
Il risiko bancario italiano entra in una settimana che potrebbe essere decisiva. Dopo la doppia offensiva lanciata da Monte dei Paschi di Siena su Banco BPM e Banca Generali, adesso tocca ai bersagli dell’operazione cominciare a scoprire le carte.
E, soprattutto, tocca a Crédit Agricole.


Come raccontano Andrea Rinaldi (nella foto) su L’Economia del Corriere della Sera e Camilla Conti (nella foto) su Il Giornale, domani, 25 agosto, è previsto un consiglio di amministrazione straordinario di Banco BPM per un primo esame dell’Ops lanciata da Luigi Lovaglio.
Non è detto che dal consiglio esca già un sì o un no. Anzi, è probabile che Piazza Meda si prenda tutto il tempo necessario per analizzare un’operazione complessa che, se realizzata, cambierebbe completamente il futuro della banca.
Ma il punto politico e finanziario della vicenda è ormai evidente: la vera riunione decisiva non sarà necessariamente quella di Milano. Sarà quella, formale o informale, che si terrà a Parigi.
Il 29,3% che vale molto più del 29,3%
Crédit Agricole possiede il 29,3% di Banco BPM. Formalmente non controlla Piazza Meda, ma nella sostanza dispone di una partecipazione capace di condizionare qualsiasi grande operazione straordinaria.
Alla fine di luglio i francesi erano stati chiarissimi.


Il ceo Olivier Gavalda (nella foto a sx) e il vice Jérôme Grivet (nela foto a dx) avevano fatto sapere che nulla avrebbe potuto essere deciso su Banco BPM «contro» o «senza» Crédit Agricole. Pochi giorni dopo era naufragato il progetto di fusione alla pari tra Banco BPM e Mps. Adesso Lovaglio ha rovesciato il tavolo.
Non chiede più di trattare una fusione con Castagna: ha lanciato direttamente un’offerta su Banco BPM, costringendo Piazza Meda e soprattutto Parigi a pronunciarsi. Ed è proprio qui che la partita diventa interessante.
Perché Crédit Agricole potrebbe dire no
La prima ipotesi è anche la più semplice.
Crédit Agricole potrebbe respingere l’offerta di Mps e continuare a perseguire il progetto che aveva indicato apertamente soltanto poche settimane fa: l’integrazione tra Banco BPM e Crédit Agricole Italia.

Dal punto di vista industriale il progetto ha una sua evidente logica. Lo stesso Giuseppe Castagna (nella foto), presentando i risultati semestrali, aveva definito una possibile aggregazione con Crédit Agricole Italia «molto solida». I francesi avrebbero una grande piattaforma bancaria italiana, particolarmente forte nel Nord e nelle aree economicamente più sviluppate del Paese, con Banco BPM, Crédit Agricole Italia, Anima e le numerose fabbriche prodotto del gruppo.
In altre parole, perché Parigi dovrebbe consegnare a Lovaglio ciò che potrebbe provare a costruire direttamente? È la domanda più semplice. Ma nel risiko le domande semplici raramente hanno risposte semplici.
Perché Crédit Agricole potrebbe invece trattare
Esiste infatti una seconda possibilità.
I francesi potrebbero decidere che l’offerta di Mps rappresenta un’occasione irripetibile per monetizzare il proprio enorme potere negoziale. Crédit Agricole non è obbligato a scegliere tra un sì incondizionato a Lovaglio e un no definitivo. Può sedersi al tavolo. E chiedere.
Filiali, partecipazioni nelle fabbriche prodotto, attività che eventualmente dovranno essere cedute per ragioni Antitrust, nuovi accordi commerciali e distributivi. Tra i dossier che vengono citati c’è Agos. Ma soprattutto c’è Amundi, considerando che l’attuale accordo distributivo con UniCredit arriverà a scadenza nel luglio 2027.
Lovaglio, insomma, potrebbe essere costretto a pagare un prezzo industriale molto importante per ottenere il via libera francese. Ed è questo, probabilmente, il vero valore del 29,3% posseduto dall’Agricole.
Non soltanto il valore delle azioni. Il valore del diritto di dire sì oppure no.
La posizione perfetta dei francesi
Da questo punto di vista Crédit Agricole si trova probabilmente nella posizione migliore di tutto il risiko. Se Mps fallisce, può tornare a lavorare sull’integrazione Banco BPM-Crédit Agricole Italia. Se Mps riesce, può negoziare condizioni favorevoli per accompagnare l’operazione. Se l’Antitrust impone cessioni, può candidarsi ad acquistare attività. Se decide di ridurre la propria partecipazione, può chiedere contropartite.
E nel frattempo continua ad avere quasi il 30% di una banca redditizia e ben capitalizzata.
Non è quindi sorprendente che, come osserva L’Economia del Corriere, a Parigi possano guardare con una certa soddisfazione al caos bancario italiano. Qualunque sia l’esito finale, Crédit Agricole sembra essere uno dei pochi giocatori che può uscire dalla partita più forte di come vi è entrato.
E Banco BPM?
C’è però un protagonista che rischia paradossalmente di diventare spettatore della propria storia: Banco BPM. Fino a poche settimane fa era Castagna a proporre una fusione alla pari con Mps.
Adesso è Mps a voler comprare Banco BPM. Nel frattempo Crédit Agricole continua ad avere quasi il 30% del capitale e coltiva apertamente l’idea di integrare Piazza Meda con le proprie attività italiane. Banco BPM è quindi contemporaneamente preda, potenziale partner e piattaforma sulla quale si confrontano strategie diverse.
Ed è una situazione singolare per una banca che vale circa 25 miliardi, possiede Anima, ha una delle reti commerciali più importanti del Paese ed è fortemente radicata nel cuore produttivo del Nord Italia.
Il consiglio di amministrazione dovrà valutare soprattutto questo: non soltanto quanto vale oggi l’offerta di Mps, ma quale futuro garantisce maggiore valore agli azionisti e quale autonomia resterà a Banco BPM nei diversi scenari.
Anche il Governo dovrà finalmente scegliere
E poi c’è il Governo.
Domani è previsto anche l’incontro tra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e gli enti locali toscani interessati al futuro di Monte dei Paschi. Secondo le indiscrezioni riportate nei giorni scorsi dalla stampa, ci sarebbero già state interlocuzioni tra Palazzo Chigi e Crédit Agricole. Il tema politico è inevitabile.
Lo scorso anno il Governo utilizzò il golden power contro UniCredit per difendere Banco BPM dall’offerta di Andrea Orcel. Oggi quella stessa Banco BPM potrebbe finire all’interno di un gruppo costruito attorno a Mps oppure, in prospettiva, essere integrata con Crédit Agricole Italia.
La domanda quindi ritorna: quale modello di sistema bancario italiano vuole davvero il Governo?
Perché prima o poi non sarà più sufficiente osservare il risiko dalla tribuna.
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