Una piattaforma unitaria dopo anni di divisioni. Ora la palla passa alle associazioni datoriali. Sul tavolo ci sono salari, rappresentanza certificata, recupero dell’inflazione e lotta ai contratti pirata.

Il ritorno dell’unità sindacale
Non accadeva da tempo.

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Dopo una lunga trattativa conclusa nella notte, CGIL, CISL e UIL hanno trovato una posizione comune e hanno presentato alle organizzazioni imprenditoriali una proposta unitaria per un nuovo accordo quadro sulla rappresentanza e sulla contrattazione collettiva nel settore privato.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: aggiornare il modello delle relazioni industriali italiane, rafforzare la contrattazione collettiva e definire regole certe per individuare chi rappresenta realmente lavoratori e imprese.


Per Maurizio Landini (nella foto) si tratta della prima vera occasione per riunificare il modello contrattuale di tutti i comparti privati. Daniela Fumarola (nella foto) parla di una scelta di responsabilità che riafferma il ruolo della contrattazione collettiva. PierPaolo Bombardieri sottolinea invece il valore dell’unità sindacale raggiunta su temi concreti.
La vera partita: fermare i contratti pirata
Il cuore politico dell’iniziativa è la lotta ai cosiddetti contratti pirata. Negli ultimi anni si sono moltiplicati accordi firmati da organizzazioni scarsamente rappresentative che spesso prevedono salari inferiori e minori tutele rispetto ai principali Contratti Collettivi Nazionali.
La proposta di CGIL, CISL e UIL punta a certificare in modo oggettivo la rappresentanza attraverso due parametri: numero degli iscritti; voti ottenuti nelle elezioni delle rappresentanze sindacali.
Un sistema già sperimentato nel pubblico impiego e che dovrebbe essere esteso a tutto il settore privato.
L’obiettivo finale è semplice: riconoscere efficacia generale ai contratti firmati dalle organizzazioni realmente rappresentative, riducendo drasticamente gli spazi per il dumping contrattuale.
Salari: recupero automatico del potere d’acquisto
Uno dei punti più rilevanti riguarda le retribuzioni. La piattaforma prevede meccanismi che garantiscano il recupero del potere d’acquisto utilizzando come riferimento l’IPCA-NEI, l’indice ISTAT che misura l’inflazione al netto dei beni energetici importati. La novità significativa è che la verifica dovrebbe avvenire ogni anno, nel mese di giugno, e continuare anche nel caso in cui il contratto sia scaduto e non ancora rinnovato.
In altre parole, il lavoratore non dovrebbe più attendere anni per recuperare il salario eroso dall’inflazione.
Un principio che, se accettato dalle imprese, potrebbe rappresentare una svolta importante in una fase in cui i salari italiani continuano a soffrire il confronto con quelli degli altri Paesi europei.
TEM e TEC: il sindacato risponde al governo
La proposta affronta anche il tema del cosiddetto “salario giusto”, recentemente introdotto dal Governo attraverso il Decreto Primo Maggio. I sindacati definiscono con precisione:
TEM (Trattamento Economico Minimo)
Comprende: minimi tabellari; indennità di contingenza; scatti di anzianità; EDR; altri elementi fissi e continuativi.
TEC (Trattamento Economico Complessivo)
Comprende invece: TEM; mensilità aggiuntive; indennità previste dai contratti; riduzioni dell’orario di lavoro; welfare contrattuale universale ed economicamente quantificabile.
Non è un dettaglio tecnico. Dietro questa distinzione c’è il tentativo delle parti sociali di riaffermare che la determinazione del salario deve restare materia contrattuale e non essere definita unilateralmente per legge.
Più democrazia nei luoghi di lavoro
Altro capitolo importante è quello della partecipazione.
La piattaforma prevede: elezione delle RSU anche su iniziativa dei lavoratori; maggiore trasparenza sui risultati elettorali; obbligo per le aziende di comunicare le deleghe sindacali attraverso il sistema Uniemens dell’INPS; sviluppo di strumenti di partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale.
Su questo punto emerge chiaramente l’influenza della tradizione partecipativa della CISL, ma il compromesso raggiunto dimostra che tutte e tre le organizzazioni hanno scelto di privilegiare gli elementi comuni rispetto alle differenze storiche.
Formazione: nasce un diritto universale
Tra le novità più interessanti compare anche il diritto universale alla formazione continua. La proposta prevede almeno 40 ore annue di formazione per ogni lavoratore, con la possibilità di rendere le competenze acquisite trasferibili tra settori diversi. Un principio che guarda direttamente alle trasformazioni tecnologiche, all’intelligenza artificiale e alla necessità di aggiornare continuamente le competenze professionali.
Ora tocca alle imprese
Il documento rappresenta soprattutto un punto di partenza. Le associazioni datoriali, a partire da Confindustria, hanno accolto positivamente il testo definendolo una “buona base di discussione”.
Non è ancora un accordo e non è ancora una riforma della rappresentanza. È però un fatto politico e sindacale rilevante: dopo anni di divisioni, CGIL, CISL e UIL hanno scelto di presentarsi unite su una materia che riguarda il futuro della contrattazione italiana.
Adesso la sfida si sposta al tavolo negoziale con le imprese.
Da quell’esito dipenderà non soltanto il contrasto ai contratti pirata, ma anche la possibilità di costruire un sistema capace di garantire salari più adeguati, maggiore partecipazione e regole certe sulla rappresentanza.

La vera notizia non è il contenuto del documento, pur importante. La vera notizia è che CGIL, CISL e UIL siano riuscite a scriverlo insieme. Sono mesi, sono anni che rimpovero al sindacato fughe in avanti per la ricerca di una falsa autonomia.
Negli ultimi anni le divisioni tra le Confederazioni hanno spesso indebolito la capacità del sindacato di incidere sulle grandi scelte economiche e sociali del Paese. Questa piattaforma dimostra che quando si parla di salari, contratti e rappresentanza esistono ancora spazi concreti per costruire posizioni comuni.
Naturalmente la parte più difficile inizia adesso. Le imprese dovranno accettare regole che rendano trasparente la rappresentanza e che limitino definitivamente il fenomeno dei contratti pirata. Non sarà una trattativa semplice. Anche perchè in molti settori parlare di RSU è un tabù!!!
Ma una cosa appare evidente: senza regole condivise sulla rappresentanza e senza una contrattazione forte, parlare di salari dignitosi rischia di restare soltanto uno slogan.
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