
Sono costretto, mio malgrado, a tornare sulle dichiarazioni del presidente di Unipol, Carlo Cimbri, al Congresso Uilca di Venezia della scorsa settimana.
In fondo è vero quello che si dice: il postino suona sempre due volte. E alcuni avvenimenti meritano una seconda lettura, magari più approfondita della prima.
Avevo già affrontato il tema nel post Cimbri tra catastrofi, risiko e intelligenza artificiale: il futuro secondo Unipol del 28 maggio, limitandomi a riportare le cronache giornalistiche e i principali passaggi del cosiddetto “Carlo-pensiero”.
La mia curiosità, però, è cresciuta notevolmente dopo aver ricevuto una lettera dall’amico ed ex collega di Segreteria Nazionale UILCA, Renato Pellegrini, che ho pubblicato il 29 maggio con il titolo Lettera al blog: Renato Pellegrini – ex Segretario Nazionale UILCA – sulle dichiarazioni di Carlo Cimbri al Congresso del sindacato.
Fino a quel momento, lo confesso, non avevo ascoltato nemmeno un minuto del Congresso. Un mondo che oggi sento piuttosto distante dalle mie idee e dalla mia esperienza sindacale.
Poi, però, la curiosità ha avuto la meglio.
Il 30 maggio sono andato a recuperare la registrazione integrale dell’intervento di Cimbri.
Devo riconoscerlo: il Carlo-pensiero continua ad avere un suo fascino. Cimbri è un comunicatore di grande efficacia. Conosce i tempi del palco, utilizza le pause al momento giusto, sceglie con attenzione le parole e sa conquistare la platea. Ha un atteggiamento rassicurante e piacevole, ma allo stesso tempo mantiene una coerenza quasi assoluta sulle convinzioni che lo accompagnano da anni.
I temi principali affrontati sono stati tre.
Sul tema dell’obbligatorietà delle polizze catastrofali per le abitazioni private, con il relativo costo a carico dei proprietari, credo abbia già risposto in modo puntuale Renato Pellegrini.
Anche sull’intelligenza artificiale Cimbri ha svolto alcune considerazioni interessanti. Pur con una citazione storica non proprio impeccabile, il ragionamento di fondo meritava attenzione e, almeno in parte, può essere condiviso.
Ma il punto che più mi interessa riguarda lo smart working.
Chi segue questo blog sa bene che Carlo Cimbri rappresenta probabilmente, insieme a Renato Brunetta, uno dei più convinti oppositori del lavoro agile nel panorama italiano.
Negli anni abbiamo raccontato polemiche, proteste, scioperi, accordi mancati e tensioni interne al Gruppo Unipol. Basta digitare “Cimbri smart working” nel motore di ricerca del blog per trovare decine di articoli sull’argomento.
Per questo la domanda posta da Carlotta Scozzari, che moderava il dibattito sullo smart working non ha avuto bisogno di troppe parole: “parliamo di smart working”.
E anche la risposta di Cimbri, è stata immediata.
Ha iniziato descrivendo Unipol come una grande comunità professionale, un’organizzazione nella quale le relazioni personali rappresentano un valore essenziale e dove il lavoro in presenza favorisce crescita, contaminazione di idee e senso di appartenenza.
Fin qui nulla di sorprendente.
Poi è arrivato il passaggio più significativo.
Per Cimbri lo smart working non rappresenta il futuro del lavoro, ma rischia di essere un arretramento. E per spiegare il concetto ha introdotto il tema della produttività e della competizione globale.
A quel punto sono entrati in scena i cinesi.
Non come minaccia geopolitica, ma come modello competitivo. Cimbri ha citato la BYD, il colosso cinese dell’automobile elettrica, sostenendo che la sfida economica dei prossimi anni sarà determinata dalla capacità di competere con realtà produttive che lavorano a ritmi elevatissimi.
Il messaggio è stato molto netto: è inutile illudere le giovani generazioni. Se l’Europa non sarà in grado di reggere il confronto con Cina e Stati Uniti, rischierà di diventare economicamente marginale.
Chi vincerà questa sfida dominerà i mercati.
