemi di interesse nazionale, ma soltanto attraverso strumenti rispettosi della legislazione e dei diritti degli azionisti.
È interessante osservare che, dopo le dichiarazioni più polemiche, il presidente di Intesa abbia comunque riconosciuto i risultati ottenuti dal Governo sul fronte della finanza pubblica, confermando la disponibilità delle banche a individuare forme di collaborazione.
Pier Carlo Padoan, invece, ha preferito non entrare nel merito della questione, evitando di esprimere una posizione pubblica sulla richiesta di contributo alla manovra.

Gli accordi vanno rispettati, ma la questione non finisce qui

La posizione espressa da Gros-Pietro solleva un problema serio, perché un accordo tra Governo e sistema bancario dovrebbe offrire un quadro sufficientemente stabile e prevedibile, soprattutto quando gli amministratori assumono impegni che incidono sulla gestione di società quotate e sugli interessi degli azionisti.
Se un’intesa viene costruita su un orizzonte triennale, è comprensibile che una sua eventuale modifica dopo appena un anno possa generare tensioni e interrogativi sull’affidabilità degli impegni assunti, anche se naturalmente occorre distinguere tra accordi politici, disposizioni legislative e obblighi giuridicamente vincolanti.
D’altra parte, non si può nemmeno dimenticare che il sistema bancario italiano ha attraversato anni di redditività eccezionale, favoriti anche dall’andamento dei tassi d’interesse, e che la discussione su un contributo straordinario alla finanza pubblica nasce proprio dalla volontà di destinare una parte di questa capacità economica a esigenze collettive.
Il problema, quindi, non dovrebbe essere affrontato contrapponendo semplicemente gli interessi degli azionisti a quelli dello Stato, ma cercando di individuare soluzioni trasparenti, sostenibili e coerenti con gli impegni precedentemente assunti, evitando interventi improvvisati che possano compromettere la fiducia tra istituzioni e operatori economici.
Resta comunque un dato politico e istituzionale interessante: dopo Carlo Messina, anche Gian Maria Gros-Pietro ha scelto di esprimere pubblicamente il proprio dissenso rispetto alle modalità con le quali il Governo sta affrontando il tema del contributo delle banche alla manovra.
Non è una circostanza abituale, soprattutto per un gruppo che ha sempre mantenuto rapporti istituzionali improntati alla collaborazione.


  • Pa. Pic., “Gros-Pietro e Padoan: il risiko aiuta la crescita”, articolo sul Festival Internazionale dell’Economia di Torino.
    Rosaria Amato, “Gros-Pietro accusa il governo: «Con le banche patti non onorati»”, la Repubblica, 25 ottobre 2026.
    “Gros-Pietro: «Difficile un accordo se la controparte non lo rispetta»”, Il Sole 24 Ore, 25 ottobre 2026.
    Fabrizio Goria, “Gros-Pietro e Padoan, la spinta alle fusioni europee: «Servono banche più grandi»”, La Stampa, 25 ottobre 2026.

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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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