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Da Meloni a Vannacci: quando i media costruiscono il fenomeno politico. Lo “spiegoncino” di Max

immagine creata da ChatGPT in base al testo del post

Gli italiani hanno la memoria corta. Si sa. Soprattutto in politica.
Allora provo a rinfrescare un ricordo.

Vi ricordate il 2021, quando al governo c’era Mario Draghi? Era il tempo del governo di unità nazionale, con un solo partito all’opposizione: Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.
Meloni interveniva continuamente in Parlamento. Diceva tutto e il contrario di tutto, urlava come una forsennata, ma aveva una cosa che nessun altro possedeva: la visibilità.

I giornali la intervistavano, i talk show la invitavano, le televisioni la cercavano. Ogni dichiarazione diventava una notizia. Ogni polemica occupava spazio. E quel partito che partiva da percentuali modeste cominciò a crescere rapidamente nei sondaggi.
Più cresceva, più veniva invitata. Più veniva invitata, più cresceva. Un circolo virtuoso per lei e per il suo partito.

Nemmeno la potenza mediatica di Silvio Berlusconi, ormai nella fase finale della sua parabola politica e personale, riuscì a contrastare quel fenomeno.
Alla fine Meloni vinse le elezioni e diventò Presidente del Consiglio.
È ancora a Palazzo Chigi oggi, nonostante molte delle riforme annunciate non siano arrivate in porto, nonostante le polemiche, nonostante le difficoltà economiche e sociali che il Paese continua ad affrontare.

Ma la storia si sta ripetendo? Oggi il fenomeno mediatico non è più Giorgia Meloni.

È Roberto Vannacci.

Sì, proprio lui: il generale in pensione che, nel giro di pochi mesi, è diventato una presenza costante nel dibattito pubblico.
Grazie anche all’intuizione politica (battuta!!!) di Matteo Salvini, che lo ha portato nella Lega salvo poi ritrovarsi a gestire un alleato sempre più ingombrante, Vannacci è riuscito a costruire una propria visibilità autonoma.
Secondo alcuni sondaggi il suo nuovo soggetto politico si collocherebbe già attorno al 4-5%.
Quanto valgano davvero questi numeri è difficile dirlo. I sondaggi vanno sempre letti con prudenza.

Ma il dato interessante è un altro. Vannacci ha costruito la propria presenza pubblica attorno a poche parole d’ordine semplici e facilmente comunicabili. Tra queste, la più nota è certamente quella della “remigrazione”.

Poco importa che il progetto non sia stato spiegato nei dettagli o che la sua concreta applicazione appaia estremamente problematica. Nella comunicazione politica contemporanea conta soprattutto la capacità di imporre un tema e di farne parlare. E infatti Vannacci è ovunque. Prime pagine dei giornali. Talk show televisivi. Dibattiti radiofonici. Conferenze. Social network. Interviste.

Il suo nome genera attenzione e quindi audience. E l’audience, nel sistema mediatico attuale, è spesso il bene più prezioso. La domanda, allora, è inevitabile.

I media stanno costruendo un nuovo fenomeno politico?
Dopo il “caso Meloni” stiamo assistendo alla nascita del “caso Vannacci”?
Sembra proprio di sì.

Naturalmente la responsabilità non è soltanto dei giornalisti. Se un personaggio viene invitato è perché c’è un pubblico disposto ad ascoltarlo. Ma resta una questione di fondo: quando l’esposizione mediatica diventa sproporzionata rispetto al peso politico reale, il rischio è che siano i media stessi a contribuire alla costruzione del consenso. E non sarebbe la prima volta che accade nella storia italiana.

La storia si ripete? Forse no. Ma certamente ama fare rima con se stessa.

Da parte mia, questa è probabilmente la prima e l’ultima volta che dedicherò un intero articolo a Vannacci.
Perché il modo migliore per combattere un fenomeno politico non è sempre quello di inseguirlo. Talvolta è quello di smettere di alimentarlo.

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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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