Una posizione interessante perché segna anche un’evoluzione del pensiero di Cimbri. Negli anni passati il suo riferimento sembrava essere soprattutto il modello americano dell’innovazione e delle grandi piattaforme tecnologiche, Unipol aiutò Musk a comprare twitter . Oggi, invece, guarda con attenzione crescente alla capacità industriale e competitiva della Cina.
Non si può certo accusarlo di immobilismo intellettuale.
Da qui il passaggio successivo, rivolto direttamente ai lavoratori.
Secondo Cimbri è attraverso il lavoro condiviso, la presenza, il confronto quotidiano e la costruzione di relazioni professionali che si realizza la crescita personale e sociale. Lavorare gratifica, consente di migliorarsi e di avanzare nella scala sociale.
Lo smart working, nella sua visione, può essere uno strumento utile in alcune situazioni specifiche, ad esempio per agevolare la gestione familiare, ma non può diventare il modello organizzativo prevalente.
Una posizione chiara. Legittima. Coerente con quanto sostenuto negli ultimi anni.
Quello che mi ha stupito è stato altro.
Al termine di queste affermazioni è partito un lungo applauso dalla sala.
Un applauso…
Confesso che me lo aspettavo da un convegno imprenditoriale. Molto meno da un congresso sindacale.
Ma la sorpresa maggiore doveva ancora arrivare.
Nella replica, infatti, il segretario generale della UILCA, Fulvio Furlan, ha sostanzialmente dichiarato di condividere l’impostazione di Cimbri.
E anche in quel caso sono arrivati gli applausi.
Successivamente Furlan ha cercato di riequilibrare il ragionamento, richiamando il contratto nazionale dei bancari del 2019 (quello firmato da me) e le esperienze maturate nel settore del credito. Insomma un salvataggio da ultimo uomo, con il rischio di un cartellino rosso.
Ma il dato politico rimane.
Perché nel settore bancario lo smart working non solo esiste, ma è diventato una componente strutturale dell’organizzazione del lavoro. Migliaia di lavoratrici e lavoratori, comprese molte persone che operano nelle filiali, ne usufruiscono regolarmente.
Lo dimostrano gli accordi sottoscritti negli ultimi anni e, più recentemente, quello di Banco BPM (Banco BPM apre allo smart working, ma in BPER esplode la rabbia delle filiali del 9 maggio), firmato anche dalla UILCA.
E non riguarda soltanto le banche.
Nel settore assicurativo esistono numerose esperienze consolidate, a partire da Generali e da altre grandi compagnie, senza che ciò abbia prodotto né crolli di produttività né regressi organizzativi.
Per fortuna, nel corso del dibattito, è arrivata anche una posizione diversa.
Andrea Rochas, responsabile sindacale del Gruppo Unipol e candidato alla riconferma nel congresso aziendale dell’11 giugno, ha ribadito la necessità di mantenere aperto il confronto sullo smart working e di inserirlo tra i temi centrali del prossimo rinnovo del Contratto Integrativo Aziendale.
Una posizione che condivido.
Perché il tema non è lavorare da casa o lavorare in ufficio. Il tema è costruire un’organizzazione moderna che sappia coniugare produttività, flessibilità e benessere delle persone.
Il futuro non può essere né il ritorno integrale all’ufficio né il lavoro esclusivamente remoto.
Serve equilibrio.
E serve soprattutto una discussione vera, senza trasformare ogni critica allo smart working in una battaglia ideologica.
Chiudo con una nota ironica.
Se davvero il futuro sarà una gara permanente con i lavoratori cinesi, consiglio ai dipendenti Unipol di prestare attenzione alle prossime pause caffè.
Se nei corridoi della Torre o nelle sedi del gruppo dovessero improvvisamente comparire colleghi arrivati direttamente da Shenzhen, allora forse sarà il caso di preoccuparsi.
Nel frattempo continuo a sperare che gli europei restino europei, che valorizzino la produttività senza rinunciare alla qualità della vita e che il lavoro del futuro non sia una semplice imitazione di modelli costruiti altrove.
Per la mia generazione il tempo delle decisioni è quasi terminato.
Per le prossime, invece, la partita è appena cominciata.