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Bologna non dimentica. Dalla Uno Bianca a Fakir, perché la memoria conta ancora. Lo spiegoncino di Max

Immagine creata da Gemini su prompt di ChatGPT in relazione al contenuto del post

Lungi da me giustificare gli incidenti avvenuti a Bologna dopo la manifestazione, pacifica e profondamente commovente, promossa dal sindaco Matteo Lepore ( nella foto) per chiedere verità e giustizia sulla morte di Fakir.

Chi ha trasformato quella giornata in un’occasione di scontro avrebbe probabilmente agito comunque, anche senza una manifestazione ufficiale. Questi gruppi cercano da sempre il conflitto, perché vivono di provocazioni e tensione. Finiscono così, consapevolmente o meno, per fare il gioco di chi vuole delegittimare le manifestazioni democratiche e alimentare un clima di contrapposizione permanente.

Detto questo, vorrei ricordare qualcosa al presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

So bene che la memoria della destra è molto selettiva e che spesso si ricorda soltanto ciò che conviene ricordare. Per questo credo sia utile riportare alla luce alcune pagine della storia di Bologna.

Perché Bologna è stata ferita tante volte, da quelle istituzioni che dovrebbero difenderla.

E, da bolognese, io non dimentico.

Ricordate la banda della Uno Bianca?

Tra il 1987 e il 1994 un’organizzazione criminale composta principalmente dai fratelli Roberto e Fabio Savi, entrambi poliziotti in servizio, seminò il terrore tra Emilia-Romagna e Marche. Commisero 103 azioni criminali, uccisero 24 persone e ne ferirono oltre cento. Colpirono cittadini comuni, commercianti, carabinieri. Una delle pagine più nere della storia della Repubblica.


Come dimenticare la strage del Pilastro, il 4 gennaio 1991?

Tre giovani carabinieri – Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta – vennero assassinati con una ferocia impressionante. Dopo averli sopraffatti con una potenza di fuoco nettamente superiore, i killer si accertarono della loro morte sparando un colpo alla nuca. Una vera esecuzione.

Anche allora Bologna si trovò a fare i conti con uomini che indossavano una divisa dello Stato. Ancora oggi ci sono misteri attorno a questa vicenda. Si parla di servizi deviati, di occultamenti.

Poi c’è Ustica.

Il DC-9 dell’Itavia partì proprio dall’aeroporto Marconi di Bologna il 27 giugno 1980. Ottantuno persone morirono nel disastro. Da oltre quarant’anni quella tragedia è accompagnata da segreti, depistaggi, omissioni e documenti scomparsi. Le sentenze hanno accertato responsabilità istituzionali nei depistaggi, mentre la piena verità storica continua ancora oggi a sfuggire.

Infine c’è la ferita che nessun bolognese potrà mai dimenticare.

La strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

Alle 10.25 una bomba devastò la sala d’aspetto della seconda classe. Morirono 85 persone e oltre 200 rimasero ferite.

La matrice neofascista dell’attentato è stata riconosciuta nelle sentenze definitive, ma anche in quel caso la ricerca della verità è stata ostacolata per anni da depistaggi, coperture e complicità che hanno coinvolto apparati dello Stato e ambienti dell’estrema destra.

Perché ho voluto ricordare tutto questo?

Perché ogni volta che sento parlare di “difesa delle istituzioni” mi torna in mente che Bologna è stata spesso ferita proprio da uomini appartenenti a quelle istituzioni o da chi avrebbe dovuto garantire verità e giustizia.

La fiducia nello Stato non nasce dagli slogan. Nasce dalla trasparenza. Nasce dalla capacità di fare piena luce sui fatti.

Per questo considero giusta la richiesta del sindaco Lepore di pretendere verità e chiarezza sulla morte di Fakir.

Sarà la magistratura a fare il proprio lavoro.

Saranno i pubblici ministeri a ricostruire responsabilità e dinamica dei fatti.

Non accuso nessuno prima delle indagini. Sarebbe sbagliato farlo.

Ma non posso fare a meno di osservare che il clima del Paese si sta facendo sempre più pesante.

Tra il caso Roggero, i video provocatori di Vannacci, il continuo richiamo alla “legittima difesa” come soluzione universale e una narrazione politica sempre più aggressiva, il rischio è quello di alimentare una cultura dello scontro permanente.

E quando il linguaggio pubblico diventa sempre più violento, anche la convivenza civile finisce per indebolirsi.

Bologna conosce bene il prezzo dell’odio.

Proprio per questo ha il diritto di chiedere, ancora una volta, una sola cosa:

Verità.

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Pubblicato da Massimo Masi

Blog di Massimo Masi. Bolognese di nascita, piantato nella pianura, con una forte propaggine verso il mare. Non sono più quello di ieri, non so come sarò domani. Ma posso dirti come sono oggi, con i miei ieri (Alda Merini)

